Corso professionale con titolo di Counsellor Ipnologo in Ipnosi Costruttivista

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La figura del counselor

 

Pur lasciando spezio per approfondimenti e dettagli, scritti nelle tante pubblicazioni in merito, desideriamo lasciare al lettore alcuni elementi per poter inquadrare meglio la figura del counselor.
 

La figura del counsellor nasce intorno agli anni trenta in America e si sviluppa inizialmente nei paesi Anglosassoni prendendo piede come vera e propria professione, approdando in Europa attraverso la Gran Bretagna dove in breve tempo si afferma attraverso ruoli e funzioni ben specificate, se ne manifesta la presenza in molti stati.
 
Anche l’Italia, da diversi anni, vede all’opera nel campo sociale, formativo, e delle libere professioni, una nuova personalità che si é formata a quest’indirizzo; fino agli anni 70 circa non esisteva una specifica definizione di questa competenza, poi vedendo sempre più validi professionisti specializzati operare in settori diferenti con competenze da counsellor, formati in centri e scuole diverse per indirizzo e metodo seguti, si è provveduto a declinare il loro profilo professionale specifico.
Il counselor può essere definito come una persona che in un contesto professionale è capace di sostenere in modo adeguato una relazione con un interlocutore tirando fuori il meglio delle sue qualità, operando in relazione stretta col proprio cliente, attraverso un preciso percorso sia razionale che emotivo significativo per il proprio interlocutore.
 
Il Counselor ha un ruolo definito, non può essere confuso con un semplice consulente, o con un esperto di comunicazione, nè è semplicemente un esperto in soluzipone di problemi. Oltre ad essere consulente, diviene confidente per la persona, attraverso le proprie conoscenze e competenze è in grado di aiutare, con lo sviluppo di una intensa e completa esperienza relazionale e professionale, la soluzione dei quesiti che creano disagio esistenziale e/o relazionale del suo o dei suoi clienti.
 
 
La competenza del counselor si sviluppa attraverso la relazione interpersonale.
Il counselling può essere attuato in diversi contesti lavorativi.
 
Ma in quali situazioni è possibile operare come counsellor?
 
In verità non esiste un campo di attività specifico per il counselling.
Il ruolo del counselor è quello di una persona che favorisce l’emergere delle potenzialità del cliente, aiutandolo a superare quei limiti del proprio modo di pensarsi e di credersi, che ostacolano la sua realizzazione, questo può avvenuire in ogni tipo di contesto, in ogni campo professionale.
 
Possiamo vedere qui di seguito alcuni modi di intendere il lavoro del consellor:
 
*       counselling con singole persone, come con coppie, con famiglie, o con gruppi
 
*       counselling nelle aziende di differenti dimensioni o in varie strutture lavorative strutturate ed organizzate
 
*       counselling con persone anziane presso centri organizzati come pure in attività domiciliari
 
*       counselling nella sfera normale della sessualità con singoli o tra membri di una coppia,
 
*       counselling in comunità come scuole, istituzioni, organizzazioni di varia nutura
 
*      counselling di sostegno a violenze subite o ad abusi a sfonfo sessuale
 
*       counselling professionale per persone come per organizzazioni nella gestione delle riosorse umane in generale
 
*       counselling nel mondo dello spettacolo e dell’arte, della musica, del teatro, della letteratura, della danza, della pittura, come in tante altre forme creative
 
*       counselling nella gestione delle crisi in ambito di protezione civile o in situazioni di emergenza
 
*       counselling nella gestione di forme differenti di integrazione razziale e culturale
 
Il Counselor è dunque una Figura Professionale che, a seguito di un corso di studi formativo, è in possesso di un diploma rilasciato dalla scuola di formazione di riferimento, a sua volta riconosciuta come competente nel proprio settore con un orientamento teorico/pratico specifico.
Il Counselor (o counsellor) è in grado di tirare fuori il meglio dagli altri attraverso una relazione d’aiuto, favorendo nelle persone la soluzione dei propri disagi di origine psicologica o di altra natura, che però non comportino una ristrutturazione profonda della personalità, compito questo portato avanti da altre figure professionali.
Le esperienze nell’ambito dell’ipnosi e della teoria costruttivita permettono ai nostri counsellor di sviluppare una completa professionalizzazione, per altro unica al momento in italia, con lo strumento dell’ipnosi e le basi filosofiche e psicologiche della teoria costruttivita.
 

 
Un percorso una professione.........
 

Il terapeuta che è in noi!
 
Nel nostro lavoro di terapeuti ci siamo chiesti cosa fosse terapeutico,  cosa permetteva alle persone di stare meglio rispetto alla loro vita, alle loro abitudini, cosa permettesse alle persone di cambiare.
Per rispondere ad una domanda del genere non ci siamo posti sul piedistallo autorizzandoci ad essere referenti privilegiati nel ruolo di psicologi, bensì abbiamo volutamente considerato il bisogno e la ricerca di soddisfazione, cioè a dire dove vanno le persone normali che desiderano cambiare, migliorare la loro vita,  tirare fuori le loro qualità e potenzialità?
La maggior parte del lavoro che potremmo considerare “terapeutico” è svolto da persone, professionisti e non professionisti, che svolgono la loro attività in qualità di individui che si occupano di  relazioni d’aiuto, i loro ruoli operativi sono i più diversi:  medium, maghi, sensitivi, ed altri ancora.
In comune questi operatori hanno un’utenza che cerca risposte, cerca un aiuto, una guida, cerca di cambiare la propria vita, di migliorare la propria condizione, cerca un proprio ruolo, l’occasione, desidera conoscersi meglio, o è semplicemente curiosa rispetto alla vita, alle proprie esperienze.
La considerazione che la maggior parte delle persone normali si rivolgano a queste figure come interlocutori privilegiati e non  si rivolgessero a psicologi, medici, psichiatri, neurologi o psicotarapeuti ci ha fatto pensare: cosa fanno tali individui da essere così ricercati, è stata la domanda che ci siamo posti, cosa distingueva il loro lavoro dal lavoro di un professionista laureato?
La risposta ci è arrivata venendo a conoscere il loro modo di fare “terapia”, mettendo in luce le loro qualità, la loro competenza in merito al loro operato.
L’impressione che ne abbiamo avuto è stata di avere a che fare con persone normali, semplici, assolutamente simili ad altre persone con altri mestieri, dunque solo il loro  interesse specifico, verso le relazioni d’aiuto, distingueva il loro operato rendendoli utili.
L’idea stessa di terapia sembra aver cambiato aspetto rispetto a queste “normali” qualità manifestate da questi “terapeuti” considerati in fondo dilettanti, si potrebbe parlare veramente di terapia della normalità, di senso comune, caratteristiche, qualità o doti riscontrabili in ogni individuo, la differenza è proprio da ricercarsi nella dedizione e convinzione rispetto a ciò che si fa.
Ogni individuo possiede doti che potremmo definire terapeutiche, qualità e caratteristiche che lo rendono capace di relazionarsi con gli altri, consigliare un amico, essere educativi, aiutare, guidare il proprio figlio, consigliare come sconsigliare.
E’ stata questa considerazione che ci ha fatto maturare l’idea di formare operatori in relazioni d’aiuto, riscontrando nella figura del counsellor tale operatore.
L’idea di fondo da cui siamo partiti è stata duplice, da un lato formare counsellor partendo dalle doti e qualità che ogni persona porta con sè, anche in modo inconsapevole, rispetto a qualità relazionali e terapeutiche, dall’altro lato sviluppare concetti ed esperienze terapeutiche che possano realmente appartenere al quotidiano, all’interno di un bacino culturale, filosofico e scientifico, di grande respiro concettuale e di grande apertura rispetto a scenari futuri, rispetto allo sviluppo ed alla conoscenza dell’uomo.
A tale proposito l’ipnosi ed il costruttivismo sono gli spazi ideali per considerare l’idea di “breve terapia”, non terapia breve che dà, al contrario, l’idea di un percorso ridotto rispetto a terapie considerate lunghe e complesse, noi riteniamo terapeutico ciò che permette di restituire ad una persona autonomia e benessere psico-fisico rispetto ad un obiettivo stabilito, in tale direzione per noi non ha molto senso pensare di conoscere se stessi, la persistenza di un comportamento va intesa come mantenimento della propria identità, possiamo solo considerare l’idea di costruire noi stessi, mente e comportamento, scelte e decisioni sono costruzioni della mente non scoperte, non ha dunque peso pensare di scoprire parti di noi stessi senza rilevare le intrinseche intenzionalità che ci guidano rispetto a obiettivi pre-stabiliti.
Se dunque si può intendere la terapia in un contesto differente, possiamo ipotizzare che normalmente non ci sia patologia nella vita delle persone, se non unicamente un ordine differente in cui disporre le esperienze della vita, un’organizzazione di pensieri, che può risultare asincronica rispetto all’esterno.
Parlare di terapia della normalità è possibile se ci si orienta all’idea di guidare le persone verso il senso comune condiviso, pur mantenendo  le proprie personali idee sulla vita, le proprie intenzioni, decisioni, essere in grado di adattarsi al mondo, motivando la propria vita, finalizzandone intenzioni ed esperienze.
La vita non ha scopo, siamo noi a darle uno scopo, a motivarci, a ricercarne il fine, non c’è scopo fino a quando non si comincia a trovarne uno, o ad adottarlo, o a riceverlo da altri, lo scopo della vita è come un imprinting a cui si rimane esposti fino a farne una ragione di vita.
Lo scopo o gli scopi della vita si fissano in noi lasciandoci un grande senso di appagamento, di realizzazione, il gusto alla vita si struttura poco alla volta con i principi ipnotici orientativi semplici e facili da comprendere attraverso i principi orientativi ed ipnotici dell’educazione: a) il “caricamento” di un programma; b) rinforzi positivi ogni volta che il programma viene seguito;  c) rinforzi negativi ogni volta che il programma non viene seguito;  d) scoraggiamento verso qualunque tentativo di modificare, anche in modo creativo, il programma ricevuto.
L’organizzazione della vita attraverso programmi differenti mette in luce le relazioni che vanno mantenute e che favoriscono un orientamento verso il fine, lo scopo alla vita, che ci si è dati, la vita viene poi vissuta, in modo contingente, attraverso le esperienze che di per sè costituiscono la causa del mondo in cui ci si trova a vivere, attraverso il senso comune condiviso, la conseguenza delle  scelte, delle decisioni, delle possibilità e delle necessità che si è dovuti affrontare.
“Le disgrazie sono tali dal momento che le conosciamo, se non le conoscessimo non sarebbero disgrazie!”. La conoscenza ci orienta a dare valore ed importanza alle cose, la conoscenza non è disinteressata, ci obbliga a creare catene di causa ed effetto, ci orienta umori, volontà, intenzioni; la conoscenza è radicata in noi e pretende da noi azioni, comportamenti, volontà.
L’intelligenza è come un metodo che media tra computi differenti, (semplici elaborazioni della mente), generando dei cogiti, (pensieri compiuti), l’intelligenza è il passaggio da un computo ad un cogito, in tal modo è favorita e favorisce il movimento fisico e/o cognitivo.
Il binomio problematico rispetto all’esistenza delle persone è riassumibile in quello che è il “principio etico ed estetico” della vita; il primo, principio etico afferma: “agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”. Il secondo, il principio estetico dice: “se vuoi conoscere devi agire”.
Proprio da questi due principi generano la maggior parte dei problemi psicologici delle persone.
In primo luogo i problemi generano da ambienti poveri di stimoli, in cui le persone non trovano modo di soddisfare le richieste di movimento cognitivo che la loro intelligenza richiede (possibilità di scelta troppo limitate).
Il secondo problema è legato all’impossibilità di agire; quando si è bloccati da principi culturali, valori e credenze, che non ti lasciano libertà di azione (limitatori esistenziali che derivano dall’ambiente esterno).
In terzo luogo si può rimanere bloccati da un non efficace metodo interno di organizzazione.
In ultimo si riscontano problemi a fronte di un eccesso di stimoli esterni all’individuo, che generano confusione o cattiva organizzazione al suo interno.
Il problema è che fino ad oggi si sono curati gli effetti di tali limitazioni, definendoli patologie mentali; non si è studiata l’eziologia di tali problemi, per poter agire in modo preventivo, rispetto ai risultati negativi ottenuti.
Soprattutto non si è tenuto in considerazione il problema dell’”intellingenza”, uno perchè non la si conosce ancora, due perché lavorando a valle sugli effetti dell’intelligenza stessa, noi consideriamo patologico un effetto e lo curiamo non considerando il fatto che questo deriva da una legittima organizzazione a monte che è l’intelligenza.
Già nel 1941, A. Korzybski, nel suo libro “Scienze and sanity” citava la relazione tra mappa e territorio: un messaggio, di qualunque genere, non è costituito dagli oggetti che denota, la parola gatto non ci può graffiare; il linguaggio è in una relazione con gli oggetti che denota, pari a quella esistente tra una mappa ed il suo territorio.
La “mappa” delle patologie mentali è stata ricavata da un territorio, l’intelligenza, considerando, di questa, i soli effetti negativi ottenuti dalle esperienze umane.
L’intelligenza vive in una dimensione di gioco in cui più elementi possono essere messi insieme in modo creativo e fantastico, la dimensione di scopo o fine spesso prende il sopravvento e attraverso un percorso di causa/effetto viene ad autogiustificarsi come percorso cognitivo, smettendo in tal modo di essere gioco e prendendo le connotazioni di “cosa seria”.
Il problema non deve esssere il considerare il gioco come una cosa seria, esperienza che viene fatta nel momento in cui si studiano gli effetti (mappa) dell’intelligenza (territorio), ma porsi la domanda:
“Questo è un gioco?”.
Nel momento che un individuo ha un comportamento bizzarro, tendenzialmente riceve dall’esterno un rinforzo negativo; se questo , l’individuo tornerà a dare comportamenti accettabili, ricevendo rinforzi positivi. Nel momento che, però, il rinforzo negativo non viene collegato direttamente al comportamento bizzarro, l’individuo produrrà nuovi comportamenti bizzarri nel tentativo di ricevere rinforzi positivi, continuando a non capire cosa gli viene chiesto.
Essendo l’intelligenza il sistema più idoneo per modellare nuovi metodi di adattamento, l’individuo tende a giocare, attraverso la sua intelligenza, nuove carte di adattamento all’ambiente; essendo giudicato, in base ai suoi comportamenti evidenti, corre il rischio di essere frainteso.
Come all’interno di un sogno, il sognatore non si rende conto di sognare, così nei comportamenti intelligenti il nostro interlocutore dimentica di porsi la domanda:
“Questo è un gioco?”. Prendendo sul serio i propri comportamenti è lui stesso a cadere irretito dagli effetti (comportamento patologico), rispetto alla causa (intelligenza).
Dinnanzi ad un processo terapeutico, un operatore professionale tende a rilevare da un comportamento preso in esame ciò che può capire, e lo fa rispetto alle sue teorie, conoscenze, credenze. Dunque i presupposti da cui parte l’operatore sono fondamentali per capire il processo terapeutico stesso; un presupposto è un qualcosa che dev’essere vero perché quel che segue abbia un senso. Dunque se considero la patologia, perché essa abbia un senso, devo dare lettura del comportamento, partendo da presupposti che giustifichino la patologia stessa.
Se ad esempio parto dall’idea che il cervello genera patologia, leggo i processi che la giustificano, senza prendere in considerazione i giochi dell’intelligenza, continuo a considerare gli effetti come unica causa, non conoscendo le cause che l’hanno generata.
Considerando la terapia da un punto di vista differente dai presupposti classici della psicopatologia, è possibile ipotizzare il cambiamento nell’individuo, lavorando sulla sua intelligenza, utilizzandone le risorse e lavorando sull’idea di salute.
Dal momento che è sempre importante avere una cornice di riferimento esterna, per comprendere ciò che succede al suo interno, il nostro comportamento va necessariamente considerato all’interno di una cornice più ampia che è l’intelligenza.
Ogni insieme va considerato a sé rispetto agli altri, l’insieme delle patologie non può portare con sé l’insieme delle terapie, come l’insieme dei comportamenti non può essere annoverato come l’insieme delle intelligenze. Nessun insieme può essere elemento di se stesso. Così nel considerare, un gioco è solo la decisione che ci permette di scegliere se tale gioco è un tentativo di distinguere tra elementi esistenti o di tracciare nuove linee di confine e ricavarne nuove conoscenze.
La “breve terapia” è interessata a tracciare nuove linee di conoscenza piuttosto che a dedurre vecchi concetti di patologia e, dovendo partire da punti di forza, cerca le risorse dell’individuo ed ipotizza una nuova organizzazione partendo da esse.
La “breve terapia”  è un metodo che permette di ricontestualizzare la vita della persona, fornendole strumenti di lettura diversi da quelli per i quali si era data spiegazioni.
Prima della terapia il paziente pensa ed agisce in base ad un insieme di regole (spiegazioni) con le quali costruire e comprendere le proprie esperienze; dopo la “breve terapia” il paziente opera con un insieme di regole diverse. Le esperienze (cause) generano, in tal modo, mondi diversi (effetti).
Perché questo possa avvenire, le regole non devono essere consapevolizzate, perché sono regole che lavorano sull’intelligenza, restano inconsce e non lavorano sui comportamenti, che sono consapevoli. Dunque nella terapia è fondamentale sviluppare una comunicazione ad un altro livello, rispetto  a queste regole, deve essere passato un messaggio di cambiamento delle regole stesse.
C’è una grande somiglianza tra il processo terapeutico, come nella “breve terapia ipnotica” ed il fenomeno del gioco: ambedue hanno bisogno di un codice di riferimento, per compendere quando si è nel  gioco e quando si è nella realtà, e comunque entrambi si rifanno ad una realtà concreta e condivisa rispetto  alle metafore che vengono utilizzate come mediatori. Praticamente sia il gioco, sia la terapia sviluppano la dimensione del “come se”, per trasformarla in “così è”.
E’ questa la ragione per cui l’ipnosi è lo strumento privilegiato per ogni forma di terapia.
Tendenzialmente la rigidità è un fenomeno collegato all’intelligenza, dal momento che il gioco viene trasferito in una categoria del reale e se ne di mentica questo passaggio. Al contrario, ciò che è regno della fantasia viene considerato come impossibile e quindi allontanato da criteri dell’intelligenza. E’ fondamentale imparare a riconoscere le verità all’interno della fantasia e poter in tal modo sfruttare le risorse di una persona.
In fondo possiamo parlare di sviluppo della comunicazione umana, quando si è smesso di rispondere automaticamente ai segnali dello stato di umore dell’altro, divenendo capaci di riconoscere che il scoprendo che i segnali sono solo segnali,“segno” è il “segnale”, divenendo così capaci di riconoscere che i segnali dell’altro individuo, ed anche i propri, sono soltanto segnali; possono essere creduti, non creduti, contraffatti, negati, amplificati, cambiati, e così via. Troppo spesso tutti noi reagiamo automaticamente ai titoli dei giornali come se questi fossero indicazini oggettive. E’ dunque fondamentale comprendere il dramma che l’uomo ha vissuto, forse mangiando il frutto dell’albero della conoscenza, che i segnali sono solo segnali e che un comportamento è solo un comportamento.
Nella semplicità con cui comprendiamo che spesso i segnali non vogliono dire nulla, accettiamo l’idea che la vita non abbia un fine, se non quello che siamo noi a darle, accettiamo il fatto che nella realtà non ci sono dati, ma solo presi (scelte), che dal momento che per poter percepire dobbiamo anticipare le esperienze, noi diventiamo i migliori profeti di noi stessi.
Da queste considerazione possiamo dire è iniziata la nostra attività formativa, invertendo la tendenza abbiamo messo al scienza psico-fisio-neurologica al servizio dell’uomo, della vita,  della normalità, del benessere, come del disagio, comprendendo come molte volte il problema stia nella scarsa comprensione del fenomeno, piuttosto dello scarso risultato ottenuto; come per la medicina ed altre scienze giovani che hanno impiegato secoli e secoli per poter comprendere i fenomeni e risultar efficaci, così anche per la psico-fisio-neurologia, e le altre scienze connesse al funzionamento del comportamento umano, ci vorrà ancora tempo prima di avere risultati utili ed innovativi, capaci di capire i fenomeni umani ed agire preventivamente rispetto alla loro eziogenesi.
Siamo convinti che le risposte stiano nello studio degli stati mentali, il lavoro attraverso l’ipnosi, per mezzo di considerazioni ed intuizioni di personaggi capaci di operare in contesti differenti, in discipline che ancora non parlano molto tra loro, il costruttivismo, che potremmo definire scienza e conoscenza della cognizione (cognitivologia), riesce a riunire scienze differenti, come le neuroscienze, la cibernetica,  la biologia, ed altre ancora, dandoci l’opportunità di affrontarne sviluppi ed opportunità.
La considerazione che si conosce ancora troppo poco dell’uomo psicologico, della sua vita futura, degli orizzonti che si stanno disvelando ai suoi occhi, per poter considerare svelata sua vita come la sua conoscenza, ci ha spinto a percorrere nuove strade per formare le persone ad operare nelle relazioni d’aiuto, partendo da ciò che sono in grado già di fare, comunicando con gli altri, usando la loro intelligenza, il senso comune ed il buon senso, aggiungendo ciò che la scienza della cognizione e l’esperienza dell’ipnosi permettono oggi di dirci e darci, questo è ciò che ci avvicina a trovare un terapeuta all’interno di ciascuno di noi.
 
 
 

 
 
 IL COUNSELLING E L'AIUTO INDIVIDUALIZZATO ATTRAVERSO  L’APPROCCIO COSTRUTTIVISTA

 

Con brani tratti dal libro: 
Margaret Hough - ABILITA' DI COUNSELLING - Edizioni Erickson.

 
 

Il counselling ed i suoi sviluppi
 
Il counselling come professione di aiuto è diventato popolare e facilmente accessibile, non solo nel Regno Unito. Naturalmente tale crescita non è stata uniforme, dato che in genere nelle grandi città c'è una vera e propria fioritura del fenomeno mentre nelle zone più remote sia le opportunità di formazione dei counselor, sia la possibilità di rivolgersi a counselor esperti, sono e rimangono molto più limitate.
 
Qualche domanda di interesse generale:
 
-       Che cos'è il counselling?
 
-       In che cosa il counselling differisce dal dare consigli?
 
-       Quando è stato usato per la prima volta?
 
-       Che cosa sono le abilità di counselling?
 
-       Il counselling è differente da altre attività di aiuto?
 
-       - Possono fare counselling gli amici o i familiari?
 
-       Perché l'autosviluppo e l'autoconsapevolezza sono elementi importanti nella formazione di un counselor?
 
-       Perché si desidera diventare counselor?
 
-       Quali sono le qualità di un buon counselor? - Quali sono gli scopi del counselling?
 
 
 
Che cos'è il counselling?
 
 
E’ complesso dare una risposta a questa domanda, per farlo è necessario evadere i luoghi comuni su cui si basano le risposte ovvie collegate al lavoro consulenziale, il più conosciuto fino ad oggi.
Ci sono numerose definizioni della parola «counselling», e le interpretazioni dei dizionari non sono di alcun aiuto poiché tendono a porre l'accento sulla parola «consiglio», la quale è essenzialmente l'opposto di quel che il counselor psicoterapeutico intende fornire. Il counselling si dà sul serio quando una persona ricerca l'aiuto di un'altra per gestire più efficacemente un problema o più problemi che la assillano in un certo momento della sua vita.
I problemi attuali possono essere legati a eventi passati o infantili, o essere collegati a eventi futuri a cui si pensa con una certa ansia o preoccupazione. Nell'un caso o nell'altro, la persona che si presenta per il counselling - il cliente - ha riconosciuto, per lo meno implicitamente, di essere giunta a un'impasse e di aver bisogno di assistenza per uscirne e andare avanti nella sua vita.
 
La maggior parte dei counselor si preoccupa di sottolineare la natura interattiva del counselling e di distanziarsi dall'idea del counselor come tecnico esperto. Resta il fatto tuttavia che i clienti, quando si presentano per il counselling, nutrono l'aspettativa che il counselor possieda le conoscenze, la competenza e l'esperienza che a essi fanno difetto. In una situazione simile, la bilancia non può che pendere dalla parte del counselor e, a meno che gli studenti di counselling non comprendano pienamente questo punto, sorgeranno sicuramente dei problemi e l'abuso di potere diverrà una possibilità reale.
E’ utile porre in risalto che, sebbene l'obiettivo fondamentale del counselling consista nell'aiutare i clienti a individuare e a prestare fiducia alle proprie capacità e punti di forza, le proprie qualità personali, i clienti il più delle volte la vedono in modo alquanto diverso ed è probabile che si aspettino di sentirsi dire cosa fare dal counselor. I clienti che si sentono emozionalmente sconvolti o anche solo turbati sono vulnerabili e aperti ai suggerimenti, e può essere necessario un bel po' di tempo prima che siano in grado di identificare e usare pienamente le risorse di cui dispongono, è in questo che il nostro interveto con l’ipnosi facilita tale lavoro.
 
La British Association for Counselling ha fornito varie definizioni di counselling fra cui la seguente:
 
Il counselor può indicare le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo a seguire quella che sceglierà. Il counselor può aiutare il cliente a esaminare dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui sia possibile originare qualche cambiamento. Qualunque approccio usi il counselor [ ...] lo scopo fondamentale è l'autonomia del cliente: che possa fare le sue scelte, prendere le sue decisioni e porle in essere. (BAC Information Sheet 10, 1990)
 
Ma vediamo come si fa ad aiutare i clienti a individuare le proprie capacità e a credere in esse.
Spesso le persone possono sentirsi sopraffatte dai problemi e dalle forze che considerano al di fuori del loro controllo. Possono aver fatto l'esperienza di chiedere aiuto ad amici o parenti che non hanno saputo o voluto offrire loro il tempo e l'impegno che sarebbero stati necessari. I counselor esperti, per contro, hanno il tempo e sono disponibili a impegnarsi. Inoltre, a differenza di parenti e amici, non sono emozionalmente coinvolti con i problemi dei clienti. A ciò va aggiunto che i clienti possono contare sul segreto professionale e il counselor che avrà esplorato approfonditamente i propri sentimenti, atteggiamenti e pregiudizi nel corso della sua formazione - dovrebbe essere sufficientemente fiducioso e autoconsapevole da essere diventato una presenza supportiva e non giudicante. Il counselor usa una serie di abilità comunicative e relazionali per incoraggiare il cliente a parlare liberamente, a esprimere le emozioni forti, anche negative se lo desidera e, attraverso questi processi, a raggiungere una comprensione più profonda dei problemi che sta vivendo.
 
Il processo del counselling utilizza una struttura o una cornice (framework) dentro cui il counselor possa lavorare con il cliente in modo coerente e sistematico. Benché non sia sempre possibile - e neppure auspicabile attenersi rigidamente a una struttura predeterminata, è comunque essenziale averne una come punto di riferimento e guida globale per il processo della terapia. Per ciò che riguarda la figura del counselor uno dei modelli più utili è quello descritto da Egan e compendiato nel volume The skilled helper (Egan, 1990). L'approccio sistematico di Egan al counselling è articolato in tre fasi che si suddividono in stadi ulteriori. Queste tre fasi derivano da un approccio di problem solving ai problemi dei cliente, e segnalano le abilità del counselor che sono necessarie per aiutare i clienti a gestire i loro problemi.
 
Le fasi indicate da Egan sono le seguenti:
 
Þ   Fase 1. Esplorazione e chiarificazione dei problemi presenti. Analisi stato problema.
 
Þ   Fase 2. Sviluppo di una nuova comprensione (insight); considerazione degli scopi e degli obiettivi. Sviluppo organizzativo.
 
Þ   Fase 3. Concepire e attuare piani d'azione, muovendosi verso le finalità desiderate. (Egan, 1990) Verifica operativa.
 

Il corsivo è nostro e vuole riportare il metodo dell’ipnosi costruttivista.

 
 
Al di là della struttura metodologica del counselling, esistono differenti «filosofie» generali entro cui a loro volta si inquadrano le diverse metodologie. Tali filosofie sono originate e si sono sviluppate dalle quattro principali «scuole» o orientamenti della psicologia contemporanea:
 
-       l'approccio psicodinamico
-
       l'approccio comportamentale
-
       l'approccio umanistico
-
       l'approccio ipnotico costruttivista
 
L'approccio psicodinamico
 
Questo approccio al counselling ha le sue origini nella teoria freudiana. E’ un modello che pone l'accento sull'importanza delle esperienze infantili, e cerca di stabilire connessioni fra il passato e il presente delineando parallelismi fra ciò che si è verificato durante l'infanzia e quel che sta accadendo nella vita adulta.
 
 
L'approccio comportamentale
 
Questo orientamento è focalizzato sui comportamenti attuali e osservabili, e deriva dall'opera di alcuni psicologi che, all'inizio del secolo, condussero esperimenti su animali per formulare e validare le loro teorie. I problemi delle persone vengono visti in termini di comportamenti appresi che sono spesso problematici; per esempio, le fobie o le ossessioni; l'obiettivo della psicoterapia è quello di aiutare i clienti a disapprendere questi schemi attraverso un processo di modificazione del comportamento.
 
 
L'approccio umanistico
 
Questo approccio parte dal presupposto che i clienti abbiano in se stessi una conoscenza intuitiva di ciò che desiderano e di cui hanno bisogno. I problemi dei clienti vengono visti come assolutamente unici per loro. L'aspetto più importante di qualunque psicoterapia umanistica è il tentativo di facilitare la crescita del cliente attraverso l'autorealizzazione, l'integrazione e la globalità.
 
 
L’approccio ipnotico costruttivista
 
Il nostro approccio si sviluppa da uno studio interdisciplinare del lavoro del terapeuta, infatti il costruttivismo alla domanda cos’è la realtà, una scoperta o un invenzione risponde è un invenzione, per tale ragione anche la terapia è un invenzione, nel caso del counselor lavora tirando fuori il meglio del futuro counselor per permettergli di essere in grado di fare altrettanto coi suoi clienti. L’ipnosi di per se’ costituisce il metodo privilegiato di utilizzare il meglio della persona, la sua intelligenza razionale, la sua intelligenza emotiva, il fisico e la mente nel suo insieme. 
Un approccio interdisciplinare è fondamentale per poter avvicinare campi scientifici indispensabili per la gestione della complessità umana, aree di interesse e conoscenze come la psicologia, la medicina, le neuroscienze, la cibernetica possono trovare un intesa e generare risposte nuove a vecchie domande.
 
 
In che cosa il counselling è diverso dal dare consigli?
 
Le definizioni date dal dizionario della parola «counselling» non sono di alcun aiuto perché tendono a enfatizzare il significato di «consiglio» e in qualche caso il counselor («consulente») viene definito come un «consigliere» (The Concise Oxford Dictionary of Words Origins, vol. III). La parola counsel deriva dal latino consilium che nel suo significato traslato significa consiglio, giudizio o consultazione. E’ perciò ovvio che il termine counselling tradizionalmente si riferiva alla pratica di dare consigli o di pronunciare giudizi. Ciò spiega probabilmente perché un numero così grande di persone creda che il ruolo principale del counselor debba adempiere alle due funzioni gemelle di consigliere e giudice.
La situazione è complicata ulteriormente dal fatto che molte persone, impegnate a svolgere le più svariate occupazioni, descrivono tutte se stesse come counselor («consulenti») anche se non sono coinvolte in alcuna forma di lavoro psicoterapeutico in senso stretto. Così abbiamo counselor del colore, counselor di istituti di bellezza, counselor finanziari, counselor degli oroscopi, del design da interni, del lavoro - giusto per menzionarne alcuni. Non vi è qui la minima intenzione di svalutare il lavoro svolto da queste persone, ma semplicemente il desiderio di porre in risalto che tutte queste figure professionali hanno, fra i loro compiti, quello di dare consigli. La confusione da parte di tante persone rispetto al counselling di cui si parla qui è perciò facile da capire.
Il counselling psicologico o psicoterapeutico si riferisce all'aiuto offerto ai clienti per una vasta gamma di problemi psicologici e emozionali: in questo tipo di aiuto non vengono dati consigli, per lo meno non in modo diretto o esplicito.
Certo, sarebbe ingenuo sostenere che i counselor non influenzino mai i loro clienti indirettamente. Naturalmente, lo fanno, ogni interazione ha necessariamente na parte di manipolazione. Infatti, il counselor ovviamente è tenuto a influenzare il cliente che, in fin dei conti, è venuto per ricevere un aiuto.
Inoltre, i counselor spesso incoraggiano i clienti a riesaminare la loro vita e le loro relazioni per chiarificare questioni che risultano problematiche. Nel corso di questa fase di «riesame», possono essere discusse varie opzioni di cambiamento. Quindi si può star certi che, anche quando non vengono forniti consigli diretti, i clienti sono spesso influenzati dalle idee, dagli atteggiamenti e spesso anche dai punti di vista inespressi del counselor.
 
Ecco alcune ragioni per le quali è meglio astenersi dal dare consigli:
 
-       Molto spesso le persone non desiderano consigli. Vogliono invece essere ascoltate e comprese.
 
-       E’ raro che le persone accettino consigli, specialmente quando pensano che non siano i consigli giusti.
 
-       Se il consiglio si rivela sbagliato, la persona che lo ha accettato potrà abdicare alla responsabilità personale: dopo tutto, non era stata un'idea sua.
 
-       E’ necessario che i clienti nel counselling sentano che le loro abilità ed esperienze sono ritenute e trattate come valide. Qualunque consiglio da parte di un counselor metterebbe in discussione questo principio basilare.
 
-       L'equità è vitale nella relazione di counselling. Se vengono dati consigli il ruolo di esperto del counselor viene rinforzato e l'equità viene negata.
 
-       Dare consigli può essere offensivo e intrusivo, specialmente quando la persona che li riceve è sconvolta e vulnerabile.
 
-       Non ci sono due sole persone al mondo che abbiano la stessa esperienza di vita, quindi un consiglio si addice di più a chi lo fornisce che a chi lo riceve.
 
-       I consigli tendono a considerare soltanto gli aspetti più superficiali di un problema, aggirando o ignorando le questioni più profonde che spesso sono quelle nodali.
 
-       Dare consigli è un sistema di comunicazione a una sola via. Nel counselling il cliente dovrebbe essere coinvolto attivamente nell'intero processo.
 
-       E’ difficile che i consigli aiutino i clienti a cambiare.
 
Tenute presenti tutte queste critiche che possono essere mosse al fatto di dare consigli, sorge spontanea la domanda «Perché alcune persone chiedono e si aspettano di ricevere consigli, specialmente quando cominciano un counselling?».
 
Il più delle volte i clienti considerano il counselor come un «esperto». Di solito quindi abbisognano di un certo tempo prima di familiarizzarsi con la vera natura di questo tipo di relazione. In ogni caso, le richieste di consiglio dovrebbero sempre essere gestite con sensibilità e rispetto, guidando il cliente verso una partecipazione più attiva al processo di counselling.
 
I clienti talvolta chiedono consigli per sottrarsi al bisogno di fare cambiamenti importanti. Ricevere un consiglio è molto più semplice che imbarcarsi nel processo - spesso doloroso - di autoesaminarsi e cambiare. Altre volte i clienti chiedono un consiglio semplicemente perché desiderano parlare. Non sapendo come avviare la conversazione, vedono nella richiesta di consiglio un modo per riuscirci o comunque un modo per attirare l'attenzione dei counselor.
 
Va poi considerato che la maggior parte delle persone che iniziano un counselling lo fanno di propria volontà, ma ci sono casi in cui si ricevono pressioni per sottoporvisi. Quando si è stati indotti a iniziare un counselling, c'è un naturale risentimento - spesso nascosto - da parte del cliente, e chiedere un consiglio è un modo di stare al gioco. Va detto che in genere le persone non dovrebbero essere «mandate» a fare un counselling.
 
 
 
Da quanto tempo si usa il counselling?
 
Il counselling e la psicoterapia hanno una lunghissima tradizione. Le parole «counselling» e «psicoterapia» vengono spesso usate in modo intercambiabile e, di fatto, è difficile rilevare differenze precise fra le due pratiche. Le differenze, quando esistono, spesso si riferiscono alla lunghezza e al tipo di formazione, ai vari orientamenti teorici e al lavoro che il professionista qualificato sceglie di fare.
 
Molti pensano che il counselling e la psicoterapia siano prodotti dell'ultima parte del Novecento, privi di background e di antecedenti. La proliferazione di
counselor e di servizi di counselling è stata così imponente, per lo meno negli ultimi dieci anni, che è difficile non associare a queste realtà impressioni di novità, moda e innovazione. Ma le persone si sono sempre preoccupate di aiutare e di prendersi cura degli altri. li mutuo sostegno è sempre stato necessario per la sopravvivenza. La maggior parte delle religioni pongono una grande enfasi sul mutuo sostegno e sul prendersi cura degli altri. Inoltre, c'è nella tradizione cristiana la pratica della confessione, che a parte il suo significato spirituale è ritenuta psicologicamente benefica.
 
A parte le influenze generate dalla religione, il counselling affonda le sue radici nella psicologia, nella psicoanalisi e, più recentemente, nel movimento umanistico. La psicoanalisi ebbe origine con Sigmund Freud agli albori del nostro secolo, mentre la psicologia, che si riferisce alla scienza e allo studio della vita mentale, ha una lunga storia. La parola «psicologia» venne usata per la prima volta nel Diciottesimo Secolo quando iniziò a indicare quella branca della filosofia che si occupa dello studio della mente e delle sue attività fra cui la percezione, l'introspezione, il ragionamento e il pensiero (The Oxford Comparison to the Mind, 1987).
L'umanesimo contemporaneo ha generato una miriade di modelli teorici di counselling, fra cui l'approccio centrato sulla persona di Carl Rogers, l'analisi transazionale di Eric Berne e la terapia della Gestalt di Fritz Perls, nonché l’ipnosi di Milton Erikson.
Il cambiamento degli atteggiamenti delle persone rispetto alla forma fisica e alla salute hanno posto l'accento sulla responsabilità di ciascuno rispetto alla sua salute e al suo benessere. Ora i farmaci prescritti dal medico non sono più l'unica risposta alla malattia fisica e psicologica, ed è enormemente cresciuta la consapevolezza generale di altre forme di trattamento. Fra tali altre forme c'è il counselling che viene considerato sempre di più come un valido aiuto per i problemi psicologici e emozionali, benché non sia certo esente da critiche.
In Gran Bretagna, la British Association for Counselling (BAC) è nata nel 1976, benché prima esistesse già lo Standing Council for the Advancement of Counselling (SCAC). I membri della BAC sono diventati sempre più numerosi, e nel 1994 è nata la European Association for Counselling (EAC) per rispondere ai bisogni delle diverse nazionalità in Europa e per «assistere l'ulteriore sviluppo dei counselling come professione in Europa» (EAC, 1995).
 
 
Quali sono le abilità di counselling?
 
Le abilità di counselling comprendono l'ascolto attivo, il formulare domande in un modo che aiuti e non faccia sentire sotto interrogatorio; la riformulazione di quel che i clienti hanno detto per aiutarli a chiarificare i loro pensieri, sentimenti e idee; il riassumere il contenuto di quel che hanno detto; l'aiutarli a essere più specifici e a focalizzarsi sulle aree e sulle questioni chiave che potrebbero essere più problematiche o difficili per loro da gestire.
Tali abilità sono centrali nell'opera di Gerard Egan, al cui modello di counselling a tre fasi abbiamo già fatto riferimento. Egan parla anche delle abilità di mettere in discussione, di dare informazioni, di mettere in risalto le incoerenze, di comunicare empatia per tutto il processo del counselling e di aiutare i clienti a delineare e attuare specifici piani di azione (Egan, 1990).
 
Ecco altre abilità usate nel counselling:
 
-       scegliere strategie appropriate
-
       aprire e chiudere il colloquio
-
       stabilire un rapporto di fiducia
-
       dare una struttura e un ritmo alle sedute
-
       usare la comunicazione non verbale rispondere ai segnali non verbali
-
       saper tollerare il silenzio
-
       dare feedback
-
       porre obiettivi
 
 

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Abilità interpersonali e di counselling.

 
 
 
Quali sono le persone che usano le abilità di counselling?
 
Oltre ai counselor e agli psicoterapeuti di professione, ci sono altre persone che, nell'ambito di svariati lavori, usano per lo meno alcune delle abilità di counselling. Gli assistenti sociali, in primo luogo, ricevono una formazione che permette loro di valersi ampiamente delle abilità di counselling (ascolto, formulazione di domande, ecc.).
Sempre più numerosi professionisti, fra cui gli insegnanti, gli infermieri, i terapisti occupazionali, i sacerdoti e gli psicologi, sono interessati ad acquisire abilità di counselling. Molti di loro si iscrivono a corsi di counselling. Alcuni counselor esperti operano per organizzazioni di volontariato, benché in questi casi il tipo di formazione differisca a seconda dei bisogni di ciascuna categoria di clienti.
Probabilmente le persone che più possono beneficiare di una formazione di counselling sono gli assistenti sociali, gli infermieri e gli insegnanti che lavorano a stretto contatto con altre persone come parte integrante della loro professione, poiché è caratteristico delle loro mansioni il fatto di aiutare individui con problemi emozionali o psicologici.
 
Il counselling è diverso da altre attività di aiuto?
 
Molte persone usano varie abilità di counselling nel loro lavoro, talvolta il loro programma di formazione professionale comprende la costruzione di alcune abilità di questo tipo, ma ciò non significa che esse siano counselor qualificati. Comunque, il fatto che una persona non sia un counselor qualificato non significa che sia incapace di offrire il più alto livello dì sostegno e di aiuto. Vale la pena di ricordarsene poiché è ai counselor ufficiali che viene dato tutto il credito - e talvolta il biasimo - del fatto di essere presenti nelle situazioni di emergenza.
La formazione del counselor, in ogni caso, è specifica del counselling, mentre altri tipi di formazione, come quelle dell'assistente sociale e dell'infermiere, non lo sono. Talvolta gli infermieri, gli assistenti sociali e gli insegnanti si iscrivono a un corso di counselling e in questo caso divengono counselor a pieno titolo. Dopo aver ricevuto una formazione appropriata, queste persone possono operare come counselor, ma spesso il loro primo lavoro pone alcuni limiti alla quantità di puro counselling che possono fare. Il ruolo dell'insegnante, per esempio, implica la necessità di dare consigli e istruzioni, fra le altre cose, e tali mansioni sono molto diverse da quelle previste dal counselling psicoterapeutico. E allora, viene da chiedersi, perché persone già qualificate in un'area professionale decidono di ricevere una formazione di counselling? La risposta è che una simile formazione tende a migliorare la loro competenza professionale perché aumenta le loro abilità globali di comunicazione e di rapporti interpersonali, oltre a dare loro una comprensione più profonda di se stessi e degli altri. C'è spesso anche una ragione pragmatica, poiché ogni tipo di formazione specializzata tende a rendere più appetibile un curriculum vitae e ciò può tradursi in offerte di nuove occupazioni o in promozioni.
 
 
Gli amici e i familiari possono fare counselling?
 
Il problema insito nel tipo di counselling che può essere offerto da amici e familiari è che spesso contiene consigli i quali, pur con le migliori intenzioni, risultano raramente utili nel lungo periodo dato che le difficoltà di una persona sono soltanto sue e non possono essere risolte con modalità superficiali che le trascendano. Nelle situazioni in cui si ricevono consigli si hanno poche possibilità di guardare sotto la superficie delle cose, di impegnarsi in un processo di autoesame e di determinare esattamente che cosa davvero si voglia e si desideri. C'è anche un'altra ragione che rende inopportuno il counselling da parte di parenti e amici. questi ultimi possono rimanere sconvolti o almeno contrariati quando i loro consigli non vengono accettati.
Può anche accadere che amici e familiari siano coinvolti emozionalmente nel problema e ciò può inibire le loro capacità di ascolto attivo. Possono voler parlare di se stessi, e anche questo inibisce il processo dell'ascolto attivo che richiede invece una concentrazione assoluta e la capacità di mettere da parte le proprie preoccupazioni. E’ solo in questo modo che si può essere interamente disponibili per l'altro.
Parenti e amici possono rimanere sconcertati o sconvolti perché i problemi discussi urtano contro il loro senso del benessere, li disorientano e rendono precario il loro equilibrio. Possono «preoccuparsi» della persona che espone il problema e la preoccupazione può indurre a esercitare un controllo. Se qualcuno si preoccupa per me, posso sentirmi obbligato a dimenticare i miei problemi o per lo meno a far finta di averli dimenticati o risolti - per essere d'aiuto al disagio del mio interlocutore.
Questo non avviene nelle situazioni di autentico counselling perché il counselor, nel corso della sua formazione, avrà lavorato su se stesso esaminando tutti i problemi e gli eventi della sua vita che potrebbero provocare una simile reazione di controtransfert, benché esista sempre la possibilità che un'area di vulnerabilità venga occasionalmente attivata. L’approfondimento della formazione del counselor va a “correggere” questi elementi permettendo di dare trasparenza alla propria identità di professionista in merito.
Talvolta amici e parenti offrono una generica comprensione o simpatia alla persona in difficoltà, e certo questo può essere sufficiente ad aiutare una persona che abbia un problema di lieve entità. I counselor esperti, invece, ascoltano con empatia, il che significa sintonizzarsi sul mondo interiore dei cliente per comprendere bene le sue percezioni e i suoi sentimenti. La differenza fra la simpatia e l'empatia è che la prima tende a essere superficiale, mentre la seconda è più difficile e richiede sia un certo impegno sia un forte desiderio di comprendere. Tali differenze verranno discusse diffusamente nel capitolo terzo.
Nel counselling è assicurato il segreto professionale. Anche quando non può essere assicurato totalmente, i limiti a esso vengono discussi con il cliente. Considereremo la natura dei segreto professionale e i suoi limiti nei capitoli secondo e nono. Con gli amici e i familiari, invece, la possibilità dei pettegolezzo è reale; anche quando si promette di mantenere il segreto, c'è la tendenza specialmente in famiglia - a considerare tutte le informazioni come patrimonio comune che interessa tutto il gruppo. Inoltre, i familiari hanno spesso alcune idee fisse sul modo in cui gli altri membri della famiglia dovrebbero comportarsi, e quando le regole familiari vengono infrante o messe in discussione c'è sempre il rischio che prevalga il giudizio e che il sostegno venga revocato. Purtroppo, questa è la stessa ragione per cui si è talvolta riluttanti a rivolgersi a un sacerdote che inevitabilmente ci giudicherà e ci farà sentire in colpa.
Una critica che è stata rivolta al counselling professionale è che cerca di usurpare il ruolo tradizionale della famiglia e degli amici, e che tende a medicalizzare o perfino a creare problemi anche quando non ne esistono. Tale impressione è talvolta rafforzata quando si vedono alla televisione eventi tragici e i counselor professionali che si rendono disponibili per coloro che hanno bisogno di aiuto e lo chiedono. Ciò che tende a non essere notato in questi casi è che gli amici e i familiari danno effettivamente il loro aiuto nelle situazioni traumatiche, ma i counselor offrono un servizio extra che considerato quanto si è detto in questa sezione - può risultare più appropriato per alcune persone, specialmente per quelle che sono riluttanti a scaricare addosso a parenti e amici i dettagli di eventi disturbanti e penosi.
 
 
L'autosviluppo e l'autoconsapevolezza del counselor
 
L'autosviluppo e l'autoconsapevolezza sono elementi importanti nella formazione di un counselor perché questi processi, che sono spesso difficili e dolorosi, rendono gli studenti capaci di comprendere meglio se stessi. Una certa comprensione di sé è necessaria per chiunque operi a stretto contatto con altre persone, ma è particolarmente importante per chi desideri lavorare con i clienti nel counselling. A meno che non venga dato modo agli studenti di guardare da vicino i propri sentimenti, essi non saranno in grado di comprendere la vasta gamma di emozioni provate dai loro clienti e potranno perfino confondere i loro sentimenti personali con quelli dei clienti.
Un altro importante aspetto dell'autoconsapevolezza è l'identificazione e la comprensione dei propri pregiudizi e lati oscuri. Ciò può risultare particolarmente difficile per gli studenti, specialmente all'inizio della formazione. La maggior parte di noi tende a ignorare e trascurare le proprie imperfezioni e inadeguatezze, e infatti alcuni dei nostri atteggiamenti più inveterati non vengono mai messi in discussione. Ma senza renderci conto dei nostri difetti, non sono possibili la vera umiltà e la modestia ed esiste il pericolo che la boria o la presunzione incrinino le relazioni future con i nostri clienti. Anche le questioni relative al modo in cui trinciamo giudizi morali su altre persone e il loro valore vanno discusse e riconosciute, cercando di raggiungere un atteggiamento obiettivo e privo di pregiudizi.
Ci sono vari modi in cui gli studenti possono essere incoraggiati a impegnarsi in un autoesame, e alcuni di tali modi verranno discussi più avanti in questo capitolo. Comunque, elenchiamo di seguito le cose che più favoriscono l'autoconsapevolezza nella formazione di un counselor:
 
- lavorare con i clienti
- fare counselling insieme a un altro studente
- le discussioni di gruppo
- l'addestramento nelle abilità di counselling
- la lettura
- lo studio e la ricerca
- la conoscenza della teoria del counselling
- il counselling personale
- la supervisione
- corsi di studio sotto la guida di un tutor
- corsi residenziali
- seminari
- conferenze
- compiti scritti
- compilazione di questionari
- pratica con il video
- feedback dal gruppo dei pari
- il training nelle abilità assertive
- lo sviluppo delle abilità di pensiero critico
- un diario che registri i progressi e l'autosviluppo personale
 
Si tratta chiaramente di un elenco molto lungo, ma tutti questi elementi sono essenziali per un progresso e uno sviluppo globale durante la formazione. Forse una delle esperienze più interessanti e illuminanti per i futuri counselor è l'esposizione al vasto spettro di idee e narrazioni relative all'esperienza personale che emergono dalle discussioni di gruppo con i compagni di corso. Infatti l'analisi personale è uno degli aspetti più importanti della formazione e tende a prendere gli studenti di sorpresa.
 
Le abilità intellettuali e le conoscenze teoriche non bastano per una buona formazione, poiché il processo di autoesame e il bisogno di sviluppare una buona autoconsapevolezza sono altrettanto se non addirittura più importanti. L'interazione con altre persone - specialmente nell'ambiente sicuro della formazione - può essere molto utile in questo senso. Può essere poi necessario discutere le questioni relative alla sessualità - propria e altrui - per individuare i meccanismi di difesa individuali e i lati oscuri. Il riconoscimento delle difese personali o dei propri punti deboli non deve essere sempre «confessata» o articolata apertamente nel gruppo. Talvolta gli studenti, sulla base delle interazioni e discussioni di gruppo, hanno degli insight su se stessi in vari momenti della formazione, e spesso tali insight sono talmente privati che risulterebbe non necessario o finanche inappropriato rivelarli ai compagni. Va aggiunto comunque che nella terapia di gruppo c'è un'enfasi diversa sull'autorivelazione dei partecipanti. C'è cioè l'intrinseca aspettativa che gli studenti si impegnino ad alti livelli in un lavoro rivolto alla propria interiorità, ponendosi domande e cercando di svelarsi a se stessi.
 
 
Perché si desidera diventare counselor?
 
Sono molte le persone che desiderano diventare counselor perché sono animate da un desiderio genuino di aiutare gli altri. Ciò è particolarmente vero per coloro che già operano in ambiti di cura - come gli infermieri e gli assistenti sociali - e che decidono dì ampliare la loro gamma di abilità attraverso una formazione di counselling. E’ naturalmente molto più facile rapportarsi agli altri e comprenderli se si sono sviluppate buone capacità interpersonali. Talvolta gli studenti iniziano la formazione con l'idea dì aprire uno studio e diventare counselor a tempo pieno. Tale ambizione, benché talvolta venga realizzata, è spesso abbandonata durante la formazione allorché si giungono a comprendere le difficoltà e le responsabilità del counselling. In altre parole, l'idea del counselling come carriera basata esclusivamente su considerazioni di carattere finanziario giunge a essere vista come irrealistica, ingenua e perfino immorale.
Forse la ragione più importante - e spesso non riconosciuta. - che le persone hanno di diventare counselor è che hanno esse stesse bisogni ancora insoddisfatti. I problemi irrisolti, i bisogni e spesso i traumi possono spingere una persona ad aiutare altre persone che presentano difficoltà emozionali da risolvere. Il processo di occuparsi dei problemi di qualcun altro, di concentrarsi sui problemi di altri, è spesso funzionale per certuni perché serve a oscurare o mascherare il bisogno di considerare i propri problemi e risolverli. Altre ragioni per diventare counselor possono essere il bisogno di piacere agli altri, di essere necessari, di sentirsi importanti o in una posizione di controllo, o di ricevere il rispetto che non si riesce a ottenere nelle relazioni interpersonali.
Per le ragioni summenzionate, è fondamentale che i futuri counselor si occupino dei proprio autosviluppo e della propria autoconsapevolezza. I counselor che già lavorano con i clienti dovrebbero ricevere una regolare supervisione, fra le altre cose, per essere aiutati a monitorare i propri sentimenti in relazione ai clienti.
In particolare é attraverso i processi di autoconsapevolezza e autosviluppo che gli studenti possono imparare a identificare e a separare le questioni e i problemi personali da quelli delle altre persone. Un corollario di ciò è che, una volta che i problemi personali siano stati chiaramente identificati, essi possono essere affrontati e auspicabilmente risolti, rendendo in tal modo il counselor più «disponibile» per i clienti. Tale disponibilità del counselor è fondamentale per una buona pratica di counselling e si riferisce alla capacità di essere mentalmente e fisicamente presente per i clienti, affinché l'attenzione sia focalizzata sui bisogni dei cliente e non sui propri.
 
 
 
 
Quali sono le qualità di un buon counselor?
 
Tra le abilità interpersonali e di counselling che costituiscono una parte indispensabile della formazione di un counselor, le abilità di ascolto, della consapevolezza della comunicazione non verbale in se stessi e negli altri, di saper formulare le domande appropriate, di identificare i sentimenti, di riformulazione, di riassunto e di gestire il silenzio sono tra le aree essenziali in cui il counselor deve eccellere.
Oltre alle abilità pratiche essenziali, comunque, ci sono altri prerequisiti ugualmente importanti - per l'efficacia di un counselor. Essi comprendono quelle a cui Carl Rogers si riferiva definendole le condizioni chiave dell'empatia, dei rispetto e della congruenza, che considerava i principali attributi di un counselor efficace (Rogers, 199 la). Questi concetti verranno discussi diffusamente nel capitolo terzo, ma poiché rappresentano qualità fondamentali per un buon counselling dovremo farvi cenno in modo un po' più esteso fin d'ora.
E’ difficile immaginare come un counselor potrebbe essere efficace senza l'abilità di provare empatia per i suoi clienti. La parola «empatia» si riferisce a una particolare caratteristica che, quando è presente, rende una persona capace di comprenderne un'altra in modo molto profondo. Ciò può avvenire soltanto quando c'è una comunicazione veramente stretta fra due persone, e quando si fa uno sforzo particolare per mettersi nei panni dell'altro allo scopo di riuscire a percepire la realtà dalla prospettiva dell'altro. E’ questa la base dell'insight e della vera comprensione.
 
E’ parimenti difficile immaginare come un counselor potrebbe essere efficace senza il rispetto per i clienti. L'espressione «considerazione positiva incondizionata» è quella che Rogers usava spesso in relazione al rispetto, e anche la parola «valorizzazione» viene usata dall'autore dell'approccio centrato sulla persona (Rogers, 1991b).
Rispettare e valorizzare i clienti significa accettarli in modo totalmente non giudicante, perfino se le loro azioni o i loro sistemi di valori fossero molto differenti da quelli dei counselor. Accettare e rispettare i clienti tuttavia non sarebbe possibile senza un pieno autosviluppo del counselor, che in genere viene acquisito nella formazione. Sono necessarie l'accettazione dei propri difetti e limiti e la volontà di lavorare per una maggiore consapevolezza prima che possa esistere una vera accettazione degli altri.
 
La terza condizione rogersiana, della congruenza o genuinità, si riferisce all'abilità del counselor di essere realmente una persona aperta rispetto al cliente. Tale apertura si basa sull'onestà e su una comunicazione - sia verbale che non verbale - chiara, ma ciò non significa che ogni suo pensiero debba essere espresso automaticamente. E’ ovvio che sono soltanto gli aspetti della comunicazione rilevanti e utili per ciascun particolare cliente a dover essere espressi direttamente.
Fra le altre qualità che sono auspicabili in un counselor vi sono un interesse genuino per le altre persone e interessi che esorbitìno dal contesto dei counselling. Possono sorgere problemi scottanti o un counselor investe tutto se stesso nella professione con il risultato che i clienti diventano necessari per il suo senso di benessere. Senza contare che esiste l'ulteriore pericolo di un attaccamento emozionale inappropriato ai clienti, se la vita personale e le relazioni dei counselor sono prive di altri reali interessi e impegni.
I counselor devono essere consapevoli del fatto che i clienti, i quali sono spesso emozionalmente vulnerabili, possono essere sfruttati, anche senza rendersene conto, dai counselor quando i loro bisogni emozionali non vengano soddisfatti in altra sede. Alcuni di questi problemi, che si riferiscono al transfert e al controtransfert nel counselling, verranno discussi nel capitolo nono.
Va da sé che chiunque si proponga di aiutare altre persone che fanno esperienza di problemi dovrebbe essere capace dì gestire efficacemente i problemi che sorgono nella sua vita personale. Ciò non vuoi dire, naturalmente, che i counselor dovrebbero vivere vite perfette e esenti da problemi, poiché una cosa dei genere è impossibile per qualunque essere umano. Ma vuoi dire senz'altro che un counselor dovrebbe identificare i suoi problemi personali e impiegare strategie di fronteggiamento che comprendano anche una terapia di counselling, se necessario. I counselor devono sapersi prendere cura di se stessi e ciò significa che innanzitutto devono avere una buona autostima.
Un'altra caratteristica del counselor efficace è quella di ammettere i propri errori, imparare qualcosa da essi e quindi impegnarsi nel processo spesso difficile del cambiamento. E’ dì grande aiuto avere un buon senso dell'umorismo ed è importante la capacità di ridere delle contraddizioni e delle incongruenze della vita in generale. Anche la flessibilità di pensiero, la creatività e le abilità di problem solving sono essenziali, come pure la capacità di rilassarsi e di godere di attività culturali, artistiche, ecc.
I counselor devono essere obiettivi e privi di pregiudizi nei loro atteggiamenti ed essere consapevoli e rispettosi di diverse culture - inclusa la loro. L'accettazione delle altre persone, prescindendo dalla loro razza o religione o dal loro orientamento sessuale, è un'esigenza fondamentale del counselìng, come lo è l'accettazione delle persone dei più diversi gruppi sociali
 
E’ molto utile che i counselor facciano chiarezza sulle loro priorità e sui loro obiettivi, e che comprendano la natura della loro ambizione e come essa possa influenzare il loro lavoro e le loro relazioni. Un corollario di ciò è che sarebbe auspicabile un certo equilibrio nel rapporto fra se stessi e gli altri. La sovrastima di se stessi rovina quanto la tendenza a sottovalutarsi, poiché quando le persone cominciano a vedere se stesse e il proprio contributo come indispensabili il burnout diventa una possibilità tangibile.
 
 

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ECCO un elenco delle qualità di un counselor efficace
 
-       Buona auto stima di base. Interesse per la gente.
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       Competenza in relazione alle abilità di counselling.
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       Comprensione della teoria e del processo del counselling.
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       Comprensione di sé.
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       Rispetto sia per le diversità culturali sia per la propria cultura.
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       Accettazione per le persone di gruppi razziali e religiosi diversi dal proprio.
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       Rispetto per le persone con un orientamento sessuale diverso dal proprio.
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       Capacità di prendersi cura di se stessi.
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       Creatività e flessibilità di pensiero.
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       Senso dell'umorismo.
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       Capacità di godersi la vita
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       Capacità di formare e mantenere relazioni.
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       Capacità di sentire e comunicare empatia.
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       Capacità di gestire problemi personali e di chiedere aiuto se necessario.
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       Capacità di imparare dai propri errori e di cambiare se necessario.
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       Un senso di equilibrio circa la propria importanza rispetto agli altri.
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       Vari interessi culturali e artistici.
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       Chiari limiti emozionali rispetto a se stessi e ai clienti.
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       Un atteggiamento non giudicante rispetto agli altri.
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       Insight sulle proprie ambizioni e sui propri obiettivi personali.
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       Valori perdonali che non vengono travasati a forza negli altri
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       Capacità dì essere onesti e genuini in relazione a se stessi e agli altri.
 
Quali sono gli scopi del counselling?
 
Il counselling è un'attività che si verifica quando una persona cerca aiuto per risolvere dei problemi personali e un'altra persona - il counselor - fornisce tale aiuto. li counselling si verifica anche in un setting di gruppo, e in questo caso un certo numero di persone ricevono aiuto simultaneamente non soltanto dal counselor, ma anche dall'interazione con gli altri membri dei gruppo.
Abbiamo detto anche che i clienti nel counselling vengono visti da una prospettiva empatica. Ciò significa che i counselor riconoscono e alimentano le risorse, le capacità e i punti di forza propri dei clienti in relazione alla soluzione dei problemi. Il counselor perciò non si pone in qualità di tecnico esperto, ma come una persona che offre aiuto e, soprattutto, è convenientemente formata per offrirlo. I consigli non fanno parte del counselling psicoterapeutico, benché capiti spesso che i clienti ne chiedano; lo scopo principale del counselling consiste nel porre i clienti in grado di identificare di che cosa essi stessi abbiano bisogno e che cosa vogliano. Benché le difficoltà dei clienti spesso cozzino o addirittura derivino dalle relazioni con altri, fra cui familiari e amici, soprattutto i clienti si trovano nella posizione di percepire e comprendere pienamente il contesto e tutte le sfumature di queste difficoltà. I counselor hanno la funzione di aiutare i clienti a parlare dei loro problemi in un setting confidenziale, a esprimere i sentimenti associati a tali problemi, ad aiutarli a ideare piani e strategie per risolverli o gestirli.
Un punto essenziale da tenere presente in relazione agli scopi o obiettivi del counselling è che, sebbene i counselor aiutino i clienti a identificare e gestire i loro problemi, essi non si propongono di cambiarli o di renderli cittadini con un maggior grado di «adattamento». Quando i clienti effettuano un cambiamento con i loro propri sforzi spesso sentono che la vita diventa più facile all'interno della loro rete sociale, ma ciò avviene come diretta conseguenza del loro impegno e dei loro risultati personali.
Tuttavia, poiché la relazione fra counselor e cliente è chiaramente l'elemento più influente nel counselling, i valori e gli atteggiamenti del counselor - anche quando non vengono verbalizzati - non potranno non avere qualche effetto sulle scelte operate dai clienti. Ciò probabilmente spiega perché venga talvolta espressa inquietudine o vero e proprio allarme sociale - spesso attraverso titoli sensazionalistici - a proposito della proliferazione di servizi di counselling e di psicoterapia. Talvolta i giornali pubblicano articoli che enfatizzano gli aspetti del counselling che hanno dato motivo di preoccupazione. Gli aspetti preoccupanti riguardano la possibilità dello sfruttamento finanziario, emozionale o perfino sessuale dei clienti.
L'idea che si possa essere "modificati" contro la propria volontà dai counselor è un'altra delle ansie che vengono talora espresse. E' necessario che gli studenti siano consapevoli delle critiche e dei timori che circondano il counselling e che comprendano le legittime preoccupazioni che li alimentano.
 
 

Brani tratti dal libro: 
Margaret Hough - ABILITA' DI COUNSELLING - Edizioni Erickson.

 




Nell’intento di chiarire ed approfondire la qualità formativa della nostra scuola eccovi una breve disgressione sul nostro percorso formativo attraverso le diverse figure professionali del counsellor, coach e mentore.

 
1 – COUNSELLING PER CASO
 

 
Le caratteristiche che si mettono in evidenza negli individui devono essere spiegate o mettendo in luce l’ambiente, considerandone la ricchezza, gli stimoli, le potenzialità, o invocando la conformazione intrinseca dell’individuo stesso, il suo genotipo, il DNA, la sua struttura.
In entrambi i casi siamo però fuori strada: il vero punto di forza è il considerare la relazione che intercorre tra l’ambiente e la struttura della vita. Sebbene se ne parli tanto, ancora non si sono fissati criteri precisi e chiari che ci permettono di comprendere l’organizzazione che si viene a creare tra organismo e ambiente, che è la vita stessa.
La quantità non può mai spiegare la struttura; il metodo diffuso di considerare l’energia come elemento esplicativo è errato, perché la quantità non è in grado di spiegare la struttura. La metafora sempre più diffusa dell’”energia” come strumento esplicativo, non fa raggiungere lo scopo.
Se facciamo un esempio concreto, forse, ci può aiutare a comprendere meglio il concetto: se consideriamo una catena fatta di N anelli, nel momento che applichiamo una tensione a questa catena, ed avessimo tutti gli anelli perfettamente identici tra loro, la catena non si spezzerebbe mai. Ma questa è solo una condizione teorica, perché ogni catena possiede anelli diversi, prendendo in considerazione la loro consistenza. Solo nel momento in cui si scopre l’”anello debole”, si può parlare di una tensione che spezza la catena. Dunque la struttura è latente nella catena, prima che sia applicata qualunque tensione. Questo perché la tensione, semplicemente, perturba la catena; è la struttura presente nella catena che ne determina la possibile rottura.
Quest’esempio ci permette di capire meglio la relazione che sussiste tra noi e noi stessi, tra le nostre intenzioni (costituite da limiti e possibilità) e le occasioni della vita.
Nel momento che scopriamo in noi l’origine di un cambiamento, mettiamo in luce la nostra struttura, i suoi anelli forti come i suoi anelli deboli.
L’individuo, spesso, arriva per caso a considerare la sua esperienza come occasione di cambiamento personale. Il saper ascoltare gli altri, il saper aspettare, il suggerire un percorso di cambiamento, trovare nuove risposte a vecchie domande, è un modo di coltivare la relazione con gli altri, in cui si è soggetti attivi dei loro cambiamenti. Questo percorso, alle volte, si trasforma da elemento di computazione casuale (insieme di minime operazioni casuali, generate dall’intelligenza) ad uno cogito (pensiero complesso articolato, che porta alla conoscenza e, dunque, a sviluppare una competenza). Attraverso questo metodo, come percorso che la persona riesce a prevedere e, in seconda battuta, a perpetrare, si delinea la figura del counsellor.
 
 

2 – COACHING PER SCELTA
 

Un buon coach matura la sua scelta attraverso la volontà di ottimizzare un metodo, nel raggiungimento di un obiettivo, una sorta di ingegnerizzazione del cambiamento che, per il counsellor, era generato dal bisogno del paziente di cambiare, mentre per il coach nasce dal desiderio di migliorare e di permettere al proprio cliente di raggiungere e mantenere un obiettivo.
L’idea di ingegnerizzazione, ci permette di comprendere che cosa può voler dire far coincidere il proprio livello potenziale con quello reale.
In fondo il coach, ottimizzando un percorso, propone il modo migliore con cui presentare se stessi, consapevole del fatto che, solo attraverso la relazione di se stesso con il mondo, è possibile raggiungere pienamente i propri obiettivi.
Sull’onda della consapevolezza che una persona riesce a raggiungere, ottimizzando il proprio percorso di cambiamento, viene spontaneo considerare la vocazione presente nel coach, dove l’intenzionalità, rafforzata e consapevolizzata, ha la forza di creare al proprio cliente le occasioni , di modificarle a proprio favore e far raggiungere il traguardo prescelto. Per questa ragione è possibile parlare di coach come scelta.
 
 

3 – MENTORING PER MISSIONE
 

Quando il mondo non ti basta, ti è stretto, quando ogni situazione che vivi, in fondo, la trovi incompleta, quando cambieresti continuamente pur di vivere delle emozioni, allora non sei più alla ricerca del bisogno o del desiderio, bensì hai bisogno di saggezza.
Se per le soluzioni di aiuto del counsellor c’è una sorta di riequilibrio tra parte emotiva e razionale e per i suggerimenti del coach, l’attività organizzativo - logico – razionale è quella cui maggiormente si fa appello, per il mentore lo sviluppo dell’intelligenza emotiva è l’elemento determinante.
Colui che dispensa saggezza ti avvicina alla vita con semplicità, ti fa naturalmente riacquistare un equilibrio tra le tue intenzioni (consce ed inconsce), le tue decisioni razionali (senso comune condiviso) e la tua passione ed emozione per la vita.
Troppo spesso le decisioni vengono prese in modo avventato o si affronta la vita in modo sregolato subendone l’incidente.
Ogni livello di complessità di pensiero (ad esempio l’Umanità, la sua evoluzione attraverso le sue invenzioni), porta con sé l’incidente, che rappresenta il rischio che si corre nel tentativo di dominare tale complessità.
Quando fu inventata l’automobile, l’incidente ne fu la conseguenza; quando fu inventata la teoria della relatività, la sua applicazione bellica portò con sé un incidente: la bomba atomica.
Così nella vita della persona i cambiamenti che si presentano, l’evoluzione che si raggiunge, generano delle complessità che portano con sé nuovi incidenti.
Alle volte è necessario passare attraverso gli incidenti per raggiungere una vera consapevolezza. La nostra intelligenza è la risposta all’emergere di nuove complessità. L’intelligenza varia nel corso della vita e, pur rispondendo prevalentemente a principi di adattamento, si trova a manifestare vere e proprie forme di creatività.
Il mentore è colui in grado di cogliere la creatività delle persone e declinarne le complessità; è colui che è capace di fare delle tue parole una poesia o una melodia, restituendo sempre il tutto in una forma di semplicità mai banale.
Potremmo dire che il mentore, come saggio, porta nel proprio “protetto” quella conoscenza che crea quell’identità, che produce l’impegno al cambiamento che la produce (produce nuova conoscenza). Il mentore è il miglior profeta che possediamo, nel momento che sa guardare avanti attraverso come noi siamo fatti.
Il mentore è colui che sa mantenerti in uno stato mentale di abbassamento della critica, per il tempo sufficiente perché tu possa rinnovarti per rinnovare il tuo mondo, è in grado di lasciarsi guidare da te, per poter divenire la tua unica guida.
La saggezza del mentore gli permette di cogliere il disequilibrio tra l’adattarti al mondo ed il cercare di cambiarlo, suggerendo come quando dove e perché intervenire.
Ma se vogliamo veramente trovare una nuova risorsa nel mentore, potremmo dire che è capace di creare in te quella struttura che ti connette al mondo e agli altri e che genera continuamente soluzioni e cambiamenti per la tua vita, tramite la reinterpretazione continua delle tue relazioni.
A tale titolo ci sentiamo di dire che il lavoro del mentore è una missione, il sentirsi “mandati” a svolgere un compito che può andare oltre ogni tipo di confine, dove non si viaggia fisicamente ma attraverso la mente, dove si deve poter sognare con gli occhi del nostro “protetto” fin’anche a portarlo a vivere all’altezza dei propri sogni.
Questo è un modo di descrivere un lavoro complesso ed articolato come quello del terapeuta. Siamo consapevoli che le contraddizioni non sono nel mondo, ma solo nel nostro intelletto, nel modo che abbiamo di descrivere la nostra vita in un gioco continuo tra osservatore ed osservato, la vera sfida sta nel superare tale impasse, il problema è sotteso al linguaggio con cui descriviamo noi stessi, il mondo e la relazione con questo, una danza che crea l’idea di noi stessi, del comprendere e del conoscere.
Per concludere parafrasando l’esempio di un particolare saggio qual è stato Wittgenstein, e la sua constatazione che il limite sta nel nostro linguaggio con cui noi, che siamo lui, descriviamo lui (il linguaggio) che è in noi: per Wittgenstein ciò che conta è la prassi comune della vita quotidiana, le pratiche dette del senso comune, i valori, le credenze, le convinzioni che permettono alla vita di continuare, questo è ciò che conta veramente.
E il mentore questo lo sa.