Programma Counselling a Torino
Programma Counselling a Cesena
Programma Counselling a Roma
La figura del counselor
Pur lasciando spezio
per approfondimenti e dettagli, scritti nelle tante pubblicazioni
in merito, desideriamo lasciare al lettore alcuni elementi per
poter inquadrare meglio la figura del counselor.
La
figura del counsellor nasce intorno agli anni trenta in America e
si sviluppa inizialmente nei paesi Anglosassoni prendendo piede
come vera e propria professione, approdando in Europa attraverso la
Gran Bretagna dove in breve tempo si afferma attraverso ruoli e
funzioni ben specificate, se ne manifesta la presenza in molti
stati.
Anche l’Italia,
da diversi anni, vede all’opera nel campo sociale, formativo,
e delle libere professioni, una nuova personalità che si é formata
a quest’indirizzo; fino agli anni 70 circa non esisteva una
specifica definizione di questa competenza, poi vedendo sempre più
validi professionisti specializzati operare in settori diferenti
con competenze da counsellor, formati in centri e scuole diverse
per indirizzo e metodo seguti, si è provveduto a declinare il loro
profilo professionale specifico.
Il
counselor può essere definito come una persona che in un contesto
professionale è capace di sostenere in modo adeguato una relazione
con un interlocutore tirando fuori il meglio delle sue qualità,
operando in relazione stretta col proprio cliente, attraverso un
preciso percorso sia razionale che emotivo significativo per il
proprio interlocutore.
Il Counselor
ha un ruolo
definito, non può essere confuso con un semplice consulente, o con
un esperto di comunicazione, nè è semplicemente un esperto in
soluzipone di problemi. Oltre ad essere consulente, diviene
confidente per la persona, attraverso le proprie conoscenze e
competenze è in grado di aiutare, con lo sviluppo di una intensa e
completa esperienza relazionale e professionale, la soluzione dei
quesiti che creano disagio esistenziale e/o relazionale del suo o
dei suoi clienti.
La
competenza del counselor si sviluppa attraverso la relazione
interpersonale.
Il
counselling può essere attuato in diversi contesti
lavorativi.
Ma in
quali situazioni è possibile operare come
counsellor?
In
verità non esiste un campo di attività specifico per il
counselling.
Il
ruolo del counselor è quello di una persona che favorisce
l’emergere delle potenzialità del cliente, aiutandolo a
superare quei limiti del proprio modo di pensarsi e di credersi,
che ostacolano la sua realizzazione, questo può avvenuire in ogni
tipo di contesto, in ogni campo professionale.
Possiamo vedere qui di
seguito alcuni modi di intendere il lavoro del
consellor:
*
counselling con singole persone, come con coppie, con famiglie, o
con gruppi
*
counselling nelle aziende di differenti dimensioni o in varie
strutture lavorative strutturate ed organizzate
*
counselling con persone anziane presso centri organizzati come pure
in attività domiciliari
*
counselling nella sfera normale della sessualità con singoli o tra
membri di una coppia,
*
counselling in comunità come scuole, istituzioni, organizzazioni di
varia nutura
*
counselling di sostegno a violenze subite o ad abusi a sfonfo
sessuale
*
counselling professionale per persone come per organizzazioni nella
gestione delle riosorse umane in generale
*
counselling nel mondo dello spettacolo e dell’arte, della
musica, del teatro, della letteratura, della danza, della pittura,
come in tante altre forme creative
*
counselling nella gestione delle crisi in ambito di protezione
civile o in situazioni di emergenza
*
counselling nella gestione di forme differenti di integrazione
razziale e culturale
Il
Counselor è dunque una Figura Professionale che, a seguito di un
corso di studi formativo, è in possesso di un diploma rilasciato
dalla scuola di formazione di riferimento, a sua volta riconosciuta
come competente nel proprio settore con un orientamento
teorico/pratico specifico.
Il
Counselor (o counsellor) è in grado di tirare fuori il meglio dagli
altri attraverso una relazione d’aiuto, favorendo nelle
persone la soluzione dei propri disagi di origine psicologica o di
altra natura, che però non comportino una ristrutturazione profonda
della personalità, compito questo portato avanti da altre figure
professionali.
Le
esperienze nell’ambito dell’ipnosi e della teoria
costruttivita permettono ai nostri counsellor di sviluppare una
completa professionalizzazione, per altro unica al momento in
italia, con lo strumento dell’ipnosi e le basi filosofiche e
psicologiche della teoria costruttivita.
Un percorso
una professione.........
Il terapeuta che è in
noi!
Nel nostro lavoro di terapeuti ci siamo chiesti cosa fosse
terapeutico, cosa permetteva alle persone di stare meglio
rispetto alla loro vita, alle loro abitudini, cosa permettesse alle
persone di cambiare.
Per rispondere ad una domanda del genere non ci siamo posti sul
piedistallo autorizzandoci ad essere referenti privilegiati nel
ruolo di psicologi, bensì abbiamo volutamente considerato il
bisogno e la ricerca di soddisfazione, cioè a dire dove vanno le
persone normali che desiderano cambiare, migliorare la loro
vita, tirare fuori le loro qualità e potenzialità?
La maggior parte del lavoro che potremmo considerare
“terapeutico” è svolto da persone, professionisti e non
professionisti, che svolgono la loro attività in qualità di
individui che si occupano di relazioni d’aiuto, i loro
ruoli operativi sono i più diversi: medium, maghi, sensitivi,
ed altri ancora.
In comune questi operatori hanno un’utenza che cerca
risposte, cerca un aiuto, una guida, cerca di cambiare la propria
vita, di migliorare la propria condizione, cerca un proprio ruolo,
l’occasione, desidera conoscersi meglio, o è semplicemente
curiosa rispetto alla vita, alle proprie esperienze.
La considerazione che la maggior parte delle persone normali si
rivolgano a queste figure come interlocutori privilegiati e
non si rivolgessero a psicologi, medici, psichiatri,
neurologi o psicotarapeuti ci ha fatto pensare: cosa fanno tali
individui da essere così ricercati, è stata la domanda che ci siamo
posti, cosa distingueva il loro lavoro dal lavoro di un
professionista laureato?
La risposta ci è arrivata venendo a conoscere il loro modo di fare
“terapia”, mettendo in luce le loro qualità, la loro
competenza in merito al loro operato.
L’impressione che ne abbiamo avuto è stata di avere a che
fare con persone normali, semplici, assolutamente simili ad altre
persone con altri mestieri, dunque solo il loro interesse
specifico, verso le relazioni d’aiuto, distingueva il loro
operato rendendoli utili.
L’idea stessa di terapia sembra aver cambiato aspetto
rispetto a queste “normali” qualità manifestate da
questi “terapeuti” considerati in fondo dilettanti, si
potrebbe parlare veramente di terapia della normalità, di senso
comune, caratteristiche, qualità o doti riscontrabili in ogni
individuo, la differenza è proprio da ricercarsi nella dedizione e
convinzione rispetto a ciò che si fa.
Ogni individuo possiede doti che potremmo definire terapeutiche,
qualità e caratteristiche che lo rendono capace di relazionarsi con
gli altri, consigliare un amico, essere educativi, aiutare, guidare
il proprio figlio, consigliare come sconsigliare.
E’ stata questa considerazione che ci ha fatto maturare
l’idea di formare operatori in relazioni d’aiuto,
riscontrando nella figura del counsellor tale operatore.
L’idea di fondo da cui siamo partiti è stata duplice, da un
lato formare counsellor partendo dalle doti e qualità che ogni
persona porta con sè, anche in modo inconsapevole, rispetto a
qualità relazionali e terapeutiche, dall’altro lato
sviluppare concetti ed esperienze terapeutiche che possano
realmente appartenere al quotidiano, all’interno di un bacino
culturale, filosofico e scientifico, di grande respiro concettuale
e di grande apertura rispetto a scenari futuri, rispetto allo
sviluppo ed alla conoscenza dell’uomo.
A tale proposito l’ipnosi ed il costruttivismo sono gli spazi
ideali per considerare l’idea di “breve terapia”,
non terapia breve che dà, al contrario, l’idea di un percorso
ridotto rispetto a terapie considerate lunghe e complesse, noi
riteniamo terapeutico ciò che permette di restituire ad una persona
autonomia e benessere psico-fisico rispetto ad un obiettivo
stabilito, in tale direzione per noi non ha molto senso pensare di
conoscere se stessi, la persistenza di un comportamento va intesa
come mantenimento della propria identità, possiamo solo considerare
l’idea di costruire noi stessi, mente e comportamento, scelte
e decisioni sono costruzioni della mente non scoperte, non ha
dunque peso pensare di scoprire parti di noi stessi senza rilevare
le intrinseche intenzionalità che ci guidano rispetto a obiettivi
pre-stabiliti.
Se dunque si può intendere la terapia in un contesto differente,
possiamo ipotizzare che normalmente non ci sia patologia nella vita
delle persone, se non unicamente un ordine differente in cui
disporre le esperienze della vita, un’organizzazione di
pensieri, che può risultare asincronica rispetto
all’esterno.
Parlare di terapia della normalità è possibile se ci si orienta
all’idea di guidare le persone verso il senso comune
condiviso, pur mantenendo le proprie personali idee sulla
vita, le proprie intenzioni, decisioni, essere in grado di
adattarsi al mondo, motivando la propria vita, finalizzandone
intenzioni ed esperienze.
La vita non ha scopo, siamo noi a darle uno scopo, a motivarci, a
ricercarne il fine, non c’è scopo fino a quando non si
comincia a trovarne uno, o ad adottarlo, o a riceverlo da altri, lo
scopo della vita è come un imprinting a cui si rimane esposti fino
a farne una ragione di vita.
Lo scopo o gli scopi della vita si fissano in noi lasciandoci un
grande senso di appagamento, di realizzazione, il gusto alla vita
si struttura poco alla volta con i principi ipnotici orientativi
semplici e facili da comprendere attraverso i principi orientativi
ed ipnotici dell’educazione: a) il “caricamento”
di un programma; b) rinforzi positivi ogni volta che il programma
viene seguito; c) rinforzi negativi ogni volta che il
programma non viene seguito; d) scoraggiamento verso
qualunque tentativo di modificare, anche in modo creativo, il
programma ricevuto.
L’organizzazione della vita attraverso programmi differenti
mette in luce le relazioni che vanno mantenute e che favoriscono un
orientamento verso il fine, lo scopo alla vita, che ci si è dati,
la vita viene poi vissuta, in modo contingente, attraverso le
esperienze che di per sè costituiscono la causa del mondo in cui ci
si trova a vivere, attraverso il senso comune condiviso, la
conseguenza delle scelte, delle decisioni, delle possibilità
e delle necessità che si è dovuti affrontare.
“Le disgrazie sono tali dal momento che le conosciamo, se non
le conoscessimo non sarebbero disgrazie!”. La conoscenza ci
orienta a dare valore ed importanza alle cose, la conoscenza non è
disinteressata, ci obbliga a creare catene di causa ed effetto, ci
orienta umori, volontà, intenzioni; la conoscenza è radicata in noi
e pretende da noi azioni, comportamenti, volontà.
L’intelligenza è come un metodo che media tra computi
differenti, (semplici elaborazioni della mente), generando dei
cogiti, (pensieri compiuti), l’intelligenza è il passaggio da
un computo ad un cogito, in tal modo è favorita e favorisce il
movimento fisico e/o cognitivo.
Il binomio problematico rispetto all’esistenza delle persone
è riassumibile in quello che è il “principio etico ed
estetico” della vita; il primo, principio etico afferma:
“agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”.
Il secondo, il principio estetico dice: “se vuoi conoscere
devi agire”.
Proprio da questi due principi generano la maggior parte dei
problemi psicologici delle persone.
In primo luogo i problemi generano da ambienti poveri di stimoli,
in cui le persone non trovano modo di soddisfare le richieste di
movimento cognitivo che la loro intelligenza richiede (possibilità
di scelta troppo limitate).
Il secondo problema è legato all’impossibilità di agire;
quando si è bloccati da principi culturali, valori e credenze, che
non ti lasciano libertà di azione (limitatori esistenziali che
derivano dall’ambiente esterno).
In terzo luogo si può rimanere bloccati da un non efficace metodo
interno di organizzazione.
In ultimo si riscontano problemi a fronte di un eccesso di stimoli
esterni all’individuo, che generano confusione o cattiva
organizzazione al suo interno.
Il problema è che fino ad oggi si sono curati gli effetti di tali
limitazioni, definendoli patologie mentali; non si è studiata
l’eziologia di tali problemi, per poter agire in modo
preventivo, rispetto ai risultati negativi ottenuti.
Soprattutto non si è tenuto in considerazione il problema
dell’”intellingenza”, uno perchè non la si
conosce ancora, due perché lavorando a valle sugli effetti
dell’intelligenza stessa, noi consideriamo patologico un
effetto e lo curiamo non considerando il fatto che questo deriva da
una legittima organizzazione a monte che è
l’intelligenza.
Già nel 1941, A. Korzybski, nel suo libro “Scienze and
sanity” citava la relazione tra mappa e territorio: un
messaggio, di qualunque genere, non è costituito dagli oggetti che
denota, la parola gatto non ci può graffiare; il linguaggio è in
una relazione con gli oggetti che denota, pari a quella esistente
tra una mappa ed il suo territorio.
La “mappa” delle patologie mentali è stata ricavata da
un territorio, l’intelligenza, considerando, di questa, i
soli effetti negativi ottenuti dalle esperienze umane.
L’intelligenza vive in una dimensione di gioco in cui più
elementi possono essere messi insieme in modo creativo e
fantastico, la dimensione di scopo o fine spesso prende il
sopravvento e attraverso un percorso di causa/effetto viene ad
autogiustificarsi come percorso cognitivo, smettendo in tal modo di
essere gioco e prendendo le connotazioni di “cosa
seria”.
Il problema non deve esssere il considerare il gioco come una cosa
seria, esperienza che viene fatta nel momento in cui si studiano
gli effetti (mappa) dell’intelligenza (territorio), ma porsi
la domanda: “Questo
è un gioco?”.
Nel momento che un individuo ha un comportamento bizzarro,
tendenzialmente riceve dall’esterno un rinforzo negativo; se
questo , l’individuo tornerà a dare comportamenti
accettabili, ricevendo rinforzi positivi. Nel momento che, però, il
rinforzo negativo non viene collegato direttamente al comportamento
bizzarro, l’individuo produrrà nuovi comportamenti bizzarri
nel tentativo di ricevere rinforzi positivi, continuando a non
capire cosa gli viene chiesto.
Essendo l’intelligenza il sistema più idoneo per modellare
nuovi metodi di adattamento, l’individuo tende a giocare,
attraverso la sua intelligenza, nuove carte di adattamento
all’ambiente; essendo giudicato, in base ai suoi
comportamenti evidenti, corre il rischio di essere frainteso.
Come all’interno di un sogno, il sognatore non si rende conto
di sognare, così nei comportamenti intelligenti il nostro
interlocutore dimentica di porsi la domanda: “Questo
è un gioco?”. Prendendo sul
serio i propri comportamenti è lui stesso a cadere irretito dagli
effetti (comportamento patologico), rispetto alla causa
(intelligenza).
Dinnanzi ad un processo terapeutico, un operatore professionale
tende a rilevare da un comportamento preso in esame ciò che può
capire, e lo fa rispetto alle sue teorie, conoscenze, credenze.
Dunque i presupposti da cui parte l’operatore sono
fondamentali per capire il processo terapeutico stesso; un
presupposto è un qualcosa che dev’essere vero perché quel che
segue abbia un senso. Dunque se considero la patologia, perché essa
abbia un senso, devo dare lettura del comportamento, partendo da
presupposti che giustifichino la patologia stessa.
Se ad esempio parto dall’idea che il cervello genera
patologia, leggo i processi che la giustificano, senza prendere in
considerazione i giochi dell’intelligenza, continuo a
considerare gli effetti come unica causa, non conoscendo le cause
che l’hanno generata.
Considerando la terapia da un punto di vista differente dai
presupposti classici della psicopatologia, è possibile ipotizzare
il cambiamento nell’individuo, lavorando sulla sua
intelligenza, utilizzandone le risorse e lavorando sull’idea
di salute.
Dal momento che è sempre importante avere una cornice di
riferimento esterna, per comprendere ciò che succede al suo
interno, il nostro comportamento va necessariamente considerato
all’interno di una cornice più ampia che è
l’intelligenza.
Ogni insieme va considerato a sé rispetto agli altri,
l’insieme delle patologie non può portare con sé
l’insieme delle terapie, come l’insieme dei
comportamenti non può essere annoverato come l’insieme delle
intelligenze. Nessun insieme può essere elemento di se stesso. Così
nel considerare, un gioco è solo la decisione che ci permette di
scegliere se tale gioco è un tentativo di distinguere tra elementi
esistenti o di tracciare nuove linee di confine e ricavarne nuove
conoscenze.
La “breve terapia” è interessata a tracciare nuove
linee di conoscenza piuttosto che a dedurre vecchi concetti di
patologia e, dovendo partire da punti di forza, cerca le risorse
dell’individuo ed ipotizza una nuova organizzazione partendo
da esse.
La “breve terapia” è un metodo che permette di
ricontestualizzare la vita della persona, fornendole strumenti di
lettura diversi da quelli per i quali si era data
spiegazioni.
Prima
della terapia il paziente pensa ed agisce in base ad un insieme di
regole (spiegazioni) con le quali costruire e comprendere le
proprie esperienze; dopo la “breve terapia” il paziente
opera con un insieme di regole diverse. Le esperienze (cause)
generano, in tal modo, mondi diversi (effetti).
Perché questo possa avvenire, le regole non devono essere
consapevolizzate, perché sono regole che lavorano
sull’intelligenza, restano inconsce e non lavorano sui
comportamenti, che sono consapevoli. Dunque nella terapia è
fondamentale sviluppare una comunicazione ad un altro livello,
rispetto a queste regole, deve essere passato un messaggio di
cambiamento delle regole stesse.
C’è una grande somiglianza tra il processo terapeutico, come
nella “breve terapia ipnotica” ed il fenomeno del
gioco: ambedue hanno bisogno di un codice di riferimento, per
compendere quando si è nel gioco e quando si è nella realtà,
e comunque entrambi si rifanno ad una realtà concreta e condivisa
rispetto alle metafore che vengono utilizzate come mediatori.
Praticamente sia il gioco, sia la terapia sviluppano la dimensione
del “come se”, per trasformarla in “così
è”.
E’ questa la ragione per cui l’ipnosi è lo strumento
privilegiato per ogni forma di terapia.
Tendenzialmente la rigidità è un fenomeno collegato
all’intelligenza, dal momento che il gioco viene trasferito
in una categoria del reale e se ne di mentica questo passaggio. Al
contrario, ciò che è regno della fantasia viene considerato come
impossibile e quindi allontanato da criteri
dell’intelligenza. E’ fondamentale imparare a
riconoscere le verità all’interno della fantasia e poter in
tal modo sfruttare le risorse di una persona.
In fondo possiamo parlare di sviluppo della comunicazione umana,
quando si è smesso di rispondere automaticamente ai segnali dello
stato di umore dell’altro, divenendo capaci di riconoscere
che il scoprendo che i segnali sono solo
segnali,“segno” è il “segnale”, divenendo
così capaci di riconoscere che i segnali dell’altro
individuo, ed anche i propri, sono soltanto segnali; possono essere
creduti, non creduti, contraffatti, negati, amplificati, cambiati,
e così via. Troppo spesso tutti noi reagiamo automaticamente ai
titoli dei giornali come se questi fossero indicazini oggettive.
E’ dunque fondamentale comprendere il dramma che l’uomo
ha vissuto, forse mangiando il frutto dell’albero della
conoscenza, che i segnali sono solo segnali e che un comportamento
è solo un comportamento.
Nella semplicità con cui comprendiamo che spesso i segnali non
vogliono dire nulla, accettiamo l’idea che la vita non abbia
un fine, se non quello che siamo noi a darle, accettiamo il fatto
che nella realtà non ci sono dati, ma solo presi (scelte), che dal
momento che per poter percepire dobbiamo anticipare le esperienze,
noi diventiamo i migliori profeti di noi stessi.
Da queste considerazione possiamo dire è iniziata la nostra
attività formativa, invertendo la tendenza abbiamo messo al scienza
psico-fisio-neurologica al servizio dell’uomo, della
vita, della normalità, del benessere, come del disagio,
comprendendo come molte volte il problema stia nella scarsa
comprensione del fenomeno, piuttosto dello scarso risultato
ottenuto; come per la medicina ed altre scienze giovani che hanno
impiegato secoli e secoli per poter comprendere i fenomeni e
risultar efficaci, così anche per la psico-fisio-neurologia, e le
altre scienze connesse al funzionamento del comportamento umano, ci
vorrà ancora tempo prima di avere risultati utili ed innovativi,
capaci di capire i fenomeni umani ed agire preventivamente rispetto
alla loro eziogenesi.
Siamo convinti che le risposte stiano nello studio degli stati
mentali, il lavoro attraverso l’ipnosi, per mezzo di
considerazioni ed intuizioni di personaggi capaci di operare in
contesti differenti, in discipline che ancora non parlano molto tra
loro, il costruttivismo, che potremmo definire scienza e conoscenza
della cognizione (cognitivologia), riesce a riunire scienze
differenti, come le neuroscienze, la cibernetica, la
biologia, ed altre ancora, dandoci l’opportunità di
affrontarne sviluppi ed opportunità.
La considerazione che si conosce ancora troppo poco dell’uomo
psicologico, della sua vita futura, degli orizzonti che si stanno
disvelando ai suoi occhi, per poter considerare svelata sua vita
come la sua conoscenza, ci ha spinto a percorrere nuove strade per
formare le persone ad operare nelle relazioni d’aiuto,
partendo da ciò che sono in grado già di fare, comunicando con gli
altri, usando la loro intelligenza, il senso comune ed il buon
senso, aggiungendo ciò che la scienza della cognizione e
l’esperienza dell’ipnosi permettono oggi di dirci e
darci, questo è ciò che ci avvicina a trovare un terapeuta
all’interno di ciascuno di noi.
IL
COUNSELLING E L'AIUTO INDIVIDUALIZZATO ATTRAVERSO
L’APPROCCIO COSTRUTTIVISTA
Con brani tratti dal libro:
Margaret Hough - ABILITA' DI
COUNSELLING - Edizioni Erickson.
Il counselling ed i suoi
sviluppi
Il counselling come
professione di aiuto è diventato popolare e facilmente accessibile,
non solo nel Regno Unito. Naturalmente tale crescita non è stata
uniforme, dato che in genere nelle grandi città c'è una vera e
propria fioritura del fenomeno mentre nelle zone più remote sia le
opportunità di formazione dei counselor, sia la possibilità di
rivolgersi a counselor esperti, sono e rimangono molto più
limitate.
Qualche domanda di
interesse generale:
-
Che cos'è il
counselling?
-
In che cosa il counselling
differisce dal dare consigli?
-
Quando è stato usato per la
prima volta?
-
Che cosa sono le abilità di
counselling?
-
Il counselling è differente
da altre attività di aiuto?
-
- Possono fare counselling
gli amici o i familiari?
-
Perché l'autosviluppo e
l'autoconsapevolezza sono elementi importanti nella formazione di
un counselor?
-
Perché si desidera diventare
counselor?
-
Quali sono le qualità di un
buon counselor? - Quali sono gli scopi del
counselling?
Che cos'è il
counselling?
E’
complesso dare una risposta a questa domanda, per farlo è
necessario evadere i luoghi comuni su cui si basano le risposte
ovvie collegate al lavoro consulenziale, il più conosciuto fino ad
oggi.
Ci
sono numerose definizioni della parola «counselling», e le
interpretazioni dei dizionari non sono di alcun aiuto poiché
tendono a porre l'accento sulla parola «consiglio», la quale è
essenzialmente l'opposto di quel che il counselor psicoterapeutico
intende fornire. Il counselling si dà sul serio quando una persona
ricerca l'aiuto di un'altra per gestire più efficacemente un
problema o più problemi che la assillano in un certo momento della
sua vita.
I
problemi attuali possono essere legati a eventi passati o
infantili, o essere collegati a eventi futuri a cui si pensa con
una certa ansia o preoccupazione. Nell'un caso o nell'altro, la
persona che si presenta per il counselling - il cliente - ha
riconosciuto, per lo meno implicitamente, di essere giunta a
un'impasse e di aver bisogno di assistenza per uscirne e andare
avanti nella sua vita.
La maggior parte dei
counselor si preoccupa di sottolineare la natura interattiva del
counselling e di distanziarsi dall'idea del counselor come tecnico
esperto. Resta il fatto tuttavia che i clienti, quando si
presentano per il counselling, nutrono l'aspettativa che il
counselor possieda le conoscenze, la competenza e l'esperienza che
a essi fanno difetto. In una situazione simile, la bilancia non può
che pendere dalla parte del counselor e, a meno che gli studenti di
counselling non comprendano pienamente questo punto, sorgeranno
sicuramente dei problemi e l'abuso di potere diverrà una
possibilità reale.
E’
utile porre in risalto che, sebbene l'obiettivo fondamentale del
counselling consista nell'aiutare i clienti a individuare e a
prestare fiducia alle proprie capacità e punti di forza, le proprie
qualità personali, i clienti il più delle volte la vedono in modo
alquanto diverso ed è probabile che si aspettino di sentirsi dire
cosa fare dal counselor. I clienti che si sentono emozionalmente
sconvolti o anche solo turbati sono vulnerabili e aperti ai
suggerimenti, e può essere necessario un bel po' di tempo prima che
siano in grado di identificare e usare pienamente le risorse di cui
dispongono, è in questo che il nostro interveto con l’ipnosi
facilita tale lavoro.
La British
Association for Counselling ha fornito varie definizioni di
counselling fra cui la seguente:
Il counselor può indicare
le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo a seguire quella
che sceglierà. Il counselor può aiutare il cliente a esaminare
dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono
rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui
sia possibile originare qualche cambiamento. Qualunque approccio
usi il counselor [ ...] lo scopo fondamentale è l'autonomia del
cliente: che possa fare le sue scelte, prendere le sue decisioni e
porle in essere. (BAC Information Sheet 10,
1990)
Ma vediamo come si fa
ad aiutare i clienti a individuare le proprie capacità e a credere
in esse.
Spesso
le persone possono sentirsi sopraffatte dai problemi e dalle forze
che considerano al di fuori del loro controllo. Possono aver fatto
l'esperienza di chiedere aiuto ad amici o parenti che non hanno
saputo o voluto offrire loro il tempo e l'impegno che sarebbero
stati necessari. I counselor esperti, per contro, hanno il tempo e
sono disponibili a impegnarsi. Inoltre, a differenza di parenti e
amici, non sono emozionalmente coinvolti con i problemi dei
clienti. A ciò va aggiunto che i clienti possono contare sul
segreto professionale e il counselor che avrà esplorato
approfonditamente i propri sentimenti, atteggiamenti e pregiudizi
nel corso della sua formazione - dovrebbe essere sufficientemente
fiducioso e autoconsapevole da essere diventato una presenza
supportiva e non giudicante. Il counselor usa una serie di abilità
comunicative e relazionali per incoraggiare il cliente a parlare
liberamente, a esprimere le emozioni forti, anche negative se lo
desidera e, attraverso questi processi, a raggiungere una
comprensione più profonda dei problemi che sta
vivendo.
Il processo del
counselling utilizza una struttura o una cornice
(framework) dentro cui il counselor possa lavorare
con il cliente in modo coerente e sistematico. Benché non sia
sempre possibile - e neppure auspicabile attenersi rigidamente a
una struttura predeterminata, è comunque essenziale averne una come
punto di riferimento e guida globale per il processo della terapia.
Per ciò che riguarda la figura del counselor uno dei modelli più
utili è quello descritto da Egan e compendiato nel volume The
skilled helper (Egan, 1990). L'approccio sistematico di Egan al
counselling è articolato in tre fasi che si suddividono in stadi
ulteriori. Queste tre fasi derivano da un approccio di problem
solving ai problemi dei cliente, e segnalano le abilità del
counselor che sono necessarie per aiutare i clienti a gestire i
loro problemi.
Le fasi indicate da
Egan sono le seguenti:
Þ
Fase 1. Esplorazione e
chiarificazione dei problemi presenti. Analisi stato
problema.
Þ
Fase 2. Sviluppo di una
nuova comprensione (insight); considerazione degli scopi e degli
obiettivi. Sviluppo
organizzativo.
Þ
Fase 3. Concepire e attuare
piani d'azione, muovendosi verso le finalità desiderate. (Egan,
1990) Verifica
operativa.
Il
corsivo è nostro e vuole riportare il metodo dell’ipnosi
costruttivista.
Al di là della
struttura metodologica del counselling, esistono differenti
«filosofie» generali entro cui a loro volta si inquadrano le
diverse metodologie. Tali filosofie sono originate e si sono
sviluppate dalle quattro principali «scuole» o orientamenti della
psicologia contemporanea:
-
l'approccio
psicodinamico
-
l'approccio
comportamentale
-
l'approccio
umanistico
-
l'approccio ipnotico
costruttivista
L'approccio
psicodinamico
Questo approccio al
counselling ha le sue origini nella teoria freudiana. E’ un
modello che pone l'accento sull'importanza delle esperienze
infantili, e cerca di stabilire connessioni fra il passato e il
presente delineando parallelismi fra ciò che si è verificato
durante l'infanzia e quel che sta accadendo nella vita
adulta.
L'approccio
comportamentale
Questo orientamento è
focalizzato sui comportamenti attuali e osservabili, e deriva
dall'opera di alcuni psicologi che, all'inizio del secolo,
condussero esperimenti su animali per formulare e validare le loro
teorie. I problemi delle persone vengono visti in termini di
comportamenti appresi che sono spesso problematici; per esempio, le
fobie o le ossessioni; l'obiettivo della psicoterapia è quello di
aiutare i clienti a disapprendere questi schemi attraverso un
processo di modificazione del comportamento.
L'approccio
umanistico
Questo approccio
parte dal presupposto che i clienti abbiano in se stessi una
conoscenza intuitiva di ciò che desiderano e di cui hanno bisogno.
I problemi dei clienti vengono visti come assolutamente unici per
loro. L'aspetto più importante di qualunque psicoterapia umanistica
è il tentativo di facilitare la crescita del cliente attraverso
l'autorealizzazione, l'integrazione e la
globalità.
L’approccio
ipnotico costruttivista
Il nostro approccio
si sviluppa da uno studio interdisciplinare del lavoro del
terapeuta, infatti il costruttivismo alla domanda cos’è la
realtà, una scoperta o un invenzione risponde è un invenzione, per
tale ragione anche la terapia è un invenzione, nel caso del
counselor lavora tirando fuori il meglio del futuro counselor per
permettergli di essere in grado di fare altrettanto coi suoi
clienti. L’ipnosi di per se’ costituisce il metodo
privilegiato di utilizzare il meglio della persona, la sua
intelligenza razionale, la sua intelligenza emotiva, il fisico e la
mente nel suo insieme.
Un
approccio interdisciplinare è fondamentale per poter avvicinare
campi scientifici indispensabili per la gestione della complessità
umana, aree di interesse e conoscenze come la psicologia, la
medicina, le neuroscienze, la cibernetica possono trovare un intesa
e generare risposte nuove a vecchie domande.
In
che cosa il counselling è diverso dal dare
consigli?
Le definizioni date
dal dizionario della parola «counselling» non sono di alcun aiuto
perché tendono a enfatizzare il significato di «consiglio» e in
qualche caso il counselor («consulente») viene definito come un
«consigliere» (The Concise
Oxford Dictionary of Words Origins, vol.
III). La parola
counsel deriva dal latino consilium che nel suo significato
traslato significa consiglio, giudizio o consultazione. E’
perciò ovvio che il termine counselling tradizionalmente si
riferiva alla pratica di dare consigli o di pronunciare giudizi.
Ciò spiega probabilmente perché un numero così grande di persone
creda che il ruolo principale del counselor debba adempiere alle
due funzioni gemelle di consigliere e giudice.
La
situazione è complicata ulteriormente dal fatto che molte persone,
impegnate a svolgere le più svariate occupazioni, descrivono tutte
se stesse come counselor («consulenti») anche se non sono coinvolte
in alcuna forma di lavoro psicoterapeutico in senso stretto. Così
abbiamo counselor del colore, counselor di istituti di bellezza,
counselor finanziari, counselor degli oroscopi, del design da
interni, del lavoro - giusto per menzionarne alcuni. Non vi è qui
la minima intenzione di svalutare il lavoro svolto da queste
persone, ma semplicemente il desiderio di porre in risalto che
tutte queste figure professionali hanno, fra i loro compiti, quello
di dare consigli. La confusione da parte di tante persone rispetto
al counselling di cui si parla qui è perciò facile da
capire.
Il counselling psicologico o
psicoterapeutico si riferisce all'aiuto offerto ai clienti per una
vasta gamma di problemi psicologici e emozionali: in questo tipo di
aiuto non vengono dati consigli, per lo meno non in modo diretto o
esplicito.
Certo, sarebbe ingenuo sostenere che i
counselor non influenzino mai i loro clienti indirettamente.
Naturalmente, lo fanno, ogni interazione ha necessariamente na
parte di manipolazione. Infatti, il counselor ovviamente è tenuto a
influenzare il cliente che, in fin dei conti, è venuto per ricevere
un aiuto.
Inoltre,
i counselor spesso incoraggiano i clienti a riesaminare la loro
vita e le loro relazioni per chiarificare questioni che risultano
problematiche. Nel corso di questa fase di «riesame», possono
essere discusse varie opzioni di cambiamento. Quindi si può star
certi che, anche quando non vengono forniti consigli diretti, i
clienti sono spesso influenzati dalle idee, dagli atteggiamenti e
spesso anche dai punti di vista inespressi del
counselor.
Ecco alcune ragioni
per le quali è meglio astenersi dal dare
consigli:
-
Molto spesso le persone non
desiderano consigli. Vogliono invece essere ascoltate e
comprese.
-
E’ raro che le persone
accettino consigli, specialmente quando pensano che non siano i
consigli giusti.
-
Se il consiglio si rivela
sbagliato, la persona che lo ha accettato potrà abdicare alla
responsabilità personale: dopo tutto, non era stata un'idea
sua.
-
E’ necessario che i
clienti nel counselling sentano che le loro abilità ed esperienze
sono ritenute e trattate come valide. Qualunque consiglio da parte
di un counselor metterebbe in discussione questo principio
basilare.
-
L'equità è vitale nella
relazione di counselling. Se vengono dati consigli il ruolo di
esperto del counselor viene rinforzato e l'equità viene
negata.
-
Dare consigli può essere
offensivo e intrusivo, specialmente quando la persona che li riceve
è sconvolta e vulnerabile.
-
Non ci sono due sole persone
al mondo che abbiano la stessa esperienza di vita, quindi un
consiglio si addice di più a chi lo fornisce che a chi lo
riceve.
-
I consigli tendono a
considerare soltanto gli aspetti più superficiali di un problema,
aggirando o ignorando le questioni più profonde che spesso sono
quelle nodali.
-
Dare consigli è un sistema
di comunicazione a una sola via. Nel counselling il cliente
dovrebbe essere coinvolto attivamente nell'intero
processo.
-
E’ difficile che i
consigli aiutino i clienti a cambiare.
Tenute presenti tutte
queste critiche che possono essere mosse al fatto di dare consigli,
sorge spontanea la domanda «Perché alcune persone chiedono e si
aspettano di ricevere consigli, specialmente quando cominciano un
counselling?».
Il più delle volte i
clienti considerano il counselor come un «esperto». Di solito
quindi abbisognano di un certo tempo prima di familiarizzarsi con
la vera natura di questo tipo di relazione. In ogni caso, le
richieste di consiglio dovrebbero sempre essere gestite con
sensibilità e rispetto, guidando il cliente verso una
partecipazione più attiva al processo di
counselling.
I clienti talvolta
chiedono consigli per sottrarsi al bisogno di fare cambiamenti
importanti. Ricevere un consiglio è molto più semplice che
imbarcarsi nel processo - spesso doloroso - di autoesaminarsi e
cambiare. Altre volte i clienti chiedono un consiglio semplicemente
perché desiderano parlare. Non sapendo come avviare la
conversazione, vedono nella richiesta di consiglio un modo per
riuscirci o comunque un modo per attirare l'attenzione dei
counselor.
Va poi considerato
che la maggior parte delle persone che iniziano un counselling lo
fanno di propria volontà, ma ci sono casi in cui si ricevono
pressioni per sottoporvisi. Quando si è stati indotti a iniziare un
counselling, c'è un naturale risentimento - spesso nascosto - da
parte del cliente, e chiedere un consiglio è un modo di stare al
gioco. Va detto che in genere le persone non dovrebbero essere
«mandate» a fare un counselling.
Da quanto
tempo si usa il counselling?
Il counselling e la
psicoterapia hanno una lunghissima tradizione. Le parole
«counselling» e «psicoterapia» vengono spesso usate in modo
intercambiabile e, di fatto, è difficile rilevare differenze
precise fra le due pratiche. Le differenze, quando esistono, spesso
si riferiscono alla lunghezza e al tipo di formazione, ai vari
orientamenti teorici e al lavoro che il professionista qualificato
sceglie di fare.
Molti pensano che il
counselling e la psicoterapia siano prodotti dell'ultima parte del
Novecento, privi di background e di antecedenti. La proliferazione
di
counselor
e di servizi di counselling è stata così imponente, per lo meno
negli ultimi dieci anni, che è difficile non associare a queste
realtà impressioni di novità, moda e innovazione. Ma le persone si
sono sempre preoccupate di aiutare e di prendersi cura degli altri.
li mutuo sostegno è sempre stato necessario per la sopravvivenza.
La maggior parte delle religioni pongono una grande enfasi sul
mutuo sostegno e sul prendersi cura degli altri. Inoltre, c'è nella
tradizione cristiana la pratica della confessione, che a parte il
suo significato spirituale è ritenuta psicologicamente
benefica.
A parte le influenze
generate dalla religione, il counselling affonda le sue radici
nella psicologia, nella psicoanalisi e, più recentemente, nel
movimento umanistico. La psicoanalisi ebbe origine con Sigmund
Freud agli albori del nostro secolo, mentre la psicologia, che si
riferisce alla scienza e allo studio della vita mentale, ha una
lunga storia. La parola «psicologia» venne usata per la prima volta
nel Diciottesimo Secolo quando iniziò a indicare quella branca
della filosofia che si occupa dello studio della mente e delle sue
attività fra cui la percezione, l'introspezione, il ragionamento e
il pensiero (The Oxford
Comparison to the Mind, 1987).
L'umanesimo
contemporaneo ha generato una miriade di modelli teorici di
counselling, fra cui l'approccio centrato sulla persona di Carl
Rogers, l'analisi transazionale di Eric Berne e la terapia della
Gestalt di Fritz Perls, nonché l’ipnosi di Milton
Erikson.
Il
cambiamento degli atteggiamenti delle persone rispetto alla forma
fisica e alla salute hanno posto l'accento sulla responsabilità di
ciascuno rispetto alla sua salute e al suo benessere. Ora i farmaci
prescritti dal medico non sono più l'unica risposta alla malattia
fisica e psicologica, ed è enormemente cresciuta la consapevolezza
generale di altre forme di trattamento. Fra tali altre forme c'è il
counselling che viene considerato sempre di più come un valido
aiuto per i problemi psicologici e emozionali, benché non sia certo
esente da critiche.
In
Gran Bretagna, la British Association for Counselling (BAC) è nata
nel 1976, benché prima esistesse già lo Standing Council for the
Advancement of Counselling (SCAC). I membri della BAC sono
diventati sempre più numerosi, e nel 1994 è nata la European
Association for Counselling (EAC) per rispondere ai bisogni delle
diverse nazionalità in Europa e per «assistere l'ulteriore sviluppo
dei counselling come professione in Europa» (EAC,
1995).
Quali
sono le abilità di counselling?
Le abilità di
counselling comprendono l'ascolto attivo, il formulare domande in
un modo che aiuti e non faccia sentire sotto interrogatorio; la
riformulazione di quel che i clienti hanno detto per aiutarli a
chiarificare i loro pensieri, sentimenti e idee; il riassumere il
contenuto di quel che hanno detto; l'aiutarli a essere più
specifici e a focalizzarsi sulle aree e sulle questioni chiave che
potrebbero essere più problematiche o difficili per loro da
gestire.
Tali
abilità sono centrali nell'opera di Gerard Egan, al cui modello di
counselling a tre fasi abbiamo già fatto riferimento. Egan parla
anche delle abilità di mettere in discussione, di dare
informazioni, di mettere in risalto le incoerenze, di comunicare
empatia per tutto il processo del counselling e di aiutare i
clienti a delineare e attuare specifici piani di azione (Egan,
1990).
Ecco altre abilità
usate nel counselling:
-
scegliere strategie
appropriate
-
aprire e chiudere il
colloquio
-
stabilire un rapporto di
fiducia
-
dare una struttura e un
ritmo alle sedute
-
usare la comunicazione non
verbale rispondere ai segnali non verbali
-
saper tollerare il
silenzio
-
dare
feedback
-
porre
obiettivi

Abilità interpersonali e di
counselling.
Quali
sono le persone che usano le abilità di
counselling?
Oltre ai counselor e
agli psicoterapeuti di professione, ci sono altre persone che,
nell'ambito di svariati lavori, usano per lo meno alcune delle
abilità di counselling. Gli assistenti sociali, in primo luogo,
ricevono una formazione che permette loro di valersi ampiamente
delle abilità di counselling (ascolto, formulazione di domande,
ecc.).
Sempre
più numerosi professionisti, fra cui gli insegnanti, gli
infermieri, i terapisti occupazionali, i sacerdoti e gli psicologi,
sono interessati ad acquisire abilità di counselling. Molti di loro
si iscrivono a corsi di counselling. Alcuni counselor esperti
operano per organizzazioni di volontariato, benché in questi casi
il tipo di formazione differisca a seconda dei bisogni di ciascuna
categoria di clienti.
Probabilmente
le persone che più possono beneficiare di una formazione di
counselling sono gli assistenti sociali, gli infermieri e gli
insegnanti che lavorano a stretto contatto con altre persone come
parte integrante della loro professione, poiché è caratteristico
delle loro mansioni il fatto di aiutare individui con problemi
emozionali o psicologici.
Il
counselling è diverso da altre attività di
aiuto?
Molte
persone usano varie abilità di counselling nel loro lavoro,
talvolta il loro programma di formazione professionale comprende la
costruzione di alcune abilità di questo tipo, ma ciò non significa
che esse siano counselor qualificati. Comunque, il fatto che una
persona non sia un counselor qualificato non significa che sia
incapace di offrire il più alto livello dì sostegno e di aiuto.
Vale la pena di ricordarsene poiché è ai counselor ufficiali che
viene dato tutto il credito - e talvolta il biasimo - del fatto di
essere presenti nelle situazioni di emergenza.
La
formazione del counselor, in ogni caso, è specifica del
counselling, mentre altri tipi di formazione, come quelle
dell'assistente sociale e dell'infermiere, non lo sono. Talvolta
gli infermieri, gli assistenti sociali e gli insegnanti si
iscrivono a un corso di counselling e in questo caso divengono
counselor a pieno titolo. Dopo aver ricevuto una formazione
appropriata, queste persone possono operare come counselor, ma
spesso il loro primo lavoro pone alcuni limiti alla quantità di
puro counselling che possono fare. Il ruolo dell'insegnante, per
esempio, implica la necessità di dare consigli e istruzioni, fra le
altre cose, e tali mansioni sono molto diverse da quelle previste
dal counselling psicoterapeutico. E allora, viene da chiedersi,
perché persone già qualificate in un'area professionale decidono di
ricevere una formazione di counselling? La risposta è che una
simile formazione tende a migliorare la loro competenza
professionale perché aumenta le loro abilità globali di
comunicazione e di rapporti interpersonali, oltre a dare loro una
comprensione più profonda di se stessi e degli altri. C'è spesso
anche una ragione pragmatica, poiché ogni tipo di formazione
specializzata tende a rendere più appetibile un curriculum vitae e
ciò può tradursi in offerte di nuove occupazioni o in
promozioni.
Gli
amici e i familiari possono fare counselling?
Il problema insito
nel tipo di counselling che può essere offerto da amici e familiari
è che spesso contiene consigli i quali, pur con le migliori
intenzioni, risultano raramente utili nel lungo periodo dato che le
difficoltà di una persona sono soltanto sue e non possono essere
risolte con modalità superficiali che le trascendano. Nelle
situazioni in cui si ricevono consigli si hanno poche possibilità
di guardare sotto la superficie delle cose, di impegnarsi in un
processo di autoesame e di determinare esattamente che cosa davvero
si voglia e si desideri. C'è anche un'altra ragione che rende
inopportuno il counselling da parte di parenti e amici. questi
ultimi possono rimanere sconvolti o almeno contrariati quando i
loro consigli non vengono accettati.
Può
anche accadere che amici e familiari siano coinvolti emozionalmente
nel problema e ciò può inibire le loro capacità di ascolto attivo.
Possono voler parlare di se stessi, e anche questo inibisce il
processo dell'ascolto attivo che richiede invece una concentrazione
assoluta e la capacità di mettere da parte le proprie
preoccupazioni. E’ solo in questo modo che si può essere
interamente disponibili per l'altro.
Parenti
e amici possono rimanere sconcertati o sconvolti perché i problemi
discussi urtano contro il loro senso del benessere, li disorientano
e rendono precario il loro equilibrio. Possono «preoccuparsi» della
persona che espone il problema e la preoccupazione può indurre a
esercitare un controllo. Se qualcuno si preoccupa per me, posso
sentirmi obbligato a dimenticare i miei problemi o per lo meno a
far finta di averli dimenticati o risolti - per essere d'aiuto al
disagio del mio interlocutore.
Questo
non avviene nelle situazioni di autentico counselling perché il
counselor, nel corso della sua formazione, avrà lavorato su se
stesso esaminando tutti i problemi e gli eventi della sua vita che
potrebbero provocare una simile reazione di controtransfert, benché
esista sempre la possibilità che un'area di vulnerabilità venga
occasionalmente attivata. L’approfondimento della formazione
del counselor va a “correggere” questi elementi
permettendo di dare trasparenza alla propria identità di
professionista in merito.
Talvolta
amici e parenti offrono una generica comprensione o simpatia alla
persona in difficoltà, e certo questo può essere sufficiente ad
aiutare una persona che abbia un problema di lieve entità. I
counselor esperti, invece, ascoltano con empatia, il che significa
sintonizzarsi sul mondo interiore dei cliente per comprendere bene
le sue percezioni e i suoi sentimenti. La differenza fra la
simpatia e l'empatia è che la prima tende a essere superficiale,
mentre la seconda è più difficile e richiede sia un certo impegno
sia un forte desiderio di comprendere. Tali differenze verranno
discusse diffusamente nel capitolo terzo.
Nel
counselling è assicurato il segreto professionale. Anche quando non
può essere assicurato totalmente, i limiti a esso vengono discussi
con il cliente. Considereremo la natura dei segreto professionale e
i suoi limiti nei capitoli secondo e nono. Con gli amici e i
familiari, invece, la possibilità dei pettegolezzo è reale; anche
quando si promette di mantenere il segreto, c'è la tendenza
specialmente in famiglia - a considerare tutte le informazioni come
patrimonio comune che interessa tutto il gruppo. Inoltre, i
familiari hanno spesso alcune idee fisse sul modo in cui gli altri
membri della famiglia dovrebbero comportarsi, e quando le regole
familiari vengono infrante o messe in discussione c'è sempre il
rischio che prevalga il giudizio e che il sostegno venga revocato.
Purtroppo, questa è la stessa ragione per cui si è talvolta
riluttanti a rivolgersi a un sacerdote che inevitabilmente ci
giudicherà e ci farà sentire in colpa.
Una
critica che è stata rivolta al counselling professionale è che
cerca di usurpare il ruolo tradizionale della famiglia e degli
amici, e che tende a medicalizzare o perfino a creare problemi
anche quando non ne esistono. Tale impressione è talvolta
rafforzata quando si vedono alla televisione eventi tragici e i
counselor professionali che si rendono disponibili per coloro che
hanno bisogno di aiuto e lo chiedono. Ciò che tende a non essere
notato in questi casi è che gli amici e i familiari danno
effettivamente il loro aiuto nelle situazioni traumatiche, ma i
counselor offrono un servizio extra che considerato quanto si è
detto in questa sezione - può risultare più appropriato per alcune
persone, specialmente per quelle che sono riluttanti a scaricare
addosso a parenti e amici i dettagli di eventi disturbanti e
penosi.
L'autosviluppo
e l'autoconsapevolezza del counselor
L'autosviluppo e
l'autoconsapevolezza sono elementi importanti nella formazione di
un counselor perché questi processi, che sono spesso difficili e
dolorosi, rendono gli studenti capaci di comprendere meglio se
stessi. Una certa comprensione di sé è necessaria per chiunque
operi a stretto contatto con altre persone, ma è particolarmente
importante per chi desideri lavorare con i clienti nel counselling.
A meno che non venga dato modo agli studenti di guardare da vicino
i propri sentimenti, essi non saranno in grado di comprendere la
vasta gamma di emozioni provate dai loro clienti e potranno perfino
confondere i loro sentimenti personali con quelli dei
clienti.
Un
altro importante aspetto dell'autoconsapevolezza è
l'identificazione e la comprensione dei propri pregiudizi e lati
oscuri. Ciò può risultare particolarmente difficile per gli
studenti, specialmente all'inizio della formazione. La maggior
parte di noi tende a ignorare e trascurare le proprie imperfezioni
e inadeguatezze, e infatti alcuni dei nostri atteggiamenti più
inveterati non vengono mai messi in discussione. Ma senza renderci
conto dei nostri difetti, non sono possibili la vera umiltà e la
modestia ed esiste il pericolo che la boria o la presunzione
incrinino le relazioni future con i nostri clienti. Anche le
questioni relative al modo in cui trinciamo giudizi morali su altre
persone e il loro valore vanno discusse e riconosciute, cercando di
raggiungere un atteggiamento obiettivo e privo di
pregiudizi.
Ci
sono vari modi in cui gli studenti possono essere incoraggiati a
impegnarsi in un autoesame, e alcuni di tali modi verranno discussi
più avanti in questo capitolo. Comunque, elenchiamo di seguito le
cose che più favoriscono l'autoconsapevolezza nella formazione di
un counselor:
- lavorare con i
clienti
-
fare counselling insieme a un altro studente
-
le discussioni di gruppo
-
l'addestramento nelle abilità di counselling
-
la lettura
-
lo studio e la ricerca
-
la conoscenza della teoria del counselling
-
il counselling personale
-
la supervisione
-
corsi di studio sotto la guida di un tutor
-
corsi residenziali
-
seminari
-
conferenze
-
compiti scritti
-
compilazione di questionari
-
pratica con il video
-
feedback dal gruppo dei pari
-
il training nelle abilità assertive
-
lo sviluppo delle abilità di pensiero critico
-
un diario che registri i progressi e l'autosviluppo
personale
Si tratta chiaramente
di un elenco molto lungo, ma tutti questi elementi sono essenziali
per un progresso e uno sviluppo globale durante la formazione.
Forse una delle esperienze più interessanti e illuminanti per i
futuri counselor è l'esposizione al vasto spettro di idee e
narrazioni relative all'esperienza personale che emergono dalle
discussioni di gruppo con i compagni di corso. Infatti l'analisi
personale è uno degli aspetti più importanti della formazione e
tende a prendere gli studenti di sorpresa.
Le abilità intellettuali e le conoscenze
teoriche non bastano per una buona formazione, poiché il processo
di autoesame e il bisogno di sviluppare una buona
autoconsapevolezza sono altrettanto se non addirittura più
importanti. L'interazione con altre persone - specialmente
nell'ambiente sicuro della formazione - può essere molto utile in
questo senso. Può essere poi necessario discutere le questioni
relative alla sessualità - propria e altrui - per individuare i
meccanismi di difesa individuali e i lati oscuri. Il riconoscimento
delle difese personali o dei propri punti deboli non deve essere
sempre «confessata» o articolata apertamente nel gruppo. Talvolta
gli studenti, sulla base delle interazioni e discussioni di gruppo,
hanno degli insight su se stessi in vari momenti della formazione,
e spesso tali insight sono talmente privati che risulterebbe non
necessario o finanche inappropriato rivelarli ai compagni. Va
aggiunto comunque che nella terapia di gruppo c'è un'enfasi diversa
sull'autorivelazione dei partecipanti. C'è cioè l'intrinseca
aspettativa che gli studenti si impegnino ad alti livelli in un
lavoro rivolto alla propria interiorità, ponendosi domande e
cercando di svelarsi a se stessi.
Perché
si desidera diventare counselor?
Sono molte le persone
che desiderano diventare counselor perché sono animate da un
desiderio genuino di aiutare gli altri. Ciò è particolarmente vero
per coloro che già operano in ambiti di cura - come gli infermieri
e gli assistenti sociali - e che decidono dì ampliare la loro gamma
di abilità attraverso una formazione di counselling. E’
naturalmente molto più facile rapportarsi agli altri e comprenderli
se si sono sviluppate buone capacità interpersonali. Talvolta gli
studenti iniziano la formazione con l'idea dì aprire uno studio e
diventare counselor a tempo pieno. Tale ambizione, benché talvolta
venga realizzata, è spesso abbandonata durante la formazione
allorché si giungono a comprendere le difficoltà e le
responsabilità del counselling. In altre parole, l'idea del
counselling come carriera basata esclusivamente su considerazioni
di carattere finanziario giunge a essere vista come irrealistica,
ingenua e perfino immorale.
Forse
la ragione più importante - e spesso non riconosciuta. - che le
persone hanno di diventare counselor è che hanno esse stesse
bisogni ancora insoddisfatti. I problemi irrisolti, i bisogni e
spesso i traumi possono spingere una persona ad aiutare altre
persone che presentano difficoltà emozionali da risolvere. Il
processo di occuparsi dei problemi di qualcun altro, di
concentrarsi sui problemi di altri, è spesso funzionale per certuni
perché serve a oscurare o mascherare il bisogno di considerare i
propri problemi e risolverli. Altre ragioni per diventare counselor
possono essere il bisogno di piacere agli altri, di essere
necessari, di sentirsi importanti o in una posizione di controllo,
o di ricevere il rispetto che non si riesce a ottenere nelle
relazioni interpersonali.
Per
le ragioni summenzionate, è fondamentale che i futuri counselor si
occupino dei proprio autosviluppo e della propria
autoconsapevolezza. I counselor che già lavorano con i clienti
dovrebbero ricevere una regolare supervisione, fra le altre cose,
per essere aiutati a monitorare i propri sentimenti in relazione ai
clienti.
In
particolare é attraverso i processi di autoconsapevolezza e
autosviluppo che gli studenti possono imparare a identificare e a
separare le questioni e i problemi personali da quelli delle altre
persone. Un corollario di ciò è che, una volta che i problemi
personali siano stati chiaramente identificati, essi possono essere
affrontati e auspicabilmente risolti, rendendo in tal modo il
counselor più «disponibile» per i clienti. Tale disponibilità del
counselor è fondamentale per una buona pratica di counselling e si
riferisce alla capacità di essere mentalmente e fisicamente
presente per i clienti, affinché l'attenzione sia focalizzata sui
bisogni dei cliente e non sui propri.
Quali
sono le qualità di un buon counselor?
Tra le abilità
interpersonali e di counselling che costituiscono una parte
indispensabile della formazione di un counselor, le abilità di
ascolto, della consapevolezza della comunicazione non verbale in se
stessi e negli altri, di saper formulare le domande appropriate, di
identificare i sentimenti, di riformulazione, di riassunto e di
gestire il silenzio sono tra le aree essenziali in cui il counselor
deve eccellere.
Oltre
alle abilità pratiche essenziali, comunque, ci sono altri
prerequisiti ugualmente importanti - per l'efficacia di un
counselor. Essi comprendono quelle a cui Carl Rogers si riferiva
definendole le condizioni chiave dell'empatia, dei rispetto e della
congruenza, che considerava i principali attributi di un counselor
efficace (Rogers, 199 la). Questi concetti verranno discussi
diffusamente nel capitolo terzo, ma poiché rappresentano qualità
fondamentali per un buon counselling dovremo farvi cenno in modo un
po' più esteso fin d'ora.
E’
difficile immaginare come un counselor potrebbe essere efficace
senza l'abilità di provare empatia per i suoi clienti. La parola
«empatia» si riferisce a una particolare caratteristica che, quando
è presente, rende una persona capace di comprenderne un'altra in
modo molto profondo. Ciò può avvenire soltanto quando c'è una
comunicazione veramente stretta fra due persone, e quando si fa uno
sforzo particolare per mettersi nei panni dell'altro allo scopo di
riuscire a percepire la realtà dalla prospettiva dell'altro.
E’ questa la base dell'insight e della vera
comprensione.
E’ parimenti
difficile immaginare come un counselor potrebbe essere efficace
senza il rispetto per i clienti. L'espressione «considerazione
positiva incondizionata» è quella che Rogers usava spesso in
relazione al rispetto, e anche la parola «valorizzazione» viene
usata dall'autore dell'approccio centrato sulla persona (Rogers,
1991b).
Rispettare
e valorizzare i clienti significa accettarli in modo totalmente non
giudicante, perfino se le loro azioni o i loro sistemi di valori
fossero molto differenti da quelli dei counselor. Accettare e
rispettare i clienti tuttavia non sarebbe possibile senza un pieno
autosviluppo del counselor, che in genere viene acquisito nella
formazione. Sono necessarie l'accettazione dei propri difetti e
limiti e la volontà di lavorare per una maggiore consapevolezza
prima che possa esistere una vera accettazione degli
altri.
La terza condizione
rogersiana, della congruenza o genuinità, si riferisce all'abilità
del counselor di essere realmente una persona aperta rispetto al
cliente. Tale apertura si basa sull'onestà e su una comunicazione -
sia verbale che non verbale - chiara, ma ciò non significa che ogni
suo pensiero debba essere espresso automaticamente. E’ ovvio
che sono soltanto gli aspetti della comunicazione rilevanti e utili
per ciascun particolare cliente a dover essere espressi
direttamente.
Fra
le altre qualità che sono auspicabili in un counselor vi sono un
interesse genuino per le altre persone e interessi che esorbitìno
dal contesto dei counselling. Possono sorgere problemi scottanti o
un counselor investe tutto se stesso nella professione con il
risultato che i clienti diventano necessari per il suo senso di
benessere. Senza contare che esiste l'ulteriore pericolo di un
attaccamento emozionale inappropriato ai clienti, se la vita
personale e le relazioni dei counselor sono prive di altri reali
interessi e impegni.
I
counselor devono essere consapevoli del fatto che i clienti, i
quali sono spesso emozionalmente vulnerabili, possono essere
sfruttati, anche senza rendersene conto, dai counselor quando i
loro bisogni emozionali non vengano soddisfatti in altra sede.
Alcuni di questi problemi, che si riferiscono al transfert e al
controtransfert nel counselling, verranno discussi nel capitolo
nono.
Va
da sé che chiunque si proponga di aiutare altre persone che fanno
esperienza di problemi dovrebbe essere capace dì gestire
efficacemente i problemi che sorgono nella sua vita personale. Ciò
non vuoi dire, naturalmente, che i counselor dovrebbero vivere vite
perfette e esenti da problemi, poiché una cosa dei genere è
impossibile per qualunque essere umano. Ma vuoi dire senz'altro che
un counselor dovrebbe identificare i suoi problemi personali e
impiegare strategie di fronteggiamento che comprendano anche una
terapia di counselling, se necessario. I counselor devono sapersi
prendere cura di se stessi e ciò significa che innanzitutto devono
avere una buona autostima.
Un'altra
caratteristica del counselor efficace è quella di ammettere i
propri errori, imparare qualcosa da essi e quindi impegnarsi nel
processo spesso difficile del cambiamento. E’ dì grande aiuto
avere un buon senso dell'umorismo ed è importante la capacità di
ridere delle contraddizioni e delle incongruenze della vita in
generale. Anche la flessibilità di pensiero, la creatività e le
abilità di problem solving sono essenziali, come pure la capacità
di rilassarsi e di godere di attività culturali, artistiche,
ecc.
I
counselor devono essere obiettivi e privi di pregiudizi nei loro
atteggiamenti ed essere consapevoli e rispettosi di diverse culture
- inclusa la loro. L'accettazione delle altre persone, prescindendo
dalla loro razza o religione o dal loro orientamento sessuale, è
un'esigenza fondamentale del counselìng, come lo è l'accettazione
delle persone dei più diversi gruppi sociali
E’ molto utile
che i counselor facciano chiarezza sulle loro priorità e sui loro
obiettivi, e che comprendano la natura della loro ambizione e come
essa possa influenzare il loro lavoro e le loro relazioni. Un
corollario di ciò è che sarebbe auspicabile un certo equilibrio nel
rapporto fra se stessi e gli altri. La sovrastima di se stessi
rovina quanto la tendenza a sottovalutarsi, poiché quando le
persone cominciano a vedere se stesse e il proprio contributo come
indispensabili il burnout diventa una possibilità
tangibile.

ECCO un elenco delle
qualità di un counselor efficace
-
Buona auto stima di base.
Interesse per la gente.
-
Competenza in relazione alle
abilità di counselling.
-
Comprensione della teoria e
del processo del counselling.
-
Comprensione di
sé.
-
Rispetto sia per le
diversità culturali sia per la propria cultura.
-
Accettazione per le persone
di gruppi razziali e religiosi diversi dal
proprio.
-
Rispetto per le persone con
un orientamento sessuale diverso dal proprio.
-
Capacità di prendersi cura
di se stessi.
-
Creatività e flessibilità di
pensiero.
-
Senso
dell'umorismo.
-
Capacità di godersi la
vita
-
Capacità di formare e
mantenere relazioni.
-
Capacità di sentire e
comunicare empatia.
-
Capacità di gestire problemi
personali e di chiedere aiuto se necessario.
-
Capacità di imparare dai
propri errori e di cambiare se necessario.
-
Un senso di equilibrio circa
la propria importanza rispetto agli altri.
-
Vari interessi culturali e
artistici.
-
Chiari limiti emozionali
rispetto a se stessi e ai clienti.
-
Un atteggiamento non
giudicante rispetto agli altri.
-
Insight sulle proprie
ambizioni e sui propri obiettivi personali.
-
Valori perdonali che non
vengono travasati a forza negli altri
-
Capacità dì essere onesti e
genuini in relazione a se stessi e agli altri.
Quali sono
gli scopi del counselling?
Il counselling è
un'attività che si verifica quando una persona cerca aiuto per
risolvere dei problemi personali e un'altra persona - il counselor
- fornisce tale aiuto. li counselling si verifica anche in un
setting di gruppo, e in questo caso un certo numero di persone
ricevono aiuto simultaneamente non soltanto dal counselor, ma anche
dall'interazione con gli altri membri dei
gruppo.
Abbiamo detto anche
che i clienti nel counselling vengono visti da una prospettiva
empatica. Ciò significa che i counselor riconoscono e alimentano le
risorse, le capacità e i punti di forza propri dei clienti in
relazione alla soluzione dei problemi. Il counselor perciò non si
pone in qualità di tecnico esperto, ma come una persona che offre
aiuto e, soprattutto, è convenientemente formata per offrirlo. I
consigli non fanno parte del counselling psicoterapeutico, benché
capiti spesso che i clienti ne chiedano; lo scopo principale del
counselling consiste nel porre i clienti in grado di identificare
di che cosa essi stessi abbiano bisogno e che cosa vogliano. Benché
le difficoltà dei clienti spesso cozzino o addirittura derivino
dalle relazioni con altri, fra cui familiari e amici, soprattutto i
clienti si trovano nella posizione di percepire e comprendere
pienamente il contesto e tutte le sfumature di queste difficoltà. I
counselor hanno la funzione di aiutare i clienti a parlare dei loro
problemi in un setting confidenziale, a esprimere i sentimenti
associati a tali problemi, ad aiutarli a ideare piani e strategie
per risolverli o gestirli.
Un
punto essenziale da tenere presente in relazione agli scopi o
obiettivi del counselling è che, sebbene i counselor aiutino i
clienti a identificare e gestire i loro problemi, essi non si
propongono di cambiarli o di renderli cittadini con un maggior
grado di «adattamento». Quando i clienti effettuano un cambiamento
con i loro propri sforzi spesso sentono che la vita diventa più
facile all'interno della loro rete sociale, ma ciò avviene come
diretta conseguenza del loro impegno e dei loro risultati
personali.
Tuttavia,
poiché la relazione fra counselor e cliente è chiaramente
l'elemento più influente nel counselling, i valori e gli
atteggiamenti del counselor - anche quando non vengono verbalizzati
- non potranno non avere qualche effetto sulle scelte operate dai
clienti. Ciò probabilmente spiega perché venga talvolta espressa
inquietudine o vero e proprio allarme sociale - spesso attraverso
titoli sensazionalistici - a proposito della proliferazione di
servizi di counselling e di psicoterapia. Talvolta i giornali
pubblicano articoli che enfatizzano gli aspetti del counselling che
hanno dato motivo di preoccupazione. Gli aspetti preoccupanti
riguardano la possibilità dello sfruttamento finanziario,
emozionale o perfino sessuale dei clienti.
L'idea
che si possa essere "modificati" contro la propria volontà dai
counselor è un'altra delle ansie che vengono talora espresse. E'
necessario che gli studenti siano consapevoli delle critiche e dei
timori che circondano il counselling e che comprendano le legittime
preoccupazioni che li alimentano.
Brani tratti dal libro:
Margaret Hough - ABILITA' DI
COUNSELLING - Edizioni Erickson.
Nell’intento di chiarire ed approfondire la qualità formativa
della nostra scuola eccovi una breve disgressione sul nostro
percorso formativo attraverso le diverse figure professionali del
counsellor, coach e mentore.
1
– COUNSELLING PER CASO
Le
caratteristiche che si mettono in evidenza negli individui devono
essere spiegate o mettendo in luce l’ambiente, considerandone
la ricchezza, gli stimoli, le potenzialità, o invocando la
conformazione intrinseca dell’individuo stesso, il suo
genotipo, il DNA, la sua struttura.
In
entrambi i casi siamo però fuori strada: il vero punto di forza è
il considerare la relazione che intercorre tra l’ambiente e
la struttura della vita. Sebbene se ne parli tanto, ancora non si
sono fissati criteri precisi e chiari che ci permettono di
comprendere l’organizzazione che si viene a creare tra
organismo e ambiente, che è la vita stessa.
La
quantità non può mai spiegare la struttura; il metodo diffuso di
considerare l’energia come elemento esplicativo è errato,
perché la quantità non è in grado di spiegare la struttura. La
metafora sempre più diffusa dell’”energia” come
strumento esplicativo, non fa raggiungere lo
scopo.
Se
facciamo un esempio concreto, forse, ci può aiutare a comprendere
meglio il concetto: se consideriamo una catena fatta di N anelli,
nel momento che applichiamo una tensione a questa catena, ed
avessimo tutti gli anelli perfettamente identici tra loro, la
catena non si spezzerebbe mai. Ma questa è solo una condizione
teorica, perché ogni catena possiede anelli diversi, prendendo in
considerazione la loro consistenza. Solo nel momento in cui si
scopre l’”anello debole”, si può parlare di una
tensione che spezza la catena. Dunque la struttura è latente nella
catena, prima che sia applicata qualunque tensione. Questo perché
la tensione, semplicemente, perturba la catena; è la struttura
presente nella catena che ne determina la possibile
rottura.
Quest’esempio
ci permette di capire meglio la relazione che sussiste tra noi e
noi stessi, tra le nostre intenzioni (costituite da limiti e
possibilità) e le occasioni della vita.
Nel
momento che scopriamo in noi l’origine di un cambiamento,
mettiamo in luce la nostra struttura, i suoi anelli forti come i
suoi anelli deboli.
L’individuo,
spesso, arriva per caso a considerare la sua esperienza come
occasione di cambiamento personale. Il saper ascoltare gli altri,
il saper aspettare, il suggerire un percorso di cambiamento,
trovare nuove risposte a vecchie domande, è un modo di coltivare la
relazione con gli altri, in cui si è soggetti attivi dei loro
cambiamenti. Questo percorso, alle volte, si trasforma da elemento
di computazione casuale (insieme di minime operazioni casuali,
generate dall’intelligenza) ad uno cogito (pensiero complesso
articolato, che porta alla conoscenza e, dunque, a sviluppare una
competenza). Attraverso questo metodo, come percorso che la persona
riesce a prevedere e, in seconda battuta, a perpetrare, si delinea
la figura del counsellor.
2 – COACHING PER SCELTA
Un buon coach
matura la sua scelta attraverso la volontà di ottimizzare un
metodo, nel raggiungimento di un obiettivo, una sorta di
ingegnerizzazione del cambiamento che, per il counsellor, era
generato dal bisogno del paziente di cambiare, mentre per il coach
nasce dal desiderio di migliorare e di permettere al proprio
cliente di raggiungere e mantenere un obiettivo.
L’idea
di ingegnerizzazione, ci permette di comprendere che cosa può voler
dire far coincidere il proprio livello potenziale con quello
reale.
In
fondo il coach, ottimizzando un percorso, propone il modo migliore
con cui presentare se stessi, consapevole del fatto che, solo
attraverso la relazione di se stesso con il mondo, è possibile
raggiungere pienamente i propri obiettivi.
Sull’onda
della consapevolezza che una persona riesce a raggiungere,
ottimizzando il proprio percorso di cambiamento, viene spontaneo
considerare la vocazione presente nel coach, dove
l’intenzionalità, rafforzata e consapevolizzata, ha la forza
di creare al proprio cliente le occasioni , di modificarle a
proprio favore e far raggiungere il traguardo prescelto. Per questa
ragione è possibile parlare di coach come
scelta.
3 – MENTORING PER MISSIONE
Quando il mondo
non ti basta, ti è stretto, quando ogni situazione che vivi, in
fondo, la trovi incompleta, quando cambieresti continuamente pur di
vivere delle emozioni, allora non sei più alla ricerca del bisogno
o del desiderio, bensì hai bisogno di saggezza.
Se
per le soluzioni di aiuto del counsellor c’è una sorta di
riequilibrio tra parte emotiva e razionale e per i suggerimenti del
coach, l’attività organizzativo - logico – razionale è
quella cui maggiormente si fa appello, per il mentore lo sviluppo
dell’intelligenza emotiva è l’elemento
determinante.
Colui
che dispensa saggezza ti avvicina alla vita con semplicità, ti fa
naturalmente riacquistare un equilibrio tra le tue intenzioni
(consce ed inconsce), le tue decisioni razionali (senso comune
condiviso) e la tua passione ed emozione per la
vita.
Troppo
spesso le decisioni vengono prese in modo avventato o si affronta
la vita in modo sregolato subendone
l’incidente.
Ogni
livello di complessità di pensiero (ad esempio l’Umanità, la
sua evoluzione attraverso le sue invenzioni), porta con sé
l’incidente, che rappresenta il rischio che si corre nel
tentativo di dominare tale complessità.
Quando
fu inventata l’automobile, l’incidente ne fu la
conseguenza; quando fu inventata la teoria della relatività, la sua
applicazione bellica portò con sé un incidente: la bomba
atomica.
Così
nella vita della persona i cambiamenti che si presentano,
l’evoluzione che si raggiunge, generano delle complessità che
portano con sé nuovi incidenti.
Alle
volte è necessario passare attraverso gli incidenti per raggiungere
una vera consapevolezza. La nostra intelligenza è la risposta
all’emergere di nuove complessità. L’intelligenza varia
nel corso della vita e, pur rispondendo prevalentemente a principi
di adattamento, si trova a manifestare vere e proprie forme di
creatività.
Il
mentore è colui in grado di cogliere la creatività delle persone e
declinarne le complessità; è colui che è capace di fare delle tue
parole una poesia o una melodia, restituendo sempre il tutto in una
forma di semplicità mai banale.
Potremmo
dire che il mentore, come saggio, porta nel proprio
“protetto” quella conoscenza che crea
quell’identità, che produce l’impegno al cambiamento
che la produce (produce nuova conoscenza). Il mentore è il miglior
profeta che possediamo, nel momento che sa guardare avanti
attraverso come noi siamo fatti.
Il
mentore è colui che sa mantenerti in uno stato mentale di
abbassamento della critica, per il tempo sufficiente perché tu
possa rinnovarti per rinnovare il tuo mondo, è in grado di
lasciarsi guidare da te, per poter divenire la tua unica
guida.
La
saggezza del mentore gli permette di cogliere il disequilibrio tra
l’adattarti al mondo ed il cercare di cambiarlo, suggerendo
come quando dove e perché intervenire.
Ma
se vogliamo veramente trovare una nuova risorsa nel mentore,
potremmo dire che è capace di creare in te quella struttura che ti
connette al mondo e agli altri e che genera continuamente soluzioni
e cambiamenti per la tua vita, tramite la reinterpretazione
continua delle tue relazioni.
A
tale titolo ci sentiamo di dire che il lavoro del mentore è una
missione, il sentirsi “mandati” a svolgere un compito
che può andare oltre ogni tipo di confine, dove non si viaggia
fisicamente ma attraverso la mente, dove si deve poter sognare con
gli occhi del nostro “protetto” fin’anche a
portarlo a vivere all’altezza dei propri
sogni.
Questo
è un modo di descrivere un lavoro complesso ed articolato come
quello del terapeuta. Siamo consapevoli che le contraddizioni non
sono nel mondo, ma solo nel nostro intelletto, nel modo che abbiamo
di descrivere la nostra vita in un gioco continuo tra osservatore
ed osservato, la vera sfida sta nel superare tale impasse, il
problema è sotteso al linguaggio con cui descriviamo noi stessi, il
mondo e la relazione con questo, una danza che crea l’idea di
noi stessi, del comprendere e del conoscere.
Per
concludere parafrasando l’esempio di un particolare saggio
qual è stato Wittgenstein, e la sua constatazione che il limite sta
nel nostro linguaggio con cui noi, che siamo lui, descriviamo lui
(il linguaggio) che è in noi: per Wittgenstein ciò che conta è la
prassi comune della vita quotidiana, le pratiche dette del senso
comune, i valori, le credenze, le convinzioni che permettono alla
vita di continuare, questo è ciò che conta
veramente.
E
il mentore questo lo sa.