Milton H.
Erickson:
Profilo
biografico.

INDICE
Prime
vicende della famiglia
Primi
anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e
percezioni alterate
La
poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Gli
anni del College e della facoltà di Medicina
Primi
anni di ricerca
La
maturità professionale
Ecco
come invece parla del dolore nella vita d'ogni
giorno:
Come
invece utilizzava i ricordi per dimenticare il
dolore:
Gli
anni della leadership
Il
saggio di Phoenix
Epilogo
Prime
vicende della famiglia
Da
dove cominciare per raccontare la vita di questo sveglio ragazzo
americano vissuto in campagna, che fu così in gamba da trionfare
sulla tragica malattia che lo aveva colpito e da diventare un genio
nel campo della guarigione e dell'ipnosi? Riandiamo agli inizi,
quali egli stesso amava raccontarli, alla saga dei suoi genitori
pionieri, alla capanna di tronchi nella quale nacque ai tempi della
conquista del West.
A
Milton piaceva raccontare la storia di suo padre, Albert, che a
sedici anni se ne andò di casa da Chicago con nient'altro, come
bagaglio, che un biglietto di treno e lo spirito degli antenati
vichinghi. Andò verso Ovest fin dove poteva arrivare col suo
denaro, e alla fine si trovò a chiedere un passaggio nelle ondulate
verdi campagne nei pressi di Lowell, nel Wisconsin. Venuto a sapere
che un contadino del luogo aveva bisogno d'aiuto, Albert andò
dritto alla fattoria e presto trovò quello che voleva: una timida
ragazza carina che faceva capolino da dietro un
albero.
"Di
chi sei la ragazza?", chiese. "Di mio papà", rispose lei. "Be',
adesso sei la ragazza mia", rispose lui.
E
così fu. Albert lavorò per il contadino, e nel 1891, a 21 anni,
sposò Clara, che ne aveva 19. La vita non era facile per la giovane
coppia. Nei territori di frontiera la vita del contadino era sempre
precaria, e il giovane Albert si trovò a cercare un altro posto per
vivere. Per uno strano caso, il primo lavoro di Albert presagiva
quella che sarebbe divenuta la professione di suo figlio: si
ritrovò con un contratto di un anno come infermiere in un ospedale
psichiatrico, con permessi solo saltuari per andare a trovare sua
moglie a casa.
Successivamente
il sangue vichingo e lo spirito di avventura che in quei tempi
eroici spingeva a esplorare terre sconosciute portarono Albert a
rispondere al richiamo delle miniere d'argento del Nevada. La
famiglia Erickson viaggiò dunque in treno e in carro fino ad
arrivare nel minuscolo villaggio di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a
Ovest fu difficile, pieno di quei disagi tipici delle avventure dei
pionieri: vi furono carenze di cibo e d'acqua, rigide notti, forti
tempeste di vento da sopportare, senza contare la resistenza fisica
richiesta per il lungo tragitto.
Una
volta arrivata, la famiglia si stabilì in una capanna di tronchi
dal pavimento di terra, con tre sole pareti (la quarta era
costituita da una montagna! ) in una zona desolata della Sierra
Nevada. Costantemente assillati da penuria di viveri, i pionieri
divennero bravissimi nel trasformare ciò che avevano a disposizione
in ciò di cui avevano bisogno. Ad Albert e Clara piaceva raccontare
di quando conservavano la gelatina nelle bottiglie di whisky - la
gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello - perché i vasi
a bocca larga, che erano di meno, servivano per conservare altri
cibi. Certamente crescere in un ambiente di questo tipo deve aver
contribuito a formare la base é ciò che alla fine avrebbe
caratterizzato gli approcci molto innovativi alla terapia di
Milton: l'utilizzare in modo creativo tutto ciò che è disponibile
nella persona al fine di ottenere cambiamento e
guarigione.
Questo
periodo delle vicende della famiglia Erickson è stato registrato da
Don Ashbaugh in un capitolo dal titolo "Give Me Back My
Yesterdays", ( Ridammi i miei
giorni passati.) nel suo
libro Nevada's Turbolent
Yesterday (Los Angeles,
Westernlore, 1963). Una settimana prima del suo novantesimo
compleanno, il 25 marzo 1959, Albert Erickson mise per íscritto alcuni dei
ricordi della vita dell'accampamento, che Ashbaugh inserì nel suo
libro: [la persona di cui si citano le parole nei primi due
paragrafi è appunto Albert].
'1
minatori erano sempre i benvenuti nelle case dei contadini, e la
gente di Aurum era sempre felice di ospitare visitatori provenienti
dalla valle quando venivano per la posta o per fare acquisti. Di
conseguenza quei pochi avvenimenti sociali che avevano luogo
portavano a un mescolamento degli abitanti".
Le
famiglie vivevano in case di tronchi dal pavimento di terra. Sia la
signora Raddatz che suo fratello, il dottor Milton H. Erickson,
nacquero nella capanna di tronchi degli Erickson. Lei così la
descrive: 'Ta casa e la capanna consistevano in due grandi stanze,
più alcune piccole camere da letto. Sul dietro per parete c'era la
montagna. I pavimenti erano di terra, e per impedire che si
formasse della polvere venivano sempre bagnati con acqua. Non si
formava fango, per via della composizione minerale della
terra".
.
Quando i bambini degli
Erickson raggiunsero l'età di andare a scuola, la famiglia decise
di ritornare nel Wisconsin, e acquistò quella fattoria nella quale
il giovane Milton avrebbe passato i suoi anni di formazione.
Cinquant'anni più tardi i suoi genitori poterono tornare a far
visita aTamata casupola di Aurum. La figlia ne dà un resoconto, e
nel suo libro Ashbaugh cita il suo racconto:
L'uomo
dai capelli bianchi [Albert] sedeva diritto e teso nella macchina.
I suoi occhi azzurri esploravano l'arco delle montagne. Dopo 45
anni stava tornando al villaggio fantasma di Aurum dove aveva fatto
il cercatore d'argento per tredici anni.
Improvvisamente
tese il dito e disse in tono vivace: "Ecco, quella lì, dove c'è
quell'affioramento di basalto". Sua moglie guardò attentamente e
disse piano: "No, non mi sembra". Ma il vecchio rimase
testardamente della sua opinione.
Ingranata
una marcia bassa, fece arrampicare lentamente l'automobile lungo
una specie di pista di terra battuta, e dopo sei chilometri
raggiunse la cima di un'altura e si fermò a parcheggiare accanto ad
alcuni vecchi tronchi che rimanevano una muta testimonianza di come
una volta in quel luogo sorgesse un edificio.
Con
un'agilità insospettata per i suoi ottantasei anni, balzò dalla
macchina e
proclamò tutto eccitato: "Ecco,
questi sono i resti del vecchio mulino a pestelli. Guarda, ecco una
parte del crogiuolo. Questa è Aurum, Clary".
Ma
'Clary' continuava a essere scettica. "Non mi sembra, è troppo
ripido. La casa degli Anderson, dov'era? No, aspetta, fammi vedere
il cimitero e ti crederò".
"Al
diavolo il cimitero", disse vivacemente il vecchio, 1a conosco, la
mia montagna". Sul suo viso passò un'espressione di perplessità e
l'eccitazione andò svanendo via via che si guardava intorno e
diceva lentamente: "2 Aurum, ma è cambiata, la strada che portava
su alle nostre miniere è sparita, il carro del mandriano è lì dove
c'era H cortile degli Anderson, e solo un muretto indica dove c'era
una volta l'ufficio postale. t la mia montagna - ma per il resto è
davvero un villaggio fantasma".
Il
suo umore cambiò nuovamente quando esaminò con lo sguardo tutta la
vallata e i suoi occhi s'Wuminarono quando notò: "Le colline rosse,
Clary, sono esattamente le stesse, sono solo le cose fatte
dall'uomo che se ne sono andate".
Poi,
con voce rotta dall'emozione, guardò su al picco della montagna e
disse: "Dío mio, quando guardo queste grandi formazioni rocciose,
la verde vallata, gli alti pini posso solo dire: Ridammi i miei
giorni passati! E se potesse essere esaudito un solo mio desiderio,
vorrei passare i pochi anni che mi rimangono in una piccola capanna
con questa montagna a farle la guardia, e ascoltare il vento che
soffia nei canyon e mi sussurra ninnenanne per farmi
addormentare".
L'amore
per la natura e lo spirito pionieristico così evidenti nelle prime
vicende della sua famiglia erano ancora un aspetto caratteristico
della personalità di Milton quando lo conobbi, nell'ultimo decennio
della sua vita.
Primi
anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e
percezioni alterate
Dato
che Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera e in
campagna, poté avvalersi di poche istituzioni sanitarie o
educative. L' 'istruzione' che si impartiva era di tipo semplice,
limitata all'essenziale, ed è forse per questo che (a quanto
sembra) nessuno si accorse che il giovane Milton percepiva il mondo
in un suo modo del tutto peculiare. Molti dei primi ricordi di
Erickson riguardano il modo in cui, per via di vari problemi di
costituzione, le sue percezioni erano diverse da quelle degli
altri: per esempio, era daltonico inoltre era affetto da sordità
tonale e non poteva né riconoscere né eseguire i ritmi tipici della
musica e delle canzoni; era poi a che affetto - da dislessia un
problema che indubbiamente la sua mente di Fa-mSino non riusciva a
capire e che egli riconobbe e capì solo molti, molti anni
dopo.
Le
incomprensioni, le discrepanze e la confusione che derivavano da
queste differenze rispetto alla visione del mondo che era comune e
normale negli altri avrebbero potuto menomare il funzionamento
mentale di un'altra persona. Nel giovane Milton, invece, queste
differenze crearono a quanto pare l'effetto opposto: stimolarono la
sua ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa più importante, esse portarono a una serie di
esperienze inusuali che costituirono la base di una ricerca, durata
tutta una vita, sulla relatività delle percezioni umane e sui
oroblemi che ne derivavano, nonché sugli approcci terapeutici
riguardanti tali problemi.
Un
giorno, quando aveva poco più di settant'anni, Erickson così
ricordava ed esaminava con me alcune di queste
esperienze:
Quando
aveva sei anni Erickson era un bambino che appariva handicappato
dalla dislessia. La sua maestra, per quanti sforzi facesse, non
riusciva a convincerlo che un 'Y e una 'm' non erano la stessa
cosa. Un giorno ella scrisse un 3 e poi una m guidando con le
proprie mani quelle del piccolo, ma Erickson non riusciva ancora a
coglierne la differenza. D'un tratto ebbe un'allucinazione visiva
spontanea in cui la percepì in un lampo di luce
accecante.
E:
Puoi capire come questo sia
sconcertante? Poi un giorno, c'è stato qualcosa di sbalorditivo:
uno scoppio improvviso di luce atomica. Ho visto la m e il 3. La m
stava diritta sulle gambe e H 3 poggiato su un fianco con le gambe
protese. Già, un lampo accecante! Luminosissimo! Da far dimenticare
ogni altra cosa. Un lampo accecante e, al centro di
quell'esplosione di luce, il 3 e la m.
R:
Hai visto veramente un lampo accecante? C'era proprio o stai usando
una metafora?
E.:
Sicuro. Oscurava ogni cosa, tranne il 3 e la m.
R.:
Ti rendevi conto d'essere
in uno stato alterato? Da bambino qualf eri, ti meravigliavi di
un'esperienza così strana?
E.:
t, così che impariamo le
cose.
R:
- Penso che sia _qullo che chiamerei
un momento creativo (Rossi, 1972, 1973). Hai sperimentato una vera
alterazione percettiva: un lampo con il 3 e la m al centro. Avevano
proprio delle gambe?
E:
Li ho visti com'erano. [Erickson fa
lo schizzo di un effetto nube con al centro un 3 e una m].
Escludevano ogni altra cosa!
R:
Era un'allucinazione visiva? A sei
anni hai effettivamente avuto un importante insigbt intellettuale sotto forma di allucinazione
visiva?
E:
Sì, non ricordo
nient'altro di quel giorno. Il lampo più accecante, più abbagliante
l'ho avuto al secondo anno di scuola secondaria. Tanto nella scuola
elementare quanto in quella secondaria mi avevano soprannominato
'Dizionario' perché passavo un sacco di tempo sul dizionario. Un
giorno, poco dopo il segnale d'inizio dell'intervallo di
mezzogiorno, me ne stavo seduto al mio solito posto in fondo
all'aula e leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo
luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino
a quel momento, leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo
luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino
a quel momento, quando dovevo cercare una parola, cominciavo dalla
prima pagina e continuavo a leggere colonna per colonna, pagina per
pagina, finché non arrivavo al voca
bolo
desiderato. In quel lampo accecante capii che per cercare una
parola usiamo l'alfabeto come un sistema ordinato. Gli allievi che
si portavano la colazione da casa andavano sempre a mangiarla nel
piano interrato. Non so quanto temp~ rimasi al mio posto,
abbagliato dalla luce accecante, ma quando scesi quasi tutti
avevano finito di mangiare. Quando mi chiesero perché arrivassi con
tanto ritardo, sapevo già che non gli avrei detto che avevo appena
imparato a usare il dizionario. Non so perché ci avevo messo tanto
tempo. Non potrebbe darsi che il mio inconscio rifiutasse di farlo
proprio per la grande quantità di nozioni che ricavavo dalla
lettura integrale del dizionario? ( ... )
E:
Devo avere avuto una leggera dislessia. Non avevo dubbi sul fatto
che quando dicevo: co-mick-al, vin-gar, goverment
e mung, la mia pronuncia fosse identica ai suoni prodotti
quando gli altri dicevano: comical, vinegar, governMent
e spoon. Quando facevo il secondo anno di scuola
secondaria, la professoressa di dizione cercò inutilmente per
un'ora intera di farmi dire: government. Poi, con una improvvisa ispirazione, si servì del
nome di un mio compagno, 'La Verne', e scrisse sulla lavagna:
'govLaVemement'. Io lessi: 'govlavernement'. Lei allora me lo fece
rileggere omettendo il La di La Verne. Quando lo feci, un, n
accecante cancellò altro oggetto circostante compresa la lavagna.
Devo a Miss Walsh la mia tecnica- di introdurre l'inatteso e il non
pertinente in uno schema. fisso e rigido
farlo esplodere. Oggi è venuta una
paziente, tutta tremante e singhiozzante: "Sono stata cacciata via.
NE capita sempre. Il mio capo ufficio mi strapazza. Ricevo degli
insulti e piango sempre. Oggi mi ha urlato: 'Stupida! Stupida!
Fuori di qui! Fuori!'. Ed eccomi qui". Le ho detto con estrema
coscienza e serietà: "Perché non gli dice che bastava che lui
glielo facesse sapere e lei avrebbe lavorato volentieri in un modo
ancora più stupido! ". t rimasta perplessa, sconcertata e
sbigottita, poi è scoppiata in una risata. Il resto del colloquio
si è svolto bene, con risate improvvise in genere all'indirizzo di
se stessa.
R:
Le sue risate indicano che l'hai aiutata a far breccia nella sua
visione limitata di se stessa come vittima. In quella vecchia
esperienza con Miss Walsh è illustrato un principio fondamentale
del tuo approccio di utilizzazione: lei aveva utilizzato la tua capacità di
pronunciare LaVerne per aiutarti a irrompere fuori del tuo errore
stereotipo nella pronuncia della parola government (pp.
138-140).
Forse
fu per via della confusione generata da tali difficoltà di
percezione che il giovane Milton imparò a fare più domande di
quante ne faccia la maggior parte dei bambini della sua età. Un
esempio: prima ancora di avere dieci anni, Milton volle sapere
perché suo nonno piantava le patate a pancia in su, e sempre in una
data fase lunare. Non contento della risposta ricevuta, passò a
ideare e mettere in atto il suo primo esperimento controllato:
piantò alcune file di patate con le gemme rivolte in tutte le
direzioni e in diverse fasi lunari; mentre ne piantò altre seguendo
il metodo del nonno. Rimase però molto male quando il nonno non
volle credere che tutte le file di patate avevano dato gli stessi
risultati!
L'innata
intelligenza di Erickson è illustrata dal seguente episodio di cui
fu protagonista in quello stesso periodo di tempo, e che ricordò
molti anni dopo. In esso racconta il modo in cui, per risolvere un
problema, ricorse a un doppio legame, anche se naturalmente, questo
termine non era ancora stato coniato:
Il
mio primo uso intenzionale del doppio legame che ricordi con
esattezza risale agli inizi dell'adolescenza. Un giorno invernale,
con temperatura sotto zero, mio padre fece uscire dalla stalla un
vitello per portarlo all'abbeveratoio. Dopo averlo dissetato
ripresero la via della stalla, ma quando giunsero alla porta
l'animale puntò testardamente i piedi e non volle saperne di
entrare nonostante gli sforzi disperati di mio padre che lo tirava
per la cavezza. Io stavo giocando con la neve e, al vedere quella
scena, scoppiai in una gran risata. Allora mio padre mi sfidò a
fare entrare il vitello nella stalla. Visto che si trattava di una
resistenza ostinata e irragionevole da parte dell'animale, decisi
di dargli la più ampia occasione di continuarla secondo quello che
era chiaramente il suo desiderio. Di conseguenza lo posi di fronte
a un doppio legame: lo presi per la coda e lo tirai fuori dalla
stalla, mentre mio padre continuava a tirarlo verso l'interno. Il
vitello decise subito di opporre resistenza alla più debole delle
due forze e mi trascinò nella stalla (pp. 469-470).
La
poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Se
c'è mai stato qualcuno che ha impersonato l'archetípo del medico
malato -, colui che impara a guarire gli altri guarendo
innanzitutto se stesso questi fu Mílton H. Erickson. L'esperienza
più formativa nei suoi primi anni di vita Fu a sua pri a lotta con
la poliomielite all'età di diciassette anni (il secondo attacco lo
ebbe all'età di 51 anni). Nel seguente dialogo egli così ricorda
quella crisi della sua vita, e la propria esperienza di uno stato
percettivo alterato, che successivamente riconobbe essere una sorta
di autoipnosi:
E:
Quella sera, dal mio letto, udii per caso i tre medici dire ai miei
genitori, nella stanza accanto, che il loro ragazzo non sarebbe
arrivato al mattino. Divenni furibondo all'idea che qualcuno
potesse dire a una madre che il figlio sarebbe morto entro il
mattino. Poi mia madre entrò con l'espressione più serena che le
riuscì di prendere. Le chiesi di spostare il comò, spingendolo
d'angolo contro il lato del letto. Lei non capiva perché; pensava
che stessi delirando. Parlavo con difficoltà. Ma in quell'angolo,
grazie allo specchio che sormontava il comò, riuscivo a vedere
attraverso la porta e la finestra di ponente
dell'altra
stanza.
Non volevo a ogni costo morire senza aver visto un'ultima volta il
tramonto. Se avessi qualche attitudine al disegno, potrei ancora
disegnarlo.
R:
La tua rabbia e la tua voglia di
vedere un altro tramonto sono state un modo di mantenerti vivo in
quel giorno critico nonostante le previsioni dei medici. Ma perché
la chiami un'esperienza autoipnotica?
E:
Vedevo quel vasto tramonto che
copriva interamente il cielo. Sapevo però che fuori della finestra
c'era anche un albero, ma lo avevo escluso.
R:
Lo avevi escluso? Si trattava di
quella percezione selettiva che ti permette di dire che eri in uno
stato alterato?
E:
Sì, non lo facevo consciamente.
Vedevo tutto il tramonto, ma non vedevo né la siepe né la grande
roccia rotonda che c'erano. Avevo escluso tutto, meno il tramonto.
Dopo averlo visto rimasi per tre giorni senza coscienza. Quando
tornai in me chiesi a mio padre perché avessero tolto la siepe,
l'albero e la roccia. Non mi rendevo conto d'essere stato io a
cancellarli quando avevo fissato tanto intensamente l'attenzione
sul tramonto. In seguito, quando fui guarito e divenni consapevole
delle mie condizioni inabilitanti, mi chiesi come avrei fatto a
guadagnarmi da vivere. Avevo già pubblicato un articolo su una
rivista agricola nazionale: "Perché i giovani abbandonano la
campagna". Non avevo più le forze necessarie per fare
l'agricoltore, ma forse avrei potuto farcela come
medico.
R:
Diresti che è stata l'intensità della
tua esperienza interiore, il tuo spirito e il tuo senso di sfida, a
tenerti in vita perché potessi vedere il
tramonto?
E:
Certo ai pazienti con scarse
prospettive diciamo: "Dovreste vivere abbastanza per farlo il mese
prossimo". E loro lo fanno.
Il
modo in cui Milton si riprese costituisce uno dei racconti di
auto-guarigione e scoperta più affascinanti che io abbia mai
sentito. Quando si svegliò dopo quei tre giorni, si trovò quasi del
tutto paralizzato: sentiva i suoni molto bene, vedeva e poteva
muovere le pupille, poteva parlare, con grande difficoltà, ma per
il resto non poteva fare nessun altro movimento. Nella sua comunità
rurale non esisteva nessuna struttura per la riabilitazione, e a
detta di tutti egli sarebbe rimasto senza l'uso degli arti per
tutto il resto della sua vita. Ma la sua acuta intelligenza
continuò a lavorare. Egli imparò, per esempio, standosene tutto il
giorno a letto, a fare dei giochi con la mente, interpretando i
suoni che gli provenivano dall'ambiente: dal suono che faceva la
porta della stalla nel chiudersi, e dal tempo che impiegavano i
passi a raggiungere la casa, lui riusciva a dire di che persona si
trattava e di quale umore era.
Poi
venne il famoso giorno in cui i suoi familiari si scordarono di
averlo lasciato solo, inchiodato nella sedia a dondolo. (Gli
avevano costruito una specie di primitivo vaso da notte intagliando
un foro nel sedile). La sedia a dondolo si trovava all'incirca nel
mezzo della stanza, e Milton, seduto in essa, guardava ardentemente
la finestra, col desiderio di esservi più vicino, in modo d'avere
almeno il piacere di poter guardare la fattoria lì fuori. Mentre
era lì seduto, apparentemente immobile, preso dai suoi desideri e
dai suoi pensieri, improvvisamente che la sua. sedia aveva
cominciato a dondolare leggermente., Che enorme scoperta! Era un caso? Oppure il suo
desiderio di essere più vicino alla finestra non aveva forse
effettivamente stimolato qualche minimo movimento del corpo, che
aveva cominciato a far dondolare la sedia?!
Questa
esperienza, che probabilmente alla maggior parte di noi sarebbe
passata inosservata, portò il ragazzo diciassettenne a un periodo
di febbrile esplorazione di sé e di scoperta. -Milton stava
scoprendo da solo il principio ideomotorio fondamentale dell'ionosi
esaminato da Berneim una generazione prima che il solo pensiero o la sola
-idea di un movimento potevano
portare all'effettiva esperienza di un movimento automatico
del corpo. Nelle
settimane e nel mesi che seguirono, Milton andò a ripescare tutti i
suoi ricordi sensoriali per cercare di reimparare a
muoversi.
Per esempio, si guardava per ore e ore la mano, e cercava di
ricordare che sensazione gli avevano dato le dita quando tenevano
un forcone. A poco a poco si accorse che le sue dita cominciavano a
fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente in modo
scoordinato. Continuò sino a che i movimenti diventarono più ampi,
e lui poté controllarli coscientemente. E in che modo la mano
afferrava un ramo d'albero? Come si muovevano gambe, piedi e dita
quando si arrampicava su un albero?
Non
erano semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi di
attivazione di reali ricordi sensoriali - ricordi che
ri-stimolarono la sua coordinazione senso-motoria tanto da
permettergli di guarire. Ciò appare evidente dal seguente stralcio
di colloquio:
E:
Dapprima cercai di imparare a
rilassarmi e ad accrescere la mia forza. Mi costruii dei tiranti
elastici che potevo tendere contro certe resistenze. Ogni notte
facevo quest'esercizio e tutti gli altri possibili. Poi mi accorsi
che avrei potuto camminare per stancarmi e liberarmi dal dolore. _A
pocoa poco capii cbe, se lossi riuscito a pensare al fatto di
camminare, stancarmi e rilassarmi. ne avrei _avuto un
sollievo.
R:
Il solo fatto di pensare a camminare e a stancarti riusciva ad
alleviarti il dolore allo stesso modo dell'effettivo processo
fisico?
E:
Sicuro, poco per volta ci
riuscì.
R:
Nelle tue esperienze di
autorieducazione, tra i 17 e i 19 anni, ti sei reso personalmente
conto che potevi servirti dell'immaginazione per ottenere gli
stessi risultati che avresti ottenuto con uno sforzo fisico
reale.
E:
Di un intenso ricordo più che
dell'immaginazione. Ci ricordiamo di certi gusti, sappiamo che la
menta ci dà quella certa sensazione di fresco. Da bambino mi
arrampicavo su un albero di un boschetto, poi saltavo da un
albero
all'altro
come una scimmia. Ho cercato di ricordare le varie contorsioni e
giravolte che facevo per scoprire quali sono i movimenti che
facciamo quando abbiamo la piena disponibilità dei nostri
muscoli.
R:
Attivavi dei ricordi reali dell'infanzia per capire quanta parte
del controllo muscolare avessi perduto e trovare il modo di
riacquisirlo.
E:
Sì, ci serviamo di ricordi reali- A 18 anni cercavo di ricordare
tutti i movimenti che facevo da bambino per aiutarmi a riapprendere
la coordinazione muscolare (pp. 141-142).
Ma
perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della
semplice introspezione: l'osservazione del mondo esterno.
Fortunatamente in quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol,
stava appena imparando a camminare. Milton iniziò una serie di
osservazioni giornaliere nelle quali notava il suo modo
(soprattutto inconscio) di imparare a camminare, in modo da poterlo
copiare consapevolmente, e così costringere il proprio corpo a fare
lo stesso. In una conversazione sinora inedita, egli così parla di
quel periodo:
Imparai
a stare in piedi guardando la mia sorellina che imparava a stare in
piedi: usa le tue due mani come base, allarga le gambe, usa le
ginocchia come base larga, e poi poggia più peso su un braccio e
una mano e sollevati. Ondeggia avanti e indietro per trovare
l'equilibrio. Esercitati a piegare le ginocchia e a mantenere
l'equilibrio. Dopo che H corpo è in equilibrio, muovi la testa.
Dopo che il corpo è in equilibrio muovi la mano e la spalla. Metti
un piede davanti all'altro mantenendoti in equilibrio. Cadi.
Riprova.
Dopo
undici mesi di questo intensivo allenamento, Mílton camminava
ancora sulle stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare
in modo sempre meno faticoso, in modo da sottoporre a minima
tensione il suo corpo.
Gli
anni del College e della facoltà di Medicina
A
questo punto Milton non si tendeva ancora conto che il suo essersi
ristabilito attraverso il rilassamento, i ricordi sensoriali e
l'acuta osservazione avrebbero costituito la base del suo futuro
operare nella veste dell'ipnoterapeuta più innovativo del mondo. Il
suo corpo si stava riprendendo ma lui era ancora debole, e non
riusciva a camminare senza l'aiuto delle stampelle. Dopo il suo
anno di matricola all'Università del Wisconsin, un medico gli
consigliò di passare un'estate all'aria aperta per acquistare
salute e irrobustire il suo corpo. Da persona che non si
poneva obiettivi facili, Milton
decise che ciò che ci voleva per lui era un viaggio in
canoa.
Non disponendo delle
risorse finanziarie che gli potessero garantire un viaggio pieno di
comodità, Milton si preparò a lanciarsi in questo viaggio con soli
quattro dollari in tasca e, come sperava, un amico al suo fianco.
Dato che la sua capacità di guidare una canoa era nel migliore dei
casi irrisoria (immaginatevi di lottare per far entrare e uscire
dall'acqua una canoa reggendo contemporaneamente un paio di grucce!
), sembrava evidente che un compagno sarebbe stato non solo
opportuno, ma anche indispensabile. Tuttavia all'ultimo momento il
suo amico decise di non partire, cosicché l'indomito Milton si mise
in viaggio tutto da solo nel giorno che aveva stabilito. (Ebbe
l'accortezza di non dire ad Albert e Clara che il loro figlio
inesperto e handicappato si riprometteva di scendere da solo lungo
le rapide). Equipaggiato con riserve di cibo per due settimane, il
necessario armamentario per cucinare, una tenda e un certo numero
di libri, Milton si mise a discendere la corrente con l'intenzione
di procedere in quella direzione sino al momento di invertire la
marcia. Darsi una precisa destinazione, a suo avviso, non avrebbe
fatto che rendere tedioso il viaggio.
Lungo
la strada gli capitarono molte piccole avventure. All'inizio del
viaggio se ne uscì a pescare un mattino presto, ma non fu in grado
di uscire nuovamente dal lago sino al pomeriggio: i forti venti,
uniti alla sua debolezza fisica lo costrinsero a molte ore di dura
lotta. Ben presto, tuttavia, divenne bravissimo nel sollecitare in
modo indiretto l'aiuto degli altri in tutte quelle situazioni che
non riusciva ad affrontare da solo, come superare una diga e così
via. Riuscì anche a farsi invitare a pranzo più di una volta da
qualche campeggiatore, e con loro passava il pomeriggio attorno a
una tavola piena di cibo scambiando racconti d'avventure. Sembrava
che gitanti e campeggiatori trovassero qualcosa d'affascinante nel
giovane Milton. (Ed effettivamente questo suo disporre le cose in
modo che gli altri gli dessero 'spontaneamente' aiuto era valso a
Milton il soprannome di "Eric il Tasso", affibiatogli dai compagni
di scuola del Wisconsin. Quante volte, metà contenti e metà pieni
di rammarico non si erano trovati a concedere, senza nemmeno sapere
perché, certi vantaggi in situazioni di competizione a questo
curioso ma astuto ragazzo di campagna! ).
Qua
e là nel suo viaggio, Milton trovò lavoro temporaneo presso vari
contadini, guadagnando così abbastanza denaro da ricostituire le
proprie provviste. Scoprì anche che la sua capacità di cucinare
poteva essere usata come mezzo di scambio: riuscì infatti a pagarsi
una parte del suo viaggio lunga 400 chilometri semplicemente
cucinando per due giovani che stavano avendo un'avventura estiva
simile alla sua.
All'epoca
in cui Milton cominciò il viaggio di ritorno, la sua forza
muscolare era aumentata al punto che era in grado di pagaiare
contro corrente e, cosa più importante, di trasportare la canoa
senza bisogno d'aiuto. Alla fine del viaggio durato dieci
settimane, l'elenco delle cose che aveva fatto era ancora
più notevole: aveva navigato per
quasi duemila chilometri di fiume, ricorrendo esclusivamente alla
propria intelligenza e alle proprie risorse; aveva iniziato il
viaggio con quattro dollari e lo terminava con otto; era partito
sulle stampelle e tornava zoppicando in modo solo leggero (ma
permanente); e per finire quando era partito era un debole
malaticcio, e al ritorno era un robusto giovane con un nuovo senso
di fiducia, di orgoglio e di autonomia
personale.
Così rianimato e
rafforzato dall'eroica avventura estiva, Milton tornò al college
sprizzante d'energia e di determinazione a colmare le prime lacune
della semplice educazione ricevuta. Ma come farlo? Entrando nel
mondo giornalistico. Aveva già avuto un impiego (un lavoro da
tavolino) alla fabbrica di conserve alimentari del luogo, per
contribuire a finanziare le spese del college, ma ora si sentiva
pronto per cose migliori:
E:
Continuavo a osservare sempre. Ti
dirò quale è stata la cosa più presuntuosa che abbia mai fatto.
Avevo vent'anni ed ero nel primo semestre del secondo anno di
college quando cercai di ottenere un posto al quotidiano
locale, The Daily
Cardinal, nel Wisconsin.
Volevo scrivere articoli di fondo. Il direttore, Porter Butz, mi
accontentò e mi disse che avrei potuto lasciarglieli nella buca
delle lettere andando la mattina a scuola. Dovevo però leggere e
studiare moltissimo per compensare la mia scarsa preparazione
letteraria della campagna. Volevo farmi una vasta cultura. Un'idea
di come procedere mi venne ricordando il modo in cui, quand'ero più
giovane, a volte correggevo in sogno dei problemi di
aritmetica.
Il
mio piano era questo: avrei studiato la sera e sarei andato a letto
alle dieci e mezza, addormentandomi immediatamente, dopo aver
caricato la sveglia per l'una di notte. A quell'ora mi sarei
alzato, avrei scritto a macchina l'articolo, avrei messo la
macchina sopra le pagine scritte e me ne sarei tornato a dormire.
Al mio risveglio, il mattino dopo, mi meravigliai moltissimo di
trovare qualcosa di scritto sotto la macchina, perché non ricordavo
affatto d'essermi alzato per scrivere. Era così che scrivevo ogni
volta gli articoli.
Volutamente
non li rilessi, ma ne conservai una copia a carta carbone. Lasciai
gli articoli non riletti nella cassetta delle lettere, poi diedi
ogni giorno un'occhiata al giornale, per vedere se fossero stati
pubblicati, ma con esito negativo. Alla fine della settimana
esaminai le copie che avevo fatto e constatai di avere scritto tre
articoli che erano stati tutti pubblicati. Riguardavano per lo più
il college e il suo rapporto con la comunità locale. Non avevo
riconosciuto ciò che io stesso avevo scritto vedendolo stampato e
avevo dovuto controllare le mie copie per averne la
prova.
R:
Perché decidesti di non rileggere al
mattino gli scritti della notte?
E:
Mi chiesi se sarei stato
capace di scrivere degli articoli. Il fatto di non riconoscere le
mie parole sulla pagina stampata significava che nella mia mente
c'erano molte più cose di quante non pensassi. Ebbi così la prova
d'essere più intelligente di quel che credevo. Quando volevo sapere
qualcosa non volevo che la conoscenza imperfetta di qualcun altro
la deformasse. Il mio compagno di stanza osservava con curiosità le
mie alzate all'una di notte per scrivere a macchina. Mi disse che
sembravo non accorgermi di nulla quando mi scuoteva la spalla, e si
chiedeva se camminassi e battessi a macchina nel sonno. Gli dissi
che doveva essere proprio così, perché a quel tempo non vedevo
assolutamente altre spiegazioni. Fu solo al terzo anno di college
che frequentai i seminari di Hull e cominciai le mie ricerche
sull'ipnosi.
R:
Con un approccio naturalistico,
pratico di questo tipo, potremmo far apprendere ad altri l'attività
sonnambulica e l'autoipnosi? Uno potrebbe caricare la sveglia in
modo da alzarsi a metà sonno e svolgere qualche attività che poi
potrebbe dimentica-re. Sarebbe un modo di addestrarsi all'attività
dissociativa e all'amnesia ipnotica?
E:
Sicuro, e dopo qualche tempo la
sveglia non sarebbe più necessaria. Ho istruito in questo modo
molti allievi (pp. 143-144).
Ma per quanto, stando a
questi primi esperimenti col proprio inconscio, il giovane Mílton
sembrasse avere il mondo in pugno, c'erano lezioni ancora più
importanti da imparare. Quanto segue è un esempio di come questo
giovane americano di campagna abbia cominciato a pensare al suo
futuro di medico:
E:
Quand'ero agli inizi dei miei studi
di medicina ebbi un'esperienza molto amara. Ero stato incaricato di
visitare due pazienti. Il primo era un vecchio settantatreenne, un
individuo sgradevole sotto ogni aspetto: fannullone, alcolizzato,
ladro, che era sempre vissuto a carico dell'assistenza pubblica.
Questo tipo di vita m'interessava: feci un'accurata anamnesi e mi
informai di ogni particolare. Risultò chiaro che costui aveva buone
probabilità di superare gli ottant'anni. Poi passai al secondo
paziente. Era una delle più belle ragazze che avessi mai visto: una
personalità affascinante e di grande intelligenza. Visitarla era un
piacere. Poi, mentre le esaminavo gli occhi, mi trovai a dirle che
avevo scordato di fare qualcosa: mi scusasse, sarei tornato al più
presto. Andai nella sala di riunione dei medici e consideraí il
futuro. La giovane aveva il morbo di Bright e poteva dirsi
fortunata se fosse riuscita a vivere per altri tre mesi. Vidi
l'ingiustizia della vita. Un vecchio fannullone di 73 anni, che non
aveva mai fatto niente di meritevole, non aveva mai dato niente,
era stato solo distruttivo. Qui invece una ragazza stupenda e
affascinante, che aveva tanto da offrire. Dissi a me stesso:
"Pensaci sopra e ricavane una visione dell'esistenza, perché come
medico ti troverai continuamente di fronte a qualcosa del genere:
alla assoluta ingiustizia della vita".
R:
Come c'entra lo stato
autoipnotico?
E:
Lì ero solo. So che gli altri
entravano e uscivano dalla sala, ma io non ne avevo coscienza.
Stavo guardando nel futuro.
R:
In che modo? Avevi gli occhi
aperti?
E:
Li avevo aperti. Vedevo i bambini non ancora nati, quelli che
dovevano ancora crescere e diventare quel dato uomo e quella data
donna, che sarebbero morti a 20, 30 o 40 anni. Alcuni sarebbero
vissuti sino a 80 o a 90 anni, e consideravo il loro valore come
individui. Persone di ogni tipo, con le loro occupazioni, la loro
vita: tutte mi passavano davanti agli
occhi.
R: Era una specie di
pseudo-orientamento nel futuro? Hai vissuto nell'immaginazione la
tua vita futura?
E:
Sì, non si può praticare la medicina se si è sconvolti
emotivamente. Ho dovuto imparare a riconciliarmi con l'ingiustizia
della vita in quel contrasto tra la ragazza avvenente e il vecchio
fannullone settantatreenne.
R:
Quando ti sei accorto di trovarti in uno stato
autoipnotico?
E:
Capivo di essere assorto come quando scrivevo gli articoli e lo ero
semplicemente, senza cercare di esaminare questo mio stato. Vi ero
entrato per orientarmi verso il mio futuro di
medico.
R:
Ti sei detto: "Ho bisogno di orientarmi sul mio futuro di medico".
Allora è subentrato il tuo inconscio e hai avuto questo profondo
sogno a occhi aperti. Perciò quando entriamo in autoipnosi diamo a
noi stessi un problema e poi lasciamo che se ne occupi l'inconscio.
I pensieri venivano e se ne andavano da soli? Erano cognitivi o
espressi in immagini?
E:
Tutte e due le cose. Vedevo il bambino piccolo crescere e farsi
uomo (pp. 144-145).
All'epoca di questo critico episodio, Milton non
definiva ancora l'esperienza come autoipnotica. Tuttavia stava
cominciando a rendersi conto che alcuni dei fenomeni facenti parte
della sua esperienza interna erano esaminati da altri come
attinenti all'ipnosi. Ciò lo portò a seguire il suo primo corso
regolare di studi con Clark L. Hull. Così Erickson successivamente
descrisse la sua formazione iniziale:*
Durante
un seminario ufficiale sull'ipnosi tenuto nel 1923-24
all'Università del Wisconsin, sotto la direzione di Clark L. Hull,
l'autore, allora studente universitario, presentò una relazione sui
molti e svariati risultati delle sue ricerche sperimentali compiute
negli ultimi sei mesi di intenso lavoro e sui suoi studi presenti,
per aprire una discussione con i laureati del Dipartimento di
Psicologia. Vi furono dibattiti animati, dispute e discussioni
sulla natura dell'ipnosi, sullo stato psicologico che essa
costituiva, sui rispettivi ruoli dell'operatore e del soggetto, sui
valori e i significati dei processi impiegati nell'induzione, sulla
natura delle risposte del soggetto nello sviluppo di una trance,
sulla possibilità di trascendere le capacità normali, sulla natura
della regressione, l'evocazione di modelli di risposte apprese nel
passato, lontano o recente, sui processi che giocano nei fenomeni
ipnotici individuali e, soprattutto, sull'iderifificazione della
figura primaria nello sviluppo dello stato di trance, se cioè fosse
l'operatore o il soggetto. L'orario dei seminari settimanali era di
due
ore
ciascuno, ma di solito duravano molto più a lungo, e spesso si
tenevano delle riunioni supplementari di sera, o in giorni di
vacanza, alle quali partecipava la maggioranza del
gruppo.
Dato
che non si raggiungeva un consenso sui problemi, e le opinioni e le
interpretazioni dei singoli individui erano molto varie, l'autore
finalmente decise, nell'ottobre 1923, di intraprendere uno speciale
progetto di ricerca. Sebbene a quel tempo fosse stato redatto un
protocollo completo della ricerca, come per molti altri studi
questo lavoro particolare rimase inedito. Una delle ragioni che
fecero decidere l'autore a non pubblicare allora il suo lavoro fu
l'incertezza determinata dalla convinzione radicata di Hull che
l'operatore, per mezzo di quanto diceva e faceva al soggetto, fosse
molto più importante di ogni processo comportamentale che si
svolgeva nel soggetto. Hull mantenne questo suo punto di vi~ta
anche nel lavoro che compì a Yale e ne diede un esempio col suo
tentativo di stabilire una 'tecnica standardizzata' per l'induzione
dell'ipnosi. Con questa espressione egli intendeva l'uso delle
medesime parole, con ritmo identico, con lo stesso tono di voce,
ecc.; ciò alla fine condusse a un tentativo di provocare degli
stati di trance tutti simili, facendo ascoltare dei 'dischi
fonografici per l'induzione', senza considerare le differenze
individuali dei soggetti, il loro diverso grado di interesse, le
diverse motivazioni e le diversità nella capacità di apprendere.
Sembrava così che Hull trascurasse il soggetto come persona
ponendolo allo stesso livello degli apparecchi inanimati del
laboratorio, malgrado fosse consapevole, per esempio, di differenze
fra i soggetti che potevano venire di mostrate con gli esperimenti al tachistoscopio.
Nondimeno, Hull dimostrò che dei rigidi procedimenti di laboratorio
potevano essere applicati allo studio di alcuni fenomeni ipnotici
(pp. 12-13).
L'inevitabile conflitto con Hull derivava dal
precedente lavoro d'introspezione e guarigione che Erickson aveva
compiuto, e stava ancora compiendo su se stesso. Se esso sembrava
essere in contrasto con Ppproccio estroverso di quella scienza in
via di sviluppo che era la psicologia sperimentale, quale
rappresentata da Hull, non era però in contrasto con i concetti
d'introspezione elaborati da E. B. Tichener, Wilhelm Wundt e W. B.
PilIsbury. Erickson utilizzò tali concetti per organizzare i suoi
primi studi di laboratorio sulle dinamiche interne dell'ipnosi e
della suggestione. La sua meticolosa analisi delle forze interne e
delle motivazioni di ciascun soggetto individuale sarebbe divenuta
il tratto distintivo e píonieristico del suo approccio
naturalistico', 'permissivo' e 'indiretto' all'ipnosi. E migliore
resoconto di questa prima ricerca sperimentale, effettuato quando
era ancora studente, venne pubblicato successivamente in due
scritti: "Primi esperimenti d'indagine sulla natura dell'ipnosi",
già citato, e "Ulteriori indagini sperimentali sull'ipnosi: Realtà
ipnotiche e non ipnotiche".*
Un
tratto assolutamente originale e distintivo di queste prime
ricerche di Erickson era costituito dalla sua attenta osservazione
del sottile intergioco tra i meccanismi mentali dello stato di
veglia e quelli dello stato di trance. Erickson dimostrò in che
modo gli stati alterati e i fenomeni di trance costituissero anche
parte normale della vita di tutti i giorni. Questa sua intuizione
costituì il principio di base dei suoi successivi studi sulla
psicopatologia, oltre che per lo sviluppo degli approcci
naturalístici e di utilizzazione all'ipnoterapia. In questo modo
Erickson trasformò la vecchia concezione autoritaria dell'ipnosi in
un approccio permissivo e di facilitazione. Ora non c'erano più
suggestioni meccaniche impresse in modo automatico nella mente
,vuota' della persona in trance; piuttosto, Erickson vide
lo stato ipnotico di trance come uno stato di dinamica
complessità e irudividualità, nel quale le capacità personali del
soggetto- potevano essere utilizzate per facilitare il processo- di
guarigione.
All'età
di ventitrè anni, quando era ancora studente in medicina, Erickson
si sposò per la prima volta. Da questo matrimonio, che durò dieci
anni prima di finire con un divorzio, egli ebbe tre figli. So molto
poco delle sue vicende personali in quel periodo della sua vita, ma
dai pochi riferimenti casuali che Erickson vi ha fatto, appariva
molto evidente che l'isolamento sociale e culturale cui era stato
soggetto nei primi anni di vita gli aveva lasciato una certa
ingenuità in campo sociale, e una certa carenza di capacità di
giudizio riguardo ai rapporti con gli altri. In ogni caso il dolore
e la confusione che gli derivarono da questo primo sfortunato
matrimonio lo portarono a focalizzare la sua attenzione sul capire
le donne e i rapporti umani. Sentiva di essere cresciuto con molte
significative lacune nella comprensione degli altri, e per tutta la
sua vita d'adulto dovette lavorare coscienziosamente per colmarle.
Quando lo conobbi, sulla settantina, era suo principio fondamentale
ritenere che tutti gli adulti normali avessero lacune del genere,
che anch'essi dovevano colmare, continuando a imparare su se stessi
per tutto l'arco della vita.
Sino
al momento del primo matrimonio, Erickson si era dovuto per forza
concentrare soprattutto sui suoi problemi di salute fisica e di
benessere mentale. Ora si rendeva conto che doveva espandere la
propria attenzione al di là di se stesso, anche alle difficoltà dei
rapporti di coppia e con gli altri. Questa lezione appresa a così
caro prezzo divenne dunque un'altra delle strade che con sofferenza
personale lo portarono a essere pioniere in un nuovo campo
professionale: Erickson fu infatti negli anni Quaranta e Cinquanta
uno dei primi psichiatri che in seduta trattassero coppie e
famiglie tutte intere.
Primi anni di
ricerca
Nel
1928, subito dopo essersi laureato all'Uníversità del
Wisconsin, Erickson entrò a fare internato come medico al Colorado
General Hospital e come psichiatra al Colorado Psychopathic
Hospital. Successivamente venne nominato assistente allo State
Hospital for Mental Diseases di Howard, Rhode Island
(1929-1930).
La sua tesi di laurea aveva avuto
come tema la deficienza mentale, e ora egli ampliò il lavoro
svolto, esplorando i rapporti tra fattori quali intelligenza,
matrimonio, abbandono e crimine. Le sue conclusioni vennero
riportate da svariate riviste mediche, di scienze sociali e di
diritto in una serie di sette articoli pubblicati tra il
1929 e il 1931.
Fu
solo all'epoca dei vari incarichi che ricoprì al Worcester State
Hospital del Massachusetts (1930-1934), in cui iniziò da giovane medico e terminò come
psichiatra primario dei servizi di ricerca, che pubblicò il suo
primo scritto riguardante l'ipnosi: "Possibili effetti nocivi
dell'ipnosi sperimentale".* In questo scritto si occupava della
prima cosa che aveva dovuto fare in un ambiente ospedaliero e
professionale che inizialmente era ostile a quella che molti
consideravano un'arte misteriosa e temibile: ed egli invece
dimostrò sperimentalmente che l'ipnosi era un procedimento che non
comportava pericoli.
In
questo primo periodo l'ipnosi era ancora considerata una forma di
sonno. Con la diffusione della teoria pavloviana, il concetto di
sonno era stato elevato a quello di 'inibizione corticale'. Ma
Erickson non era affatto d'accordo. Le sue proprie esperienze di
vita lo portavano a considerare l'ipnosi come uno stato alterato
nel quale il soggetto provava un'attenzione intensa ma focalizzata
su un ambito più ristretto. Questa concezione è chiarita nel
dialogo seguente da me avuto con Erickson quand'egli era sulla
settantina e nel quale egli ricorda quei primi
anni:
E:
Effettuando del lavoro ipnotico
sperimentale con un soggetto in laboratorio, notavo spesso che
eravamo completamente soli. Le uniche cose presenti eravamo il
soggetto, l'apparecchiatura di cui mi servivo per registrarne il
comportamento e io.
R:
Eri così concentrato sul tuo lavoro che ogni altra cosa
spariva?
E:
Sì. Scoprii di essere in
trance con il mio soggetto. Allora volli anche sapere se avrei
potuto svolgere un lavoro egualmente buono attorniato dalla realtà
che mi circondava, o se invece sarei dovuto entrare in trance.
Constatai che riuscivo a lavorare egualmente bene in entrambe le
condizioni.
R:
Tendi a entrare in autoipnosi ora,
quando lavori con pazienti in trance?
E:
Attualmente, se ho qualche dubbio
sulla mia capacità di vedere le cose importanti, entro in trance.
Se ho con un paziente un problema cruciale e non voglio perderne il
minimo indizio, entro in trance.
R:
Come fai a entrare in questo tipo di
trance?
E:
E' una cosa che avviene
automaticamente, perché comincio con il seguire dappresso qualsiasi
movimento, segno o manifestazione di comportamento che possa essere
importante. Proprio adesso, quando ho cominciato a parlarti, ho
avuto una visione tunnel in cui vedevo soltanto te e la tua sedia.
L'ho avuta automaticamente, con una terribile intensità, mentre ti
stavo guardando. La parola 'terribile' è sbagliata; era
piacevole.
R:
E' la stessa visione tunnel che si ha
nella cristalloscopia?
E: Sì (p. 145).
Questi stati di attenzione
molto focalizzata non erano dissociati dalla coscienza normale. In
altre parole, mentre si trovava in uno di tali stati, Eríckson era
in grado di rendersi conto di essere in uno stato alterato, mentre
quando ne usciva, era in grado di riconoscere e ricordare il
cambiamento. Questo era in contrasto con altri stati di attività
sonnambulica nei quali era completamente dissociato: non sapeva,
mentre si trovava in tali stati, d'essere in uno stato alterato, e quando ne era
uscito non aveva alcun ricordo del suo contenuto - com'è il caso
per esempio di quando scriveva i suoi articoli da studente. Nello
stato di attenzione molto focalizzata, invece, Erickson era in
grado di interagire bene con gli altri e tuttavia continuare a
essere dissociato, come illustra il seguente esempio tratto da una
fase molto successiva della sua carriera:
Erickson
racconta poi lo stupefacente episodio accadutogli quando entrò in
trance nelle prime sedute del lavoro terapeutico che fece con un
notissimo psichiatra straniero, piuttosto autoritario, che era un
provetto ipnoterapeuta. Spiega d'essersi sentito sopraffatto dal
suo compito, ma d'essersi avviato alla prima seduta fiducioso che
il suo inconscio gli sarebbe venuto in aiuto. Ricorda che cominciò
la seduta e si mise a prendere appunti. Poi ebbe l'impressione
d'essere solo nel suo studio; erano passate due ore e sulla
scrivania vi era una cartella chiusa con una serie di appunti. Capì
allora che doveva essere rimasto in uno stato di autoipnosi.
Rispettò il suo inconscio e lasciò gli appunti nella cartella senza
leggerli. Spontaneamente, senza sapere assolutamente come
avvenisse, entrò in trance nello stesso modo nelle successive
tredici sedute. Fu solo alla quattordicesima che lo
psichiatra-paziente si accorse d'un tratto dello stato in cui si
trovava Erickson. Allora gridò: "Erickson, lei adesso è in trance!
". Con un sobbalzo Erickson tornò al normale stato di veglia e vi
rimase per tutte le altre sedute. Il suo profondo rispetto per
l'autonomia dell'inconscio è indicato dal fatto che non lesse
mai gli
appunti scritti in trance
autoipnotìca nelle prime quattordici sedute. Non molto tempo fa
Rossi ha dato un occhiata a quelle pagine sbiadite e ha constatato che non vi era
nulla di più dei tipici appunti che potrebbe prendere un terapeuta
(pp. 145-146).
Alla
fine del suo incarico a Worcester, Massachusetts, nel
1934, anche il primo matrimonio di Erikson era finito.
Aveva trentatrè anni ed erapadre di tre bambini piccoli dei quali
doveva prendersi cura, una posizione a quell'epoca alquanto
inusuale per uno psichiatra inusuale. Tuttavia, quando accettò la
nomina successiva al Wayne County General Hospital a Eloise, nel
Michigan, egli iniziò un nuovo capitolo di approfondita ricerca
nella sua vita personale e professionale. Nel giro di un anno, poi,
incontrò Elisabeth (Betty) Moore, che sarebbe divenuta sua moglie,
la sua collega di ricerca, la madre dei suoi tre figli (e
successivamente di altri cinque).
La
nomina di Erickson a Eloise - dapprima come direttore della ricerca
psichiatrica (1934-39) e successivamente come direttore della ricerca e
formazione psichiatrica (1939-48) - offrì la sede per le sue principali ricerche
sperimentali sulla natura e la realtà dei fenomeni ipnotici.
L'ambito di questi studi andava dagli esperimenti di laboratorio,
attentamente controllati, sulla sordità ipnotica e la cecità ai
colori (con l'aiuto di sua moglie), sino alla ricerca sui complessi
e le nevrosi significative per il lavoro clinico, indotte per via
ipnotica. La fantastica abilità di Erickson nell'utilizzazione
degli stimoli minimi e delle forme indirette di suggestione lo
portò alla pubblicazione di una serie di scritti sulla
dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla
presenza dei processi inconsci sia nella 'psicopatologia della vita
quotidiana', sia nelle sindromi psichiatriche
gravi.
Benché
molto del suo lavoro nel corso di questo periodo fosse a sostegno
della teoria psicoanalitica, Erickson non si considerò mai un
freudiano, né, del resto, un seguace di nessuna scuola particolare.
Ed effettivamente egli deplorò spesso l'esistenza delle varie
scuole di psicologia e di psichiatria, perché secondo lui i loro
seguaci dimostravano troppo spesso un'immatura rigidità di pensiero
e metodi. Erickson si rendeva conto che tale rigidità (o 'limiti
appresi') non facevano che inibire una più ampia esplorazione
libera, e per tutta la sua carriera egli stesso non volle legarsi a
nessuna teoria. Era un genio nel campo della percezione e della
comunicazione e provava un enorme piacere nello studio e
nell'impiego terapeutico dei mezzi datici dalla natura; e tuttavia
su questi mezzi non sentiva alcun bisogno di costruire impalcature
teoriche d'alcun genere.
La sua fama di capace
osservatore ed esperto della comunicazione crebbe sin da questa
prima fase di ricerca della sua carriera. Divenne direttore
editoriale associato della rivista Diseases of the Nervous System
(1940-1955), e fu molto
ricercato come consulente nello studio che il governo degli Stati
Uniti stava compiendo sui modeui di cultura in relazione allo
sforzo bellico. La prima a consultarlo, nel 1940, fu Margaret Mead,
che gli chiese di aiutarla a passare in rassegna e analizzare i
film che aveva girato sulla trance spontanea dei danzatori di Bali.
Erickson e la Mead divennero ben presto stretti colleghi, e più
tardi avrebbero lavorato insieme, durante la seconda guerra
mondiale, a quei progetti governativi che si proponevano di
analizzare la struttura del carattere giapponese e gli effetti
della propaganda nazista. Purtroppo, dato che queste attività sono
tuttora mantenute riservate dal governo, la loro vicenda completa
sarà svelata dagli studiosi futuri.
Durante
gli anni della guerra Erickson prestò servizio come psichiatra al
locale ufficio di reclutamento. Ciò portò a un'altra delle sue
attività clandestine, le cui vicende possono però essere
raccontate. Erickson aveva l'abitudine di annotare i piccoli
episodi che avvenivano all'ufficio di reclutamento, li scriveva in
forma di aneddoti, e li inviava a H. C. L. jackson, un giornalista
del Detroit
News. jackson li
raccoglieva e poi li pubblicava nella sua rubrica sotto forma di
comunicazioni di un certo "Eric il Tasso". La cosa si ampliò a tal
punto che Erickson arrivò a spedire storielle pungenti e
umoristiche d'ogni tipo, attinenti ad aspetti diversi della
condizione umana. La maggior parte di queste storielle venne
raccolta in un libro dallo stesso jackson e alcune di esse
divennero famose e furono riprodotte in pubblicazioni quali
il Reader's
Digest, nella rubrica
"Vita in questi Stati Uniti".
Le
origini contadine di Erickson e la sua personalità tutta americana
erano sempre molto evidenti nella sua tendenza a comunicare con
P'uomo medio'. Per tutto questo periodo egli fu consultato come
esperto dalla radio e dai giornali, attraverso i quali fece grandi
sforzi per divulgare la comprensione dell'ipnosi nel vasto pubblico
sia attraverso la stampa popolare (Life Magazine, This Week
Newsmagazine), sia alla
radio, sia attraverso contatti nelle zone rurali del paese in
comunicazioni ai Boy Scouts, al C.I.O. e agli
studenti.
La
maturità professionale
Il
successivo passo importante nella carriera di Erickson si ebbe
quando accettò la carica di direttore dell'Arizona State Hospital a
Phoenix, in Arizona (1948-49). Questo trasferimento nel clima secco
e caldo dell'Arizona fu motivato in parte dai dolori che gli
causava il freddo clima del Michigan e in parte dalle molteplici
allergie che lì lo avevano tormentato.
Il
sovraintendente all'ospedale dell'Arizona era john A. Larson, un
medico e ricercatore inusitatamente capace, uno studioso che aveva
compiuto molte delle prime ricerche sul poligrafo. I rapporti con
Erickson sul piano intellettuale erano eccellenti, e insieme essi
intendevano mettere in atto un programma all'avanguardia nella
ricerca e nel trattamento. Il primo anno la famiglia Erickson visse
in un'ala annessa all'ospedale, ma a quel punto Larson venne
chiamato ad altri incarichi ed Erickson iniziò un'attività privata
impiantando casa e studio a Cypress Stret, al centro di
Phoenix.
Il
passaggio all'attività professionale privata malgrado i principali
interessi di Erickson vertessero nel campo della ricerca, fu dovuto
ancora una volta a cause di salute. Benché il caldo secco e l'aria
pulita dell'Arizona fossero d'aiuto nel ridurre i crampi muscolari
e le allergie da cui era stato provato nei climi più freddi,
Erickson era tutt'ora soggetto a momenti di vertigine,
disorientamento, grave debilitazione. La fonte di questi problemi i
medici l'attribuirono a "strascichi della poliomielite, forse di
poliencefalite".* Per quanto si potesse sentire bene, c'era sempre
per lui la possibilità di provare dolore e non essere in grado di
muoversi. Il fatto d'avere lo studio in casa gli avrebbe permesso
di prendersi delle pause tra un paziente e l'altro, durante le
quali avrebbe potuto riprendere con l'autoipnosi controllo sul dolore; ciò avrebbe mantenuto le
spese professionali al minimo, rendendogli contemporaneamente
disponibile il costante sostegno e le cure di sua moglie; infine
gli avrebbe permesso di rimanere vicino ai suoi cani e ai suoi
bambini, con i quali aveva sempre un intenso rapporto di maestro,
tutore, buffone, narratore di aneddoti e storie sagge, nonché
affettuoso compagno.
Adottare
questo stile di vita meno faticoso si rivelò effettivamente una
scelta perspicace. Nel giro di pochi anni infatti, all'età di
cinquantuno anni, Erickson provò la rara tragedia di un secondo
attacco di poliomielite. A questo punto della sua vita il dolore
divenne suo costante compagno. Ciò era dovuto in parte al graduale
e inevitabile deterioramento del tessuto muscolare che avviene per
via della poliomielite, e in parte agli effetti residui delle
torsioni e delle pressioni inusuali che aveva imparato a dare alla
sua colonna vertebrale negli anni passati nei suoi tentativi di
mantenere una posizione del corpo più normale possibile. Nel
colloquio che segue, Erickson descrive i rinnovati sforzi che
dovette compiere per riuscire a riprendere un
normale
funzionamento e a controllare il dolore attraverso
l'autoipnosi. Ecco come descrive la sua guarigione dopo il
'secondo round':
R:
In seguito, a 51 anni, sei stato di nuovo colpito dalla
poliomielite. Come ti sei aiutato?
E:
Allora riuscivo a relegare le cose
nell'inconscio perché sapevo d'essere già passato per tutte queste
prove. Entravo semplicemente in trance dicendo: 'Inconscio, fa il
tuo lavoro'. La prima volta era stato assai faticoso imparare a
scrivere con la sinistra. La seconda volta che ho avuto la
poliomielite, la mano destra era di nuovo fuori uso, e dovevo usare
la sinistra, che non avevo più usato dopo i 19
anni.
R:
Gli esercizi di memoria sensoriale
fatti tra i 17 e i 19 anni ti hanno veramente aiutato a recuperare
l'uso della mano destra e la capacità di camminare. Quando sei
stato nuovamente colpito dalla poliomielite a 51 anni avevi questa
base d'esperienza alla quale attingere e hai lasciato che lo
facesse l'inconscio in trance autoipnotíca.
E:
Oggi (a 73 anni) ho cercato più volte
di scrivere con la sinistra. [Erickson dà una dimostrazione del
modo in cui scrive ora, tenendo la penna con la destra ma guidando
tale mano con la sinistra che è più robusta]. Sto molto attento a
usare finché posso la destra per qualsiasi cosa riesca a
fare.
R:
Capisco. Ecco perché ti ho visto
pelare le patate in cucina. Sei certo un esempio dell'archetipo del
medico ferito che impara ad aiutare gli altri con il lavoro che fa
per la propria guarigione. Ecco la storia della tua vita (pp.
152-153).
Ecco come invece parla del dolore nella vita
d'ogni giorno:
E:
Ieri sono andato a casa a mezzogiorno
per mettermi a letto. Dovevo liberarmi da un tremendo dolore qui
[nella schiena]. Andando a letto ho chiesto a mia moglie di
prepararmi un po' di pompelmo. Poi so solo che mi sono alzato, ho
mangiato il pompelmo e ti ho raggiunto qui allo studio per
continuare il nostro lavoro. Solo allora mi sono accorto di non
aver più quel terribile mal di schiena.
R:
Che cosa hai fatto? Hai usato
l'autoipnosi per liberartene?
E:
Ero sdraiato sul letto, sicuro che
avrei dovuto cominciare a usare in qualche modo l'autoipnosi. Ma
non so in che modo me ne sono servito per liberarmi dal
dolore.
R:
Capisco. t una trance specifica, solo
contro quel dolore.
E: E' una trance
segmentata.
R: Parlami un po' di questa trance
segmentata.
E:
S, con la quale abbiamo lavorato
ieri, diceva di avere le braccia intorpidite. Solo le braccia, il
resto del corpo no. Come facciamo a intorpidirci le braccia? Con la
segmentazione.
R:
La segmentazione si associa al modo
in cui concepisci il tuo corpo, non all'effettiva distribuzione
delle fibre nervose sensoriali.
E:
Giusto. Il dolore è soltanto una
parte della nostra esperienza complessiva, così in qualche modo lo
dobbiamo separare da essa. Quand'ero nello studio il dolore era
piuttosto tormentoso, allora mi sono messo a letto con
l'intenzione
di
liberarmene. Poi ho dimenticato che volevo liberarmene. Tornato
qui, mi sono accorto d'un tratto che non lo avevo
più.
R:
Nel tempo trascorso tra il momento in
cui ti sei messo a letto e quello in cui hai mangiato il pompelmo,
il dolore in qualche modo è sparito. Ma non sai esattamente
quando.
E:
P, così. Non so esattamente quando,
ma sapevo che sarebbe sparito. Con la perdita del dolore si perde
anche la consapevolezza che se ne aveva.
R:
Usando l'autoipnosi possiamo dire a
noi stessi che cosa vogliamo ottenere, ma...
E:
Poi lo lasciamo al nostro
inconscio.
R:
Non possiamo continuare a chiederci:
"Come farò a sbarazzarmene?" o a pensare di poterlo fare
consciamente. Questo è molto importante quando usiamo l'autoipnosi.
Possiamo dirci che cosa vogliamo ottenere, ma dobbiamo lasciare
all'inconscio come e quando ottenerlo esattamente. Dobbiamo
accontentarci di non sapere in che modo lo
otteniamo,
E:
Sì, è giusto, perché per sapere in
che modo lo otteniamo dobbiamo tenercelo.
R:
Finché continuiamo a pensarci
ossessivamente, il dolore ci sarà sempre. Dobbiamo dissociare la
nostra mente conscia dalle associazioni col
dolore.
E:
Dobbiamo anche avere delle esperienze
analoghe, come questa (pp.
148-149).
e delle
tecniche da lui messe in atto per controllare il
dolore:
E:
Il sonno fisiologico, almeno per me,
fa sparire la comune ipnosi. Ciò significa che dovremmo fare
entrare in trance i nostri pazienti con Foirdine di restarvi sino
al mattino dopo. Nel sonno fisiologico mi sottraggo semplicemente
allo schema di riferimento ipnotico. Posso svegliarmi con il dolore
e devo orientare nuovamente il mio schema di riferimento verso uno
stato di rilassamento, di comodità, di benessere in cui riesca a
lasciarmi trasportare in un sonno riposante. t una cosa che può
durare per il resto della notte; a volte però non più di un paio
d'ore, per cui mi risveglio e devo orientarmi di nuovo per mettermi
a mio agio. Recentemente l'unico modo per riuscire a controllare il
dolore era quello di sederini sul letto, accostarvi una sedia e
premere la laringe contro la spalliera. Era una posizione
decisamente scomoda, ma creavo di proposito la
scomodità.
R:
E sostituiva il dolore involontario?
E:
Sì, piombavo in un sonno riposante,
poi mi risvegliavo con la laringe infiaminata.
R:
Santo cielo! Perché hai scelto questo modo insolito di procurarti
un dolore?
E:
E il dolore che possiamo controllare è assai meno doloroso di-
quella- che sfugge al nostro controllo. Sappiamo di potercene
sbarazzare.
R: Ci libera della componerité futura
del dolore .(Erirkson, -
1976). Ci sbarazziamo di buona parte del dolore con lo spostamento
e la distrazione.
E: Proprio così! Distrazionè,
spostamènto e reinterpretazione.
R: Reinterpretazione?
Puoi farmi un esempio di come l'hai usata?
E:
D'accordo. Avevo un fortissimo dolore
alla spalla e pensavo che i dolori artritici non mi piacevano
affatto. Sono dolori acuti, taglienti, lancinanti,
brucianti. ne
è sembrato allora che un filo
metallico incandescente mi avrebbe dato la stessa acuta sensazione
di dolore e bruciore, e improvvisamente l'ho provata, come se nella
mia spalla ci fosse realmente un filo del genere! Prima il dolore
artritico era radicato in profondità nella spalla, ma ora avevo un
filo rovente disteso sulla superlicie della
spalla.
R:
Dunque hai spostato leggermente il
dolore e lo hai reinterpretato.
E:
Sì. Ho spostato la mia
attenzione: continuavo a sentir dolore, ma non più dentro
l'articolazione della spalla.
R:
Si trattava di una
reinterpretazione intenzionale, che lo rendeva più
sopportabile.
E:
Certo, più sopportabile; poi m'è
venuta a noia e l'ho dimenticata. Possiamo studiare questa
sensazione solo per un certo tempo. Quando abbiamo esaurito tutto
ciò che possiamo pensarne, finiamo con il perdere le sensazioni
dolorose. Solo dopo quattro ore circa mi sono ricordato di aver
avuto in quel punto la sensazione del filo incandescente. Non sono
riuscito a ricordare in che momento era
scomparsa.
R:
Così hai fatto anche buon
uso della dimenticanza.
E:
Si può sempre dimenticare il dolore.
Una cosa che non capisco nei pazienti è perché mai continuino a
tenersi la loro tensione e il loro dolore (pp.
150-151).
Come invece utilizzava i
ricordi per dimenticare il dolore:
E:
NE mettevo a letto in una
posizione molto scomoda, che non mi permetteva molti movimenti. I
contorcimenti delle braccia, delle gambe e della testa mi
irritavano e aggravavano il mio stato perché avvertivo delle fitte,
dei dolori lancinanti, taglienti. Prima qui e lì, molto brevi. Un disagio in tutto il corpo.
Giacevo a pancia in giù con i piedi in alto e le gambe incrociate.
Il braccio destro sotto il petto mi immobilizzava. Stavo
recuperando la sensazione che avevo da bambino, quando giacevo
prono, con le braccia in avanti e la testa in su, guardando quel
bellissimo prato. Avevo persino l'impressione che il mio braccio
fosse corto, come quello di un bambino. Andavo a dormire rivivendo
essenzialmente quei giorni dell'infanzia in cui giacevo a pancia in
giù sulla collina dominando con lo sguardo il prato o i campi
verdi. Erano heWssimi, pieni di gioia e di pace. Oppure vedevo i
boschi e la foresta o il lento scorrere di un
ruscello.
R:
Ritrovavi quelle immagini interne
dell'infanzia, di quando il tuo corpo era sano e a proprio agio.
Quindi utilizzavi il processo ideomotorio e ideosensorio associato
a quei vecchi ricordi per rafforzare nel presente il tuo senso di
benessere.
E:
E rivivevo i momenti in cui imparavo
a godere della bellezza della natura. Ma era una bellezza inattiva.
Era il leggero muoversi dell'erba nella brezza. Ma l'erba non
faceva il minimo sforzo.
R:
Quest'immagine di assenza di attività
autodiretta portava a una corrispondente pace
interiore.
E:
Sicuro, mi colmava la mente. Quando
poi venivo qui a vedere una
paziente,
lasciavo che vi subentrasse completamente l'intensità di
osservazione con cui lavoravo con lei.
R:
Continuavi a distrarti in modo che il
dolore non avesse la possibilità di ricatturare la tua coscienza.
Quando riempi la mente con questi primi ricordi dell'infanzia, che
cosa avviene in realtà? Hai l'impressione di riattivare in te
questi processi associativi e quindi di rimuovere semplicemente, in
questo modo, il tuo attuale dolore corporeo?
E:
Sì, e di riattivarli da
un periodo della mia vita senza molte nozioni, un periodo semplice,
privo di complicazioni. Ciò mi permette una completa regressione.
Riandavo col pensiero a mio padre e a mia madre com'erano allora!
Poi riuscivo a ritrovare le sensazioni provate stando sulla collina
sul lato nord del fienile, ecc.
R:
E queste sensazioni sostituivano le
sensazioni dolorose che avevi oggi?
E:
Sì, sono un tipo visivo e
quindi mi servo di ricordi visivi. [Erickson continua a spiegare
come egli esamini anzitutto i primi ricordi dei pazienti per
stabilire se si tratti di soggetti prevalentemente visivi o
uditivi, e come utilizzi poi queste predisposizioni nel successivo
lavoro di trance. Un paziente, per esempio, riusciva a distrarsi
dal dolore concentrandosi sui ricordi del suono dei grilli che gli
piaceva moltissimo nell'infanzia (pp. 151-152).
Ed
ecco come un altro toccante aspetto della sua lotta (narrato da sua
moglie Betty):
L'inconscio
può saperne di più della mente conscia e bisogna lasciare che
elabori le sue nozioni senza interferenze ma non sempre le cose
filano lisce e può accadere che affronti le questioni in modo
sbagliato.
Alcune
esperienze di ME sul-controffo -dèl- dolore-s-ono state
caratterizzate da tentativi ed errori, con una buona dose di
errore. Per esempio, passava ore e ore spossanti a
esaminare verbalmente le sensazioni, muscolo per muscolo, più e più
volte, insistendo perché qualcuno (di solito io) non soltanto lo
stesse ad ascoltare, ma gli dedicasse la sua più completa e
concentrata attenzione, indipendentemente daIl'ora tarda o
dall'urgenza delle altre cose da fare. Lui non ha assolutamente
alcun ricordo di queste sedute e io non riesco ancora a capirle.
Penso che fossero vicoli ciechi, ma è probabile che abbiano
comportato qualche apprendimento inconscio. Oppure no. Ne parlo
perché penso che molti si scoraggino quando l'inconscio si perde
temporaneamente in un vicolo cieco. Il. messaggio è: "Tieni duro.
Alla fine funzionerà".
Sforzi
così complessi e peculiari di impiego dell'autoipnosi
per
avere sollievo dal dolore da parte di un così c'elebre maestro
dell'ipnosi dovrebbero far svanire qualsiasi idea di magia o
misticismo circa la sua natura e il suo impiego. Per tutto il corso
della sua vita Erickson mal sopportò le affermazioni della
parapsicologia, la fede religiosa nei miracoli, o gli entusiasmi
popolari riguardo a una presunta 'energia psichica'. Per Erickson
l'ipnosi era un fenomeno naturale che utilizzava processi
fisiologici ordinari quali il ricordo, la dimenticanza, la
dissociazione, la reinterpretazione cognitiva dei sistemi di
credenze. Di solito per
aiutare il paziente a raggiungere quei risultati apparentemente
miracolosi era richiesta una gran mole di addestramento,
intelligenza e lavoro da parte del terapeuta. Se al paziente e
all'osservatore abituale questi sembrano miracolosi, è solo perché
non conoscono tutte le vicende e l'attenta programmazione
necessaria per ottenere gli effetti ipnotici. t vero che a volte le
circostanze socio- culturali possono combinarsi spontaneamente in
modo tale da far pensare a un miracolo che si sia prodotto senza
sforzo e per il tramite di qualche entità sovrannaturale (si pensi
ai santuari, alle riunioni di fedeli, all'effetto prodotto da
pittoreschi ciarlatani, ecc.), ma il comune terapeuta dovrebbe
conoscere tutto il possibile sulle scienze della psicologia, dello
sviluppo umano, del linguaggio, della comunicazione e della
cultura. Ciascun paziente è un microcosmo unico che deve essere
compreso appieno se si vuol riuscire a sintetizzare un adeguato
approccio che utilizzi le sue potenzialità individuali. Anche se
esistono certi principi generali di trattamento da seguire,
qualsiasi intervento ipnoterapeutico è necessariamente
sperimentale. Con l'impegno, l'intuito e molta pratica, questi
approcci ipnoterapeutíci possono divenire quasi una 'seconda
natura' per il terapeuta, cosicché alla fine si ottengono buoni
risultati in modo apparentemente privo di sforzo.
Gli anni della
leadership
Il
fatto di lavorare a casa non significò per Erickson ritirarsi in
disparte. Al contrario, non appena si fu ripreso dal secondo
attacco di poliomielite si trovò tanta energia a disposizione da
iniziare il periodo più pieno e soddisfacente della sua carriera,
come amico, terapeuta, maestro e consulente - e alla fine come
leader nazionale e mondiale nell'ipnosi clinica.
A
questo punto Erickson incominciò a tenere lezioni e conferenze
dietro invito in vari college locali e in seminari rivolti a
colleghi. Agli inizi degli anni Cinquanta partecipò alle lezioni
tenute a piscologi, psichiatri e dentisti nei seminari di ipnosi di
Los Angeles, insieme a Leslie LeCron e altri.
In
quello stesso periodo conobbe Aldous Huxley, con il quale trovò
un'eccellente affinità sul piano intellettuale. La mente
eccezionale di Huxley provò sotto la guida di Erickson alcuni
affascinanti fenomeni ipnotici. I due si ripromettevano di
effettuare un lavoro congiunto sulla coscienza e gli stati
alterati, ma i loro manoscritti non ancora portati a termine
andarono purtroppo distrutti in un incendio che
bruciò
completamente
la casa californiana di Huxley. Erickson impiegò però alcuni degli
appunti presi nelle loro sedute ipnotiche per scrivere
successivamente uno dei suoi più geniali e coloriti resoconti: 'Tna
indagine speciale condotta con Aldous Huxley sulla natura e il
carattere dei vari stati di coscienza".
Nel
1950 il dottor Linn Cooper si interessò al fenomeno
della distorsione temporale e si rese conto che l'ipnosi poteva
costituire uno strumento utile per investigare i modi in cui fosse
possibile manipolare la percezione del tempo. Si mise in contatto
con Erickson, che si dimostrò molto interessato alle sue idee.
Cooper andò a Phoenix, dove trascorse i mesi successivi ideando e
mettendo in atto ricerche sperimentali sull'impiego dell'ipnosi
nella distorsione temporale, impiegando come soggetti studenti
dell'Università dello stato dell'Arizona. Cooper mise per iscritto
le sue scoperte sperimentali, alle quali Erickson aggiunse
applicazioni cliniche e terapeutiche; ne risultò il libro
Time Distortion in
Hypnosis, pubblicato
nel 1954
(Baltimore, Williams and Wilkins),
con Cooper ed Erickson quali co-autori.
Quando la prima
edizione si esaurì, si prese in considerazione l'idea di farne una
seconda. A questo punto, tuttavia, Erickson e sua moglie avevano
svolto un interessante lavoro sperimentale sulla 'dilatazione
temporale', l'opposto della 'condensazione temporale', e sembrò più
adeguato che la seconda edizione includesse questa nuova scoperta.
Essa apparve nel 1959 (stesso titolo ed editore), ancora una volta con
Cooper ed Erickson come co-autori.
Il
lavoro di Erickson con Cooper segnò l'inizio di un'importante
collaborazione che ora costituiva il veicolo, di cui c'era gran
bisogno, per l'esposizione e la pubblicazione delle sue idee e
tecniche. Per quanto Erickson avesse compiuto da solo la maggior
parte delle sue prime ricerche, e avesse certamente già pubblicato
da solo molti scritti accademici, le sue capacità d'ipnoterapeuta e
d'insegnante negli anni della maturità e negli ultimi anni della
sua vita sembravano assorbire la maggior parte delle sue energie.
Ciò significava che la maggior parte dei libri erano scritti di
solito dai suoi collaboratori, tutti alla disperata ricerca di
capire "Come aveva fatto Erickson! ".
Sino
al momento in cui comparve sulla scena Erickson, nel campo
dell'ipnosi clinica c'era stato il vuoto. Non c'erano,
semplicemente, molti professionisti che la impiegassero: sembrava
che le vecchie, autoritarie tecniche ipnotiche non si confacessero
a una cultura democratica alla spasmodica ricerca di se stessa. In
America, l'unica orga
nizzazione
professionale di una qualche importanza era la Society of
Experimental and Clinical Hypnosis, composta soprattutto da
accademici che si concentravano sulla ricerca, più che sulla
pratica. Fu in questo vuoto che comparve Erickson, il quale, con i
suoi approcci indiretti e permissivi che utilizzavano l'insight e i
meccanismi mentali, diede inizio a una grande rinascita dell'ipnosi
nel mondo clinico, nelle sue applicazioni nei campi della medicina,
dell'odontoiatria e della psicologia.
L'interesse
e la richiesta di formazione professionale crebbero a tal punto che
Erickson e un certo numero di colleghi (Edward Aston, Seymour
Hershman, William Kroger, Irving Secter, e altri) fondarono
l'American Society of Clinical Hypnosis, della quale Erickson fu il
primo presidente (1957-59). Oltre a ciò, Erickson fondò l'American journal of Clinical
Hypnosis di cui fu
direttore per il primo decennio (1958-68). Altri collaboratori del giornale furono Bemard
Gorton, Theodore Mandy, Margaret Mead, Aaron Moss, Frank Pattie,
Irving Secter e André Weitzenhoffer. Nel primo numero della rivista
comparvero corrispondenze dal Cile, dal Giappone e dall'Uruguay.
Esso si riprometteva chiaramente d'avere una veste professionale,
medica e internazionale.
Erickson
si lanciò ora nel periodo più impegnato della sua vita. Aveva una
famiglia sempre crescente, composta di otto figli, una schiera
sempre più numerosa di cani di tutte le razze, e una fama sempre
più vasta come scrittore, consulente e insegnante. La gamma delle
sue attività era estremamente variegata: era consulente di gruppi
disparati quali la squadra americana di tiro al bersaglio, enti
governativi che si interessavano allo studio degli incidenti aerei,
nonché atleti di primo piano che cercavano di accrescere le loro
potenzialità e risultati tramite l'ipnosi. Le sue conferenze a
gruppi di professionisti si estesero a tutto il paese, tanto che di
solito mancava da casa almeno una settimana al mese. Venne
acclamato in svariati paesi quando diede dimostrazioni di ipnosi di
fronte a gruppi di professionisti, e non potendo parlare la lingua
del luogo inventò le spettacolari tecniche mimate di induzione
ipnotica. Il modo in cui le elaborò è descritto in "Tecniche mimate
nell'ipnosi e loro implicazioni"che inizia come
segue:
Nel
primo esperimento compiuto dall'autore sulla sordità ipnotica,
poiché la comunicazione verbale era andata perduta in conseguenza
della sordità indotta,
si
riconobbe il valore del linguaggio mimico, che venne usato finché
venne sostituito, per ragioni di praticità, dalla comunicazione
scritta.
La
tecnica mimata, come tecnica ipnotica completa in se stessa, venne
sviluppata in conseguenza di un invito a tenere una conferenza al
Grupo de Estudio sobre Mpnosis Clinica y Experimental, associazione
affiliata alla American Society of Clinical Hypnosis, a Città del
Messico nel gennaio 1959.
Poco
prima della riunione, venne detto all'autore che, come introduzione
alla sua conferenza, avrebbe dovuto dare una dimostrazione
dell'ipnosi impiegando come soggetto un'infermiera da loro scelta,
che non solo non conosceva nulla né dell'ipnosi né dell'autore, ma
non parlava e non capiva l'inglese, mentre l'autore da parte sua
non parlava e non capiva lo spagnolo.
Essi
le avevano spiegato privatamente che ero un medico nord americano
che avrebbe avuto bisogno della sua tacita collaborazione,
l'avevano informata delle nostre limitazioni linguistiche
reciproche, e che sarebbe stata assolutamente rispettata da me.
Quindi essa ignorava completamente ciò che avrebbe dovuto
fare.
L'inattesa
proposta costrinse l'autore a pensare rapidamente all'uso limitato
che aveva fatto nel passato di gesti, espressioni facciali,
eccetera, del linguaggio mimico, e lo portò a concludere che questo
sviluppo inaspettato gli offriva una occasione unica. Avrebbe
dovuto usare una tecnica completamente mimata, e lo stato di
incertezza mentale del soggetto e la sua disposizione a comprendere
avrebbero prodotto la stessa sorta di prontezza ad accettare ogni
comprensibile comunicazione mimata, come avviene per le
comunicazioni nette e definite nella tecnica di confusione (pp.
375-376).
Confusione, certo! C'erano momenti in cui tutti
coloro che circondavano Erickson sembravano confusi: moglie, figli,
amici, estranei, cani, colleghi, pazienti, funzionari d'ogni tipo.
La natura gli aveva riservato vertigini, disorientamento sensoriale
e confusione, che erano divenuti quasi un modo di vita, per lui, e
da una tale intima conoscenza con essi egli ora prendeva la
confusione a principale strumento del suo metodo di lavoro.
Impiegava i suoi inusitati modi di vedere le cose e la sua acutezza
intellettuale per confondere soggetti e pazienti al fine di
depotenziare (per usare il termine che avrei successivamente
coniato) i limiti e le rigidità dei loro schemi mentali consci, e
permettere che il loro inconscio creativo avesse migliori
possibilità di manifestarsi. Ammetteva francamente che li stava
"rnanipolando, nello stesso senso in cui quando metti del sale nel
cibo manipoli il tuo senso del gusto. Era tuttavia convinto che in
ipnosi la mente inconscia ha svariati mezzi per proteggere pazienti
e soggetti: essa accetta e utilizza qualsiasi manipolazione
presentata dal terapeuta che sia nel migliore interesse della
persona, ma rifiuta invariabilmente qualsiasi cosa metta la persona
in pericolo o dia un ingiusto vantaggio a un operatore poco
scrupoloso. Erickson credeva fermamente nell'esistenza di tali
meccanismi di auto-difesa dell'inconscio nel corso dell'ipnosi, e
per quanto sia stato contraddetto molte volte da colleghi e
ricercatori, mantenne e riaffermò sempre questo punto di vista per
tutto il corso della sua carriera.
Il
processo di ricerca e chiarificazione dei procedimenti ericksoniani
ebbe inizio nel 1965, quando jay Haley e john Weakland seguirono una
delle dimostrazioni tenute settimanalmente da Erickson a Phoenix, e
la registrarono quale parte del loro lavoro per il Progetto di
'Ricerca sulla Comunicazione (diretto da Gregory Bateson). Questi
uomini facevano parte di quel famoso gruppo che lavorava al
Veterans Hospital di Palo Alto, California, che nel loro scritto
del 1956,
"Toward a theory of schizophrenia",
introdussero il concetto di doppio legame. In una discussione della
dimostrazione di Erickson, pubblicata nel 1959 col titolo "Trascrizione commentata di
un'induzione di trance", Haley e Weakland fecero l'entusiasmante
scoperta che Erickson impiegava dei doppi legami. Nell'esempio che
segue, il soggetto, Sue, ha già provato un'iniziale trance leggera
e si sta ora svegliando da una seconda trance:
E:
Dopo che ti sarai svegliata di nuovo,
e ti chiederò qualcosa della trance, voglio che tu mi dica che
questa seconda volta non eri addormentata, ma che lo eri la prima
volta. Insisterai molto su questo, e lo ripeterai,
no?
W:
Ora, spostando il 'diniego' alla seconda trance, cominci a farti
accettare sempre più, via via che procedi?
E:
Sì. Prima le ho fatto negare la prima
trance. Ora annullo quel diniego.
W: Dandole un altro
'no' da sostenere nel frattempo.
E: E per poter sostenere la seconda negazione, deve
affermare la prima.
H: Qui usi dei doppi
legami!
E: E che altro può fare lei?
W:
Be', si potrebbe cominciare chiedendosi: "Supponi che qualcuno lo
dica a te. Che cosa faresti?".
E:
Ogni manipolatore lavora con questi
mezzi.
H:
Quindi, dandole queste due
suggestioni lei viene posta in una situazione in cui, per rifiutare
una suggestione, deve accettare l'altra.
E:
Per rifiutarne una, deve accettare
l'altra. Accettarne una è il modo per rifiutare
l'altra.
H:
Qui hai prodotto un classico doppio
legame.
Da
quella volta in cui aveva tirato la coda al vitello, Erickson aveva
fatto certo molta strada!
Le
straordinarie capacità di Erickson quale operatore di ipnosi
gli
valsero
a questo punto, nel 1958, un invito a tenere una dimostrazione nel
laboratorio di Ernest Hilgard alla Stanford University. La
dimostrazione venne fiilmata in sedici millimetri.* In modo
apparentemente molto casuale, Erickson impiegò confusione, stimoli
minimi e movimenti ideomotori per creare un 'contesto di opposti'
che portarono il soggetto a riconoscere di star sperimentando una
trance anche se la sua mente conscia non voleva ammetterlo. Questa
dimostrazione costituisce uno dei migliori documenti visivi a
nostra disposizione delle capacità di un Erickson all'apice della
sua carriera nell'attivare e utilizzare i meccanismi mentali -
processo che era sua convinzione costituisse l'essenza dell'arte
dell'ipnoterapeuta. Era alla ricerca di queste capacità che ora un
costante flusso di professionisti e ricercatori veniva a bussare
alla porta dell'umile studio-casa di Erickson negli ultimi due
decenni della sua vita.
Il saggio di
Phoenix
L'umile
studio-casa di Cypress Street costituiva un'esperienza umana per
tutti coloro che venivano a varcarne la soglia. Nel soggiorno di
famiglia che fungeva anche da sala d'aspetto i pazienti
s'imbattevano sempre in simpatici cani e bambini. C'era un cane
bassotto di nome "Roger" che si rilassava talmente, sdraiato in
mezzo alla stanza, che i pazienti spesso cadevano in fantasticheria
e stato di trance semplicemente guardandolo. Erickson considerava
che ciò gli facilitasse il lavoro . Ed effettivamente non si
trattava tanto di un rapporto medico paziente quanto piuttosto di
un rapporto famiglia-paziente. I bambini avevano l'abitudine di
fare dei disegni per i pazienti, e avvenivano scambi di piccoli
doni. La famiglia sapeva sempre quando un paziente migliorava o
peggiorava, e talvolta poteva anche avvenire che nel cortile
retrostante la casa venissero messi in atto metodi di trattamento
estremi: in almeno un'occasione Erickson mise sotto chiave gli
stivali di un paziente alcolizzato, in modo che non potesse fuggire
dal cortile dove si stava disintossicando - mentre per pagarsi la
pigione badava ai cani e al giardino! Un altro paziente che dovette
essere ospedalizzato venne 'adottato' dalla famiglia: dopo che fu
dimesso dall'ospedale gli regalarono un cane, che venne tenuto a
casa degli Erickson (dato che lui non poteva tenerlo nel suo
appartamento), e per anni egli venne a trovare ogni giorno il cane
e la famiglia e
a tutt'oggi
continua le sue visite regolari.
Dato
che tutti gli elementi della casa, della famiglia e della terapia
erano così meravigliosamente fusi, era più che naturale che
Erickson cominciasse a utilizzare racconti e storielle
riguardanti la famiglia - e in particolare riguardo alle
fasi d'appreriffimento dei
bambini - quali suggestioni indirette tendenti a stimolare i
processi di guarigione e di crescita propri del paziente. A tutti
era chiaro che chi parlava era un 'padre di famiglia' portatore
degli incrofiabili, semplici valori dell'americano medio. E i
modesti compensi che chiedeva erano un'altra manifestazione della
sua pratica delle virtù della Moderazione.
I
professionisti che venivano a trovarlo erano sempre leggermente
stupefatti da questo ménage. Era proprio quella la casa di quel Milton H.
Erickson universalmente noto? Libri, riviste e manoscritti erano
stipati in scaffali fatti in casa e trabordavano da piccoli tavoli
rustici su tappetini artigianali degli indiani d'America. E benché
la famiglia nel 1970 si fosse trasferita in una nuova casa nella parte
settentrionale di Phoenix, a Hayward Avenue, dove lo studio era
situato in una dependance leggermente distaccata, la situazione non
aveva subito cambiamenti sostanziali: a Milton piaceva moltissimo
portare i colleghi nell'edificio principale ad ammirare la sua
sempre crescente raccolta di oggetti intagliati nel legno. E la
nuova casa era parimenti ingombra di una schiera di beneamati
tesori e cuccioli.
Nel
minuscolo studio di Erickson (misurava solo metri
3,2 X 2,9) troneggiava una di quelle solide scrivanie di
legno di epoca indefinibile messa in un angolo, assieme ad alcuni
schedari di metallo e poche sedie scomode e male assortite messe
qua e là. Due pareti erano coperte da scaffali fatti in casa,
contenenti libri sull'ipnosi di diverse epoche e lingue. 1 muri di
cemento erano dipinti di verde pastello, e c'erano sparsi qua e là
oggetti nelle svariate tonalità del violetto (un telefono violetto,
una bambola fatta a mano rappresentante Erickson nel suo vestito
violetto, vari tappetini, mobiles e cianfrusaglie d'ogni forma e dimensione). Su un
lato degli schedari era appiccicato un grande poster rappresentante un coniglietto con una sigaretta
pendente tra le labbra; sopra a un altro c'era un grande tasso
imbalsamato che fissava con aria interrogativa i pazienti, e dietro
c'era una foto di Clara e Albert Erickson che ti guardavano, chiari
e sereni nel loro atteggiamento tipicamente americano. Sopra uno
scaffale c'erano dozzine (saranno state un centinaio) di piccoli
oggetti intagliati in legno realizzati dai Seri, una tribù
Indo-Messicana che Erickson praticamente sosteneva acquistando gran
parte della loro produzione. Alle pareti erano appesi titoli e
attestati onorifici come riconoscimento del contributo di Erickson
a tante associazioni mediche e d'ipnosi straniere. Mezzo nascosto
al lato di uno scaffale c'era un fotomontaggio di Sigmund Freud in
uniforme da generale. Era sempre un gran divertimento per Erickson
quando un professionista in visita da lui, entrando nello studio,
restava impalato per uno o due minuti davanti a questo ritratto
prima di riconoscere il povero vecchio bistrattato Sigmund in
quegli inusuali panni. Come la maggior parte degli scherzi di
Erickson, si trattava di una lezione indiretta, con un'importante
implicazione per l'inconscio del visitatore: qui dentro devi
abbandonare le tue abituali modalità percettive e assumerne di
nuove.
A
quell'epoca collaboravano con Eríckson nello scrivere un testo a
uso dei seminari didattici tenuti dalla Società due suoi colleghi -
il dottor Seymour Hershman, e il dottor Irving Secter, che erano
stati membri fondatori della American Society of Clinical Hypnosis.
Erickson aveva già pubblicato su riviste accademiche oltre cento
articoli che non erano facilmente accessibili, cosicché un
brillante giovane psichiatra, il dottor Bernard Gorton, si prese il
compito di raccoglierli tutti insieme. Nel 1958 esaminò il progetto con Erickson, jay Haley e
André Weitzenhoffer, ma morì improvvisamente prima di portarlo a
termine. L'attento Weitzenhoffer, che aveva già pubblicato due
eccellenti testi accademici sull'ipnosi tentò allora di curare
un'edizione completa dell'opera di Erickson, aggiungendovi la
trascrizione di conferenze e dei commenti. La sua notevole impresa
in questo senso non giunse tuttavia a termine, cosicché si decise
che jay Haley avrebbe pubblicato un solo volume degli scritti più
importanti allora disponibili. Il libro uscì nel
1967 col titolo Advanced Techniques of Hypnosis and Tberapy:
Selected Papers of Milton H. Erickson, M.D.
(New York, Grune and Stratton).**
Haley fece seguire a quest'opera un volume molto interessante sulla
terapia ericksoniana con singoli, coppie e famiglie, dal
titolo Uncommon Therapy:
The Psychiatric Techniques ol Milton H. Erickson
(New York, Norton
1973).
Nel
frattempo io - senza che il mio sonnacchioso dogmatismo fosse stato
scosso - avevo scritto il mio primo libro, Dreams and the Growth of
Personality (New York,
Pergamon, 1972), senza minimamente sospettare dell'esistenza di
Erickson. In quel libro avevo presentato un nuovo approccio
fenomenologico ai sogni, considerati fonte di consapevolezza e
identità, e avevo proposto dei metodi per continuare e completare
meglio i sogni durante l'ora di terapia. Ero in uno stato di felice
ignoranza dell'ipnosi, e anzi mi trovavo leggermente irritato
quando alcuni pazienti, dopo aver provato in terapia le loro
fantasticherie, si chiedevano ad alta voce se non fossero per caso
entrati in uno stato ipnotico. Io affermavo di no, anzi, come
poteva esser loro entrata in testa un'idea símile! Io non ero certo
un ipnotista!
Alla
fine un vecchio paziente, un maestro in pensione con problemi
d'erezione, mi mise tra le mani il volume di Haley sugli scritti
scelti di Erickson intendendo chiaramente dire che forse quella era
una via migliore. Una via migliore! Quel libro mi prese con una
tale intensità che rimasi sveglio tre giorni e tre notti incapace
di staccarmene. Il quarto giorno, indeciso se poggiarlo o no sul
comodino, mentre cercavo ancora di afferrare i concetti
dell'articolo sulla tecnica di confusione, avvertii un sordo dolore
allo stomaco prima di cadere infine in un sonno inquieto. Al mio
risveglio il dolore restava, e un medico mi diagnosticò una
gastrite acuta. Prima di allora non avevo mai avuto un disturbo
psicosomatico. E ora questo! Che fare?
Nella
successiva seduta con me, il maestro di scuola disse per caso di
aver visto sulla guida del telefono che Erickson era ancora vivente
e abitava a Phoenix. Che altro mi rimaneva da fare?! Dopo una
lettera preliminare mi recai dritto a Phoenix per farmi guarire
l'incipiente ulcera. Feci un viaggio in macchina di otto ore, e
altrettante al ritorno per quattro sedute, sempre in uno stato di
semi-stupore. Alla fine della quarta seduta Erickson mi disse
garbatamente che non provavo più i sintomi, che non stavo più
andando da lui nella veste di paziente, e che non poteva più
accettare da me alcun compenso.
Ne sembrò che mi stesse
congedando per sempre; così, con un fiume di parole, gli spiegai
che vent'anni prima
lui aveva fatto ciò che
di lì a
vent'anni mi ripromettevo
di fare io (impiegando i metodi esposti nel mio primo libro). Ogni
volta che avevo lasciato la seduta ed ero ritornato a Los Angeles
avevo mentalmente scritto un certo numero di articoli. A quel punto
mi lasciai andare a un febbrile scorrere di affermazioni,
intuizioni, frasi e paragrafi, cercando di spiegare e integrare il
suo lavoro con le più svariate cose. Lui non sembrò affatto
sorpreso e fece semplicemente notare che dato che era
più vecchio di me, sarebbe stato l'autore più
anziano, e io il più giovane di qualsiasi scritto avessi
effettivamente pubblicato. Poi sospinsi la sua sedia a rotelle
dallo studio alla casa e me ne andai.'
Conobbi
Erickson nel marzo 1972, e già l'anno successivo compariva
sull'American journal of Clinical
Hypnosis (1973, 16, pp. 9-22) il mio primo scritto sulla sua opera, "Shock
psicologici e momenti creativi in psicoterapia".' Da quel momento
in poi tutto il nostro lavoro fu in collaborazione, con lui come
autore principale e io come secondario. Presi l'abitudine regolare
di trascorrere una settimana circa al mese nell'appartamento per
gli ospiti di Erickson e di registrare - al meglio che potevo - le
sue sedute coi pazienti (il gran caldo di Phoenix esigeva che per
la maggior parte delle sedute fosse tenuto in funzione un vecchio
condizionatore d'aria; questo, insieme al rumore prodotto dal
traffico e dai cani, fece sì che la qualità delle registrazioni
lasciasse molto a desiderare, tanto che nessuno dei nastri poté
avere valore commerciale). Di solito registravo per una settimana,
tornavo a casa per trascrivere a mano i nastri per farli
dattiloscrivere, e poi, la volta successiva che andavo a trovarlo,
esaminavo in dettaglio le trascrizioni insieme a Erickson. Quindi
tornavo a Los Angeles, facevo dattiloscrivere su due colonne vicine
la seduta originale e la nostra discussione, e alla mia terza
visita leggevo entrambe a Erickson per eventuali correzioni e
commenti finali.
Il primo libro
che venne fuori da questo modo di lavorare insieme fu
Hypnotic Realities.
In quel primo volume ero assai poco
sicuro di me, ed ero ben consapevole della profondità e
dell'ampiezza delle conoscenze di Erickson rispetto alle mie. Mi
sforzavo di essere autentico volevo che il libro riflettesse "il
vero Erickson", con la minore interferenza possibile dei miei
personali punti di vista. Tuttavia avevo la tormentosa
consapevolezza che Erickson, per quanto potesse essere permissivo,
proveniva nondimeno da una vecchia concezione autoritaria del mondo
grazie alla quale poteva giustificare termini quali
manipolazione
e tecnica. Io, invece, ero al cento per cento all'interno della
visione umanistica e transpersonale di Carl Rogers, Abraham Maslow
e Roberto Assagioli. Mi piacevano i concetti di anima e di
coscienza superiore,
ero da anni un analista junghiano, e
mi piaceva esaminare tutti i tentativi sul piano mistico e
religioso compiuti dall'umanità per raggiungere una coscienza
cosmica. Erickson, invece, da naturalista puro qual era, non sapeva
che farsene della religione, e nutriva la tipica incomprensione
professionale nei confronti di jung e di pensatori dei suo tipo. Ma
la cosa peggiore era che Erickson stava rapidamente imparando a
imbrogliare le carte utilizzando ogni tanto i miei propri termini
(per esempio psicosintesi,
crescita, creativo, il nuovo) in modo maliziosamente serio. Stava cominciando a
darmi insegnamenti impiegando quei concetti che erano già nella mia
mente! Io per arginare la cosa non potevo che abbandonare più o
meno la mia terminologia e cercare di usare la sua. Però era
necessaria una certa traduzione e qualche modifica. Anche se capivo
e apprezzavo il suo benevolo impiego dei termini
tecnica e manipolare, convenimmo che la concettualizzazione più
adeguata sarebbe stata rappresentata dai concetti di
approcci ipnotici
indiretti e di
utilizzazione
dei meccanismi della mente. t questo
che mi portò a concentrarmi così intensamente sul modo di
illustrare, dare un nome e spiegare quelle forme indirette di suggestione che potevano essere impiegate per
utilizzare
e facilitare in modo permissivo i meccanismi mentali e i
processi di
crescita del
paziente.
Alcuni
dei colleghi di Erickson formularono i suoi primi approcci
terapeutici in termini che meglio riflettevano, rispetto alla mia
formulazione, il suo temperamento e la sua personalità. Colui che
ha elaborato la più succinta ed esatta valutazione dei primi
atteggiamenti 'poco ortodossi' di Erickson, nonché una comprensione
delle ragioni dell'efficacia del suo lavoro è stato il dottor
Leonard Ravitz, uno dei primi studenti medici di Erickson (che più
tardi ha svolto del lavoro pionieristico su quelli che egli
considera essere % correlati delle scoperte di Erickson nel campo
dell'elettromagnetismo").
Tra
le molte tecniche di induzione naturale ideate da Erickson, spesso
in combinazione con fenomeni ideomotori e ideosensori, c'era il
'doppio legame', introduzione di una serie sistematica di paradossi
per approfondire lo stato ipnotico, la tecnica di confusione e la
'torura benevola' a breve termine. Quest'ultima era rinforzata da
suggestioni almeno implicite che un corretto 'uso' del bastone
paradossalmente delicato del terapeuta avrebbe prodotto le
necessarie alterazioni di comportamento; mentre nello stesso tempo,
si permetteva o addirittura si incoraggiava il paziente a
continuare il proprio comportamento sistematico, il perdurare del
quale lo metteva in una posizione di svantaggio nel controllo del
rapporto terapeutico. Un affievolirsi del comportamento sintomatico
portava a uno svanire della componente della 'tortura'. Eríckson
toglieva importanza all-insight' come elemento importante, o
persino necessario, del trattamento (p. 6, corsivi
nostri).3
Come
per correggere l'affettuosa immagine che avevo di lui, ogni tanto
Erickson mi ricordava che aveva "un pugno di ferro in un guanto di
velluto". E tuttavia quando l'approccio di Erickson falliva, ciò
era dovuto probabilmente al fatto che il 'bastone del terapeuta',
la 'tortura benevola a breve termine', e la 'posizione di
svantaggio nel controllo del rapporto terapeutico' erano più di
quanto alcuni pazienti fossero in grado di tollerare. Io ebbi modo
di essere testimone di prima mano di uno di tali incontri poco
felici con una paziente che io stesso avevo portato da Erickson per
un consulto. (A onor del vero bisogna comunque dire che in quella
circostanza Erickson aveva ormai 75 anni ed era debole e
malato).
Con
questa paziente non ero riuscito a ottenere alcun progresso
terapeutico. Ali sembrava che frustrasse i miei sforzi con la sua
troppa affabilità, amicizia e cooperazione - e tuttavia non c'era
nessun cambiamento nella sua sintomatologia. Non avvertii Erickson
di questo problema di rapporto interpersonale, e rimasi stupito
quando lui, sin dal momento in cui la paziente varcò la soglia del
suo studio, si rese conto dei suoi sottili tentativi di seduzione.
Non volle assolutamente saperne. e sin dall'inizio fu alquanto
brusco con lei. La paziente sembrò offendersene, ciò nondimeno gli
portò in 'dono' una collana di turchesi che gli offrì alla fine
della seconda o terza seduta. Rimasi di stucco davanti alla dura
lotta che avvenne allora: Erickson rifiutò il dono ridandolo
indietro tre o quattro volte, protestando garbatamente che era una
cosa di troppo valore perché un terapeuta potesse accettarla; alla
fine, con gesto brusco e deciso, lei lo gettò sul tavolo davanti a
Erickson il quale a sua volta cercò debolmente di scansarlo subito
con la mano paralizzata, cosicché il dono cadde tra i piedi della
donna mentre se ne andava! In quell'occasione imparai per
esperienza diretta gli inconvenienti e i rischi derivanti
dall'impiego di una tecnica rigida e autoritaria: quando non
funziona, è facile che ne risulti una totale rottura del rapporto
terapeutico.
Gli
aspetti indirettamente autoritari dell'atteggiamento di Erickson si
manifestarono ulteriormente quando egli accettò la valutazione di
Lawtence Kubie secondo cui la sua tecnica del doppio legame dava al
paziente solo una 'illusione di scelta'. Il mio orientamento
umanistico, invece, mi portava ad avvicinare di più questo concetto
dell'inusione di scelta alla 'facilitazione di una vera scelta'
quale essenziale dinamica terapeutica degli approcci ericksoniani.
Ecco perché concludevo il mio
Tecniche
di suggestione ipnotica con un paragrafo dal titolo "Facilitazione delle
potenzialità umane" che suona così:
In
tutto questo volume abbiamo esaminato i diversi mezzi con cui,
durante la trance, è possibile studiare e agevolate le potenzialità
umane e le capacità irrealizzate. In questo senso la trance può
essere considerata un periodo di libera esplorazione e di
apprendimento al di là delle limitazioni che una persona possa aver
derivato dalla sua storia precedente. P, precisamente a questo
scopo che Erickson ha sviluppato molti approcci particolari
all'induzione ipnotica e all'addestramento di trance che rendono
possibile alterare momentaneamente le limitazioni abituali di una
persona in modo che le potenzialità interiori si manifestino. Tutti
questi approcci non potranno mai essere standardizzati poiché,
fortunatamente, gli esseri umani non sono né statici né
standardizzati. Ciascuno è un individuo in un particolare processo
di sviluppo. L'interazione ipnotica riflette e favorisce tale
sviluppo in modi creativi e sorprendenti sia per il terapeuta che
per il paziente. Gli ipnoterapisti esperti sono, soprattutto, dei
buoni osservatori, capaci di riconoscere le catene che bloccano la
natura umana; desiderano sempre rendere disponibili degli strumenti
di liberazione e di agevolazione dello sviluppo umano e quindi,
saggiamente, si tengono in disparte per osservare e interrogarsi
sul suo corso fondamentale (p. 385).
Questo
mettersi da parte per "osservare e interrogarsi" circa il corso
fondamentale della natura umana è maggiormente caratteristico della
mia mentalità ed è in contrasto col modo in cui "Erickson toglieva
importanza all"insight' come elemento importante, o persino
necessario, del trattamento". Ravitz così continua la propria
valutazione su Erickson (op. cit.):
A
differenza di molti psichiatri, e in particolare degli psicanalisti
Erickson non cedette mai alla tentazione di spostare il suo
obiettivo dal piano induttivo a quello teorico, né di confondere i
suoi molti contributi empirici dedicando ai dati transitori,
direttamente percepiti, più attività deduttiva di quanto meritino.
I suoi scritti dimostrano un impiego puntigliosamente attento dei
termini, i quali tutti mantengono un significato comune, di
percezione diretta. Erickson evita il ricorso a costrutti
psicanalitici alla moda, di formulazione illogica per
descrivere
fatti direttamente rilevati o colti
tramite introspezione. Nei suoi scritti compaiono descrizioni e
osservazioni lucide, meravigliosamente scritte - lo sviluppo della
fase d'indagine della storia naturale al suo più alto grado (pp.
6-7).
Erickson
era un lucido naturalista che non sentiva alcun bisogno di
andare molto al di là delle
osservazioni effettuabili attraverso i sensi di ciò che era
immediatamente presente. Io invece, per guidarmi attraverso gli
scogli di natura etica dell'incontro terapeutico, e per motivarmi
con un senso di fato, avevo bisogno dell'idealismo filosofico d'una
concezione del mondo umanistica. Quando Milton morì, fu forse
questo irrisolto contrasto fra i nostri due temperamenti a
mantenere in me un'inconscia tensione che solo ora, a quasi due
anni dalla sua scomparsa, è stata risolta, mentre scrivo queste
parole per chiarire e risintetizzare ancora una volta la mia
identità separata.
A
causa dei cambiamenti di accentuazione concettuale, e dato che ero
stato io a scrivere e a prendere tutte le decisioni principali a
riguardo dei nostri libri, sentii il bisogno d'una qualche verifica
esterna, oggettiva, prima di dare alle stampe il primo
volume, Tecniche di
suggestione ipnotica. Questa verifica esterna mi venne animirevolmente
data da André Weitzenhoffer, che aveva letto attentamente il
manoscritto e lo aveva discusso in dettaglio con Erickson e con me
per tre o quattro giorni. Come scrisse più tardi
nella prefazione al libro,
Anche
se la teoria non è né la fonte né lo scopo di questo libro ...
Rossi ha proceduto a districare, vagliare, analizzare, trascrivere,
organizzare e infine integrare quel che al principio doveva
essergli sembrato una sconcertante raccolta di dati ... Credo,
inoltre, che Rossi sia riuscito a darci un'opportunità di vedere in
modo unico ciò che Erickson fa, con gli stessi occhi di Erickson
(pp. 12-14).
Era
confortante che una mente meticolosa come quella di Weítzenhoffer
capisse cosa stavo cercando di fare: fu lui a darmi la forza di
continuare.
Fui
molto più tranquillo e sicuro di me nello scrivere il secondo
volume di Erickson-Rossi (Hypnotherapy: An Exploratory
Casebook), e nei primi
quattro capitoli feci uno sforzo per delineare tutto il processo
dell'ipnoterapia ericksoniana. In quel libro introduco anche il
concetto di differenze tra emisfero destro e sinistro, che Erickson
immediatamente apprezzò come orientamento fondamentale per
organizzare e capire i suoi diversi approcci.
Il nostro terzo
libro, Esperiencing
Hypnosis: Therapeutic Approaches to Altered States,
venne realizzato sotto la spinta del
rapido declinare della salute di Erickson, e di fatto venne
pubblicato postumo. Originariamente avevamo pensato di scrivere dei
capitoli sugli approcci ericksoniani a ciascuno dei principali
fenomeni ipnotici (ci siamo riusciti solo nei capitoli secondo e
terzo sulla catalessi e sui segnali ideomotori), ma date le
circostanze pensammo che la cosa migliore fosse pubblicare il
meglio di quanto già possedevamo. In particolare ci interessava
pubblicare la spiegazione dettagliata del film del 1958 nel quale
Erickson aveva dato dimostrazione, nel laboratorio di Hilgard,
dell'induzione tramite contesto di opposti, oltre che di
dettagliati esempi degli approcci permissivi di Erickson al fine di
facilitare l'esperienza di trance in una moderna mente razionale e
scettica.
Successivamente
Erickson mi aveva affidato una grossa scatola di cartone piena di
manoscritti non completati che avrei potuto pubblicare. Furono
questi, e le sedute, che continuavamo a registrare, a fornire la
base di tutti gli scritti che pubblicammo negli anni Settanta. Il
contenuto della cartella mi indusse a raccogliere alla fine insieme
tutti gli scritti di Erickson nel campo dell'ipnosi - un totale di
quattro volumi che pubblicammo col titolo The Collected Papers of Milton H. Erickson on Hypnosis.
La cartella conteneva anche
trascrizioni delle conferenze e dimostrazioni registrate di
Erickson (raccolte da Florence Sharp) che egli aveva tenuto in
seminari e gruppi di lavoro per professionisti negli anni Cinquanta
e Sessanta. In questo momento le sto raccogliendo per pubblicarle
in un numero di volumi che andrà probabilmente dai tre ai cinque (e
dei quali questo è il primo).
Delle
migliaia di professionisti che negli anni Sessanta e Settanta
andarono a trovare Erickson, lo studiarono e registrarono in
dimostrazioni informali di gruppo nella sua casa-studio di Phoenix,
io ne ho conosciuti solo pochi.' Molti di questi professionisti
attualmente stanno scrivendo, curando e pubblicando la loro propria
versione della sua opera.
Milton approverebbe la maggior parte di esse, con l'eccezione di
quelle tendenti al sensazionalismo o contenenti concetti non
naturalistici (medianici o sovrannaturali).
Attualmente
le idee più interessanti sono quelle di Bandler, Grinder e
Delozier, che nella loro opera in due volumi (con un terzo in
progetto) Patterns of the Hypnotic Techniques
of Milton H. Erickson, M.R'
utilizzano i suoi schemi come base
per il loro nuovo approccio che chiamano programmazione
neurolinguistica (PNL).
Per quanto io possa essere un po'
sconcertato dal loro impiego del termine programmazione associato agli approcci essenzialmente euristici
di Erickson, la PNL Si
basa effettivamente, sia in sede
teorica che pratica, su due particolari contributi di Erickson, la
sua capacità nell'uso del linguaggio e della riorganizzazione
percettivo-sensoriale. Un altro ricercatore del campo, Paul
WatzIawick, ricorre a Erickson per chiarire il ruolo del
funzionamento dell'emisfero sinistro e destro,' mentre jeffrey Zeig
nella sua versione scritta di un seminario didattico con Erickson
impiega il concetto di 'ristrutturazione'
Il
filo rosso che lega tutti questi contributi sembra essere dato da
un nuovo, parsimonioso impiego in senso umanistico del rasoio di
Occam: la patina di non necessari dogmi teorici viene asportata da
un sempre maggior riconoscimento della necessità di osservare con
chiarezza le realtà comportamentali in relazione alle nostre
moderne teorie neurologiche, cognitive e
dell'apprendimento.
La
diversità di talenti e di interessi tra gli allievi di Erickson ha
costituito una fonte costante di fama per il suo lavoro. Essi
andavano da quelli di orientamento filosofico, quali j. Beahrs'
sino a quelli di orientamento moderno psicoanalitico, quali Sidney
Rosen' sino a quelli di orientamento esistenziale quali Len
Bergantino.' Il fatto che professionisti di così diverso
orientamento fossero tutti attratti dall'opera di Erickson
testimoniava sia dell'ampiezza della sua visione del mondo sia
della sua capacità di rapportarsi con facilità e autenticità alle
concezioni diverse di qualsiasi persona davvero
riflessiva.
Dopo
aver riorganizzato la American Society of Clinical Hypnosis aperta
a medici, dentisti e psicologi, Erickson voleva che venissero
addestrati all'impiego dell'ipnosi altri gruppi di operatori
sociali quali gli assistenti sociali, le infermiere e anche la
polizia. Si mise pertanto ad addestrare personalmente dei
rappresentanti di ciascuno di questi gruppi. Purtroppo molti di
questi professionisti meticolosamente addestrati (quali il dottor
Martin Reiser, che ha scritto The Handbook of Investigative Hypnosis
[Los Angeles, LEHI, 19801
ed è stato impiegato come psicologo per addestrare la polizia
all'impiego dell'ipnosi) hanno incontrato una grande opposizione in
campo professionale e politico da parte delle organizzazioni
professionali accreditate che addestrano unicamente a livello
accademico nelle professioni mediche.
Il
più vasto espandersi della tecnica di Erickson avrà probabilmente
luogo attraverso molte delle nuove istituzioni e organizzazioni che
vanno nascendo spontaneamente nel paese per addestrare dei
professionisti a livello non accademico. A capo di questo movimento
non c'è nessuno in veste ufficiale, ma gli attuali direttori dei
seminari della Milton H. Erickson Foundation 1 sono jeffrey K. Zeig, Sherron Peters, la moglie
di Erickson, Elisabeth, e sua figlia Kristina. La fondazione,
inoltre, è stata organizzata prima della morte di Milton e con la
sua attiva partecipazione. Le due più grandi organizzazioni del
paese per l'addestramento dei professionisti laureati nell'uso
dell'ipnosi rimangono la American Society of Clinical Hypnosis ' e
la Society for Clinical and Experimental
Hypnosis.'
Per
tutta la sua carriera Erickson ricevette molti titoli onorifici per
i suoi notevoli contributi, ma negli ultimi anni della sua vita due
furono gli attestati che gradì notevolmente: nel 1977
l'International Society of Hypnosís gli assegnò la Benjamin
Franklin Gold Medal, e nel luglio 1977 venne pubblicato, per
commemorare il suo 75° compleanno, un numero speciale dell'American
Journal of Ginical Hypnosis, comprendente anche uno speciale
tributo di Margaret Mead.
Il saggio che voleva che
tutti i suoi allievi fossero insieme, negli ultimi anni della sua
vita sembrò talvolta andare un po' al di là di essi, come cerca di
spiegare nel passo che segue:
E:
L'estate scorsa, mentre ero in
giardino, mi chiesi quali esperienze di carattere estremo mi
sarebbe piaciuto avere. Mi sforzavo di inimaginarle, quando notai
che non ero in alcun luogo. Ero un oggetto nello
spazio.
K:
Proprio così: in nessun luogo.
E:
Ero semplicemente un oggetto nello
spazio. Non riuscivo più a vedere i contorni delle case, né la
sedia su cui ero seduto, che in realtà non sentivo neppure sotto di
me.
R:
Hai avuto spontaneamente questa
visione?
E: Era quanto di più estremo potessi
fare!
R: La cosa più estrema che potessi
fare?
E: Non si può andare oltre!
R:
Ti è capitato proprio
mentre ti stavi chiedendo che cosa avresti potuto fare
?
E:
Sì.
R: Una reazione
inconscia?
E: La piena risposta del mio
inconscio.
R: Capisco; non puoi andare
oltre.
E: Che cosa potrebbe succedere di più
estremo?
K: Stavi semplicemente fluttuando o non eri
più nulla?
E:
Ero solo un oggetto e intorno a me
non c'era che il vuoto. Niente case, terra, stelle,
sole.
K:
Che emozioni provavi? Curiosità?
Paura? Apprensione?
E:
Era un'esperienza delle più
piacevoli. Un profondo senso di benessere. Sapevo di fare qualcosa
di estremo e lo facevo veramente! C'è una gioia maggiore di quella
che ci dà il fare ciò che vogliamo? Dentro le stelle, i pianeti, le
spiagge. Ero senza peso. Non sentivo il suolo sotto di me per
quanto cercassi di premervi sopra con i piedi. Non sentivo più
nulla.
R:
Sembra un'esperienza spontanea di
nirvana o samadhi, in cui gli yogi indiani dicono di sentire il
'vuoto'. Pensi che sia così?
E:
Si. L'esperienza estrema
dell'annullamento di ogni stimolo connesso alla
realtà.
R:
P- proprio quello che gli yogi si
addestrano a fare.
E: Sì, l'annullamento degli stimoli provenienti
dagli oggetti della realtà.
K: Lo trovavi
piacevole?
E: Quando una cosa mi riesce, la trovo sempre
piacevole.
Epilogo
Dato che studiando e
compensando le proprie carenze Erickson aveva raggiunto un modo di
vedere il mondo davvero unico, era chiaro che il suo modo di
concepire i rapporti umani fosse diverso da quello dei suoi
colleghi. Così, anche se aveva molto in comune coi suoi colleghi,
c'erano sempre, anche con coloro che lo conoscevano meglio,
differenze di percezione e di comunicazione. Pur avendo effettuato
ricerche su concetti psicanalitici fondamentali con un teorico
freudiano, Lawrence Kubie, e pur condividendo opinioni e progetti
con altri eminenti pensatori quali Aldous Huxley, Margaret Mead e
Gregory Bateson, Erickson rimase sempre un professionista
sui generis,
al centro dell'identità
professionale del quale rimanevano sempre le sue straordinarie
capacità operative. Nessuno poteva negare i brillanti e inusitati
effetti che riusciva a ottenere in ipnosi, ma pochi potevano capire
o riprodurre il suo operato. Ciò ha portato a molta confusione ed
errori d'interpretazione circa il contributo di Erickson, e rimane
tutt'oggi un problema ancora aperto, anche tra coloro che
vorrebbero seguirlo: come può il professionista medio, con tutti i
limiti appresi della nostra cultura media, imparare a ottenere quei
risultati molto efficaci ma sempre unici che erano il prodotto di
un'intelligenza così particolare come quella di Milton H.
Erickson?
A
mio avviso anche questo breve profilo della vita di Erickson è
importante per capire la fonte della sua genialità, spesso
trascurata da coloro che cercano di emulare i suoi brillanti
risultati tecnici. La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite
nella sua carne; la sua originalità come terapeuta aveva radici
nella sua lotta di vita o di morte per far fronte alle sue carenze
congenite e alla malattia che lo paralízzava. Io sono convinto che
la vera fonte della sua efficacia come terapeuta sia questa: i
pazienti avvertivano a svariati livelli che le capacità di Erickson
come terapeuta derivavano da autentiche esperienze e conoscenze
personali. Era davvero il medico sofferente che aveva imparato a
guarire gli altri guarendo se stesso. E ciò vale anche per tutti
coloro tra noi che sentono un'autentica vocazione per questa
professione. Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha qualche
ferita. La nostra riuscita sempre parziale nel guarire le nostre
proprie ferite ci porta alla vocazione di esplorare insieme agli
altri ulteriori modi di adattarci alla nostra comune condizione
umana e di ampliarne le possibilità.
I
pazienti hanno ragione a risentirsi quando sentono di subire una
manipolazione per mezzo di 'aride tecniche', impiegate da un
operatore che non ha alcun rapporto personale o conoscenza della
fonte dei problemi e della malattia che sono in tutti noi. Questi
operatori cercano d'impiegare la tecnica come mezzo di potere e
prestigio per controllare gli altri. Ma l'inconscio dei pazienti,
naturalmente, avverte tutta la superficialità di questa vuota
messinscena, e nulla cambia davvero; non fanno che manifestarsi
delle 'resistenze'. Anche se cambia un sintomo, non è ancora
avvenuto nessun profondo coinvolgimento con quelle fonti interne di
malattia e creatività, che è il vero scopo di tutto il lavoro
terapeutico.
P,
proprio a questo fine che è dedicata questa breve rassegna della
vita di Erickson, e anche questi volumi sui suoi seminari, gruppi
di lavoro e conferenze: rispondere alla domanda su come ciascuno di
noi possa generare un più efficace rapporto con le fonti e i
problemi del nostro essere unici, e su come possiamo affinare
queste capacità per aiutare gli altri ad affrontare i dilemmi della
nostra comune condizione umana.
Utilizzando i suggerimenti di Milton
Erickson.
In
tre
caratteristiche Milton fissava i confini di una persona che lavora
sul cambiamento,
tre
doti fondamentali:
FLESSIBILITA UMORISMO FUTURO
Essere in grado di
cambiare posizione, presupposti, modificare i propri punti di
vista, prendere la vita e afrontare le esperienze con umorismo,
guardare al futuro, immaginare ciò che potrà succedere, come
potranno succedersi i fatti.
Ecco
dalle sue parole il senso di questi concetti:
FLESSIBILITA
Mi
ricordo quella volta negli anni Trenta in cui andammo a fare una
passeggiata al lago con un altro psichiatra che aveva vissuto quasi
sempre in città. Intorno al lago c'erano moltissimi alberi. Io
andavo avanti molto agevolmente mentre lui faceva continui rabbiosi
commenti sui rami degli alberi che lo colpivano senza che se lo
aspettasse, gli portavano via gli occhiali. Così dovetti dirgli:
"Si impara a camminare nel sottobosco e tra gli alberi, è diverso
che camminare sulla nuda terra e su un nudo marciapiede. Si
equilibra. il CORPO
in modo diverso
... e si risponde automaticamente al ramo visto con la coda
dell'occhio senza nemmeno accorgersene e si alterano i movimenti
del corpo in modo che il ramo non ci impedisca i
movimenti".
UMORISMO
Dovete insegnare ai pazienti
a RIDERE
dei loro dolori e
a godersi i piaceri. Venne da me in terapia una donna alcolizzata
... e mi stava raccontando i problemi che aveva con la figlia in
età adolescenziale. Disse: "Ho dei problemi con lei da quella volta
che siamo andati a fare un giro nella nostra ..." come si chiama
quel tipo di automobile che non ha il tetto? ... una cabriolet.
Stavano andando in giro in macchina ... "ci stavamo dívertendo
quand'ecco che un uccello che passava sopra di noi lascia cadere
qualcosa proprio mentre lei stava sbadigliando. E da quella volta,
lei ha una tale vergogna di se stessa. Sembra che non riesca
assolutamente a fronteggiare la vita. E il mio alcolismo non
l'aiuta". Io dissi: "Be', mi dica qualche ALTRA cosa su sua figlia". 't_ una
ragazza davvero carina, ma è terribilmente nevrotica a proposito di
quell'unico argomento". "Ha mai avuto il senso dell'umorismo?", e
la madre disse: "Sì, ma non più dopo quella volta". Le era venuto
un rifiuto per molti cibi che rendeva penosa la sua vita. Chiesí
alla madre: "Lei ha detto che ha un buon senso dell'umorismo ma che
da alcuni anni non lo UTILIZZA.
Ci dev'essere
molto umorismo inutilizzato in quell'intelligente persona. Per cui,
le dispiace se faccio un po' di terapia a distanza?". La madre
disse: "No, faccia pure". Così io spedii alla ragazza una cartolina
da Philadelphia mettendola in guardia contro i pericoli derivanti
dallo sbadigliare viaggiando su una cabriolet. La ragazza ricevette
la cartolina e disse: "Chi è quest'uomo, e COME ha fatto a saperlo? Io so di
non averglielo mai detto. Gliel'hai detto Tu?! ! ! ". La
madre disse: "Come
si chiama?", e la ragazza: "Mali, è firmato M. H.
Erickson". "MAI stata a Philadelphia, io",
disse la madre, "né conosco nessuno con QUEL nome a Philadelphia. Non è una
cosa alquanto divertente?". La ragazza scoppiò a ridere e disse:
"Certo che lo è". E rise, oh, sonoramente, per un bel pezzo. E
riprese una vita normale. Era solo un consiglio
amichevole.
La
cosa fondamentale che la gente dovrebbe imparare è che nella vita
non ci dovrebbe essere ALCUN Posto per il dolore. Quando
provate dolore correte, non dico camminate, ma correte al più
vicino bidone della spazzatura, e sbarazzatevene, e vivrete in modo
molto più felice ... E chiunque voglia
INSULTARVI
...
benissimo. Mi
viene in mente quella storiella dell'irlandese e del rabbino.
L'irlandese odiava gli ebrei. Un mattino incontrò il
rabbino ... e cominciò a insultarlo,
dicendogli tutte le cose più offensive che poteva. Quando ebbe
esauriti tutti gli insulti, il rabbino gli disse gentilmente:
"Scusi, quando qualcuno le dà un regalo che lei non vuole, lei che
fa? Se lo prende?". "Io no di certo! ", disse l'irlandese. Allora
il rabbino disse: "Lei mi ha fatto il regalo di molti insulti, ma
io non lo voglio, se lo tenga per sé".
FUTURO
Poi c'era John. Abbordava
tutti quelli che passavano per il reparto. Afflig geva le
infermiere spiegando loro: "Mi hanno rinchiuso qua dentro senza
nessunissima ragione. Io non appartengo a questo posto". Così io
istruii tutto il personale del reparto che ogni volta che lui
diceva: "Io non appartengo a questo posto" dovevano rispondergli
semplicemente: "Ma sei in questo posto". Dopo sei mesi circa in cui
otteneva sempre la stessa risposta, john disse:
"LO SO, CHE SONO
IN QUESTO POSTO! ! ! ". Il personale del reparto mi
riferì questo fatto e io andai da lui e lui disse: "Io non
appartengo a questo posto", e io dissi: "Ma sei in questo posto",
lui disse: "Lo so, che sono in questo posto", e io dissi:
"D'accordo, sei in questo posto. E adesso che sei in questo posto,
che cosa intendi fare per ANDARTENE
da questo posto?".
Nel giro di nove mesi venne dimesso, trovò un lavoro come manovale
e cominciò a far fare l'università alla sorella e a contribuire al
sostegno della famiglia. Senza nessun'altra psicoterapia che:
"Tu SEI in questo posto". Il fatto di
costringere il paziente a rendersi conto di dov'è, e di andargli
incontro lì, e poi di colmare il vuoto col futuro è una cosa molto
importante.
Nel
1933 un collega psichiatra e io ci mettemmo una volta a parlare.
Era effettivamente un'eccellente psichiatra. Affrontava i pazienti
in modo molto obiettivo, era un uomo molto competente dal punto di
vista professionale, solo che dal punto di vista
PERSONALE
era estremamente
nevrotico. E nel 1933 disse che stava per dimettersi, ed entrare in
analisi. lo gli dissi: "Bob, ma perché vuoi entrare in analisi?".
Lui disse: "Be' voglio superare la mia paura delle donne. Voglio
sposarmi, avere una casa e dei bambini". Io dissi: 'Tob, se per il
1940 non hai superato la tua paura delle donne, lascia perdere la
terapia". Nel 1965 sua madre è morta, e lui era ancora in
psicoanalisi. Molti dei suoi analisti erano deceduti, e lui
era SEMPRE
in terapia. Sua
madre mori a oltre novant'anni, e questa madre aveva vissuto con
una vecchia signora come compagna. Adesso, dopo la morte della
madre, questa vecchia signora non sapeva dove andare, per cui
Bob LA sposò. Era quindici anni più
vecchia di lui. Comprarono una casa, un cottage molto mal messo nel
Vermont. Passarono due estati a lavorare sodo per
rendere quella casetta estiva adatta a essere occupata nei mesi
estivi e vivevano in un piccolo appartamento a Boston
...
Di
recente Bob è morto. Adesso che suo padre morendo lo aveva lasciato
ricco. Il sogno di tutta la sua vita era stato di andare in Scozia,
e invece non è andato più in là del Massachusetts e Windsor, in
Canada, è il posto più vicino alla Scozia in cui sia arrivato.
Tutta quella psicoanalisi, dal '33 ad oltre il 1965, sino a che è
morto. E aveva sposato una donna di quindici anni
più VECCHIA DI
LUI. Lei aveva ottant'anni quando
lui ne aveva 67, quello non si può davvero dire che fosse un
matrimonio. Non aveva veramente una moglie. Lei certamente non era
adatta ad avere bambini, e lui non aveva una casa, aveva solo un
piccolo appartamento a Boston. Eppure, quando lavorava per
l'ospedale, per quanto riguardava i Suoi PAZIENTI,
era uno psichiatra
molto bravo. E allo stesso modo molti pazienti psicanalizzati che
vengono da me hanno passato anni nell'inutile esame del loro
passato, e io dico: dimentichiamo il passato, e guardiamo avanti al
futuro ... e soprattutto, mettete
dell'umorismo in tutto ciò che fate!
L'uomo di
febbraio: facilitazione di una nuova identità in
ipnoterapia. Milton Erickson
Sinora abbiamo posto
in risalto che l'ipnoterapia comporta l'utilizzazione delle
personali esperienze di vita del paziente e che le forme indirette
di suggestione sono il mezzo con cui si evocano tali esperienze per
operare il cambiamento terapeutico. Ma che cosa succede quando il
paziente abbia subìto una grave deprivazione in qualche
fondamentale esperienza di vita? Può il terapeuta fornirgliela
vicariamente in qualche modo? I terapeuti non privi di sensibilità
riconoscono da tempo il loro ruolo di genitori sostitutivi, che di
fatto aiutano i loro pazienti a esperire modelli di vita e rapporti
che sono andati perduti.
In questo
capitolo finale esporremo qualche tipo di approccio usato da
Erickson per dotare una paziente di un rapporto personale atto ad
ancorarla a una più sicura realtà interiore intorno alla quale la
donna potesse crearsi una nuova identità. t il caso di una giovane
la cui grave deprivazione materna l'aveva portata a dubitare
seriamente delle proprie capacità di madre. Attraverso una serie di
regressioni d'età Erickson la visitò nelle sembianze dell' 'Uomo di
febbraio': un tipo di affabile prozio che divenne amico e
confidente sicuro. Un insieme di esperienze del genere la mise in
grado di sviluppare un nuovo senso di fiducia in sé e di identità
che la portò infine a un'esperienza rimuneratrice della maternità
con i propri figli.
In realtà, nel
corso della sua carriera, Erickson ha assunto il ruolo dell'Uomo di
febbraio con molti pazienti. Tuttavia, in queste situazioni, i
particolari del suo lavoro sono di tale complessità che egli non ha
mai portato a termine nessuno dei suoi manoscritti sull'argomento.
Il caso che segue costituisce pertanto una sintesi dei manoscritti
originari di Erickson con i commenti di Rossi.
Invitiamo il
lettore a indagare con noi alcuni degli approcci e dei temi insítí
nel lavoro dell'Uomo di febbraio. In questo lavoro vi sono molti
aspetti che sfuggono alla nostra comprensione. L'uso delle
suggestioni indirette per l'integrazione dei ricordi ipnotici e di
quelli della vita vissuta, al fine di creare una coerente realtà
interiore, è un' arte che non si presta interamente all'analisi
razionale. Cercheremo comunque di colmare qualche lacuna e di
portare avanti l'opera, nella piena consapevolezza delle nostre
manchevolezze e della necessità della creatività del
lettore.
Seduta
iniziale: un'ínfanzia triste
A
metà della sua prima gravidanza, la moglie di un giovane dottore
del nostro ospedale chiese assistenza psichiatrica a Erickson. Il
suo problema era questo: pur essendo sposata felicemente e lieta
d'essere incinta, temeva che le sue infelici esperienze infantili
si riverberassero nell'atteggiamento che lei avrebbe tenuto verso
il figlio. Dichiarò di avere "studiato troppa psicologia" e
d'essersi resa conto della possibilità di sottoporre
involontariamente il bambino a un trattamento iniquo, col risultato
di un trauma psichico.
Spiegò d'essere
stata una bambina decisamente non desiderata. La madre non aveva
mai tempo per lei. Era affidata alle cure della sorella maggiore
della madre, una zitella che, in cambio dell'ospitalità in casa,
fungeva da bambinaia, massaia e donna tuttofare. Aveva passato
quasi tutto il periodo prescolare nella propria cameretta, lasciata
a se stessa, escogitando per conto proprio il modo di giocare e di
intrattenersi. Ogni tanto, quando la madre dava un tè, la si
chiamava per un momento per presentarla agli ospiti, si sentiva
dire che era una bambina cara e graziosa, e veniva congedata.
Altrimenti la madre, tra un i impegno sociale e l'altro, faceva un
salto in camera sua per una visita breve e noncurante. Poi era
stata mandata in un asilo speciale e in varie scuole private per
l'istruzione elementare e secondaria, che veniva 'rafforzata'
durante l'estate in vari campeggi. In quegli anni la madre
"prendeva un po' di tempo dai pressanti impegni mondani e dai
viaggi aH'estero" per vedere la figlia con la frequenza che era
umanamente possibile'. Sostanzialmente lei e la madre rimasero due
estranee.
Anche il padre
era occupatissimo, completamente preso dai propri affari e quasi
sempre in viaggio. Tuttavia nutriva per la figlia un affetto
sincero e trovava spesso il tempo per portarla, sin da quando era
una bimbetta, a pranzo fuori, al circo, al luna park e in altri
memorabili luoghi di delizia. Le comperava i giocattoli e le
regalava quanto le occorreva, in contrasto con le bambole
'terribilmente costose' di cui la madre la inondava, ma con le
quali la zia non la lasciava giocare perché erano 'belle' e
'preziose'. Dalla madre aveva ricevuto "il meglio di ogni cosa", ma
il padre le aveva sempre dato "tante piccole cose veramente
graziose". A diciott'anni si era ribeflata all'idea di 'finire' gli
studi e, con profondo dolore e risentimento della madre, aveva
insistito perché la si iscrivesse a un'università statale. Il
principale argomento della madre era il debito che la figlia aveva
contratto con lei per averle 'praticamente rovinato' la linea con
la sua nascita. Il padre, completamente dominato dalla moglie di
cui tuttavia era molto innamorato, aveva appoggiato in segreto la
decisione della figlia, e l'aveva assecondata e aiutata in ogni
maniera possibile, cercando però di non trattarla con eccessiva
indulgenza.
Il suo
adattamento all'università era stato buono sotto il profilo
scolastico, ma la giovane aveva l'impressione di non aver saputo
sfruttare abbastanza le sue possibilità di vita sociale. AH'ínizio
dell'ultimo anno aveva conosciuto un medico più vecchio di lei di
cinque anni, che stava compiendo il periodo di internato, e se ne
era innamorata. Un anno dopo lo aveva sposato. La madre ne era
rimasta addolorata perché lo sposo non aveva una 'posizione
sociale', ma il padre le aveva espresso in privato la propria
approvazione.
Con questi
precedenti la donna ora si chiedeva che tipo di madre sarebbe
stata. La sua cultura psicologica l'aveva convinta che l'essere
stata rifiutata dalla madre e la mancanza d'affetto di cui aveva
sofferto quand'era bambina avrebbero avuto in qualche modo
un'influenza sfavorevole sul suo atteggiamento verso il proprio
bambino. Voleva sapere se sarebbe stato possibile esplorarle
l'inconscio con l'ipnosi, sia per recare sollievo alle sue ansie
sia per renderla consapevole delle sue manchevolezze perché potesse
porvi rimedio. Chiese a Erickson di esaminare a fondo il suo
problema e di fissarle un altro appuntamento quando si fosse
sentito sicuro di poter far fronte ai suoi
bisogni.
Seconda
seduta: una catarsi spontanea
Nella
seduta successiva la paziente era estremamente spaventata,
angosciata, sull'orlo del pianto. Espresse in forma sconnessa la
paura di nuocere al bambino, trascurarlo, prenderlo in antipatia.
Temeva di sentirsene legata mani e piedi, d'essere eccessivamente
ansiosa, di dedicargli un'attenzione sovracompensatrice, di farne
un orrendo peso nella propria vita anziché un piacere, di perdere
l'amore del marito, di non voler mai bene al figlio e così
via.
Elaborò
scarsamente su queste idee, ma in relazione a ogni possibile stadio
dello sviluppo finale del bambino.
Pianse
per tutta la seduta e, pur riconoscendo a livello intellettuale
l'infondatezza delle proprie lacrime, dichiarò che il loro "forte
carattere ossessivo" le stava causando insonnia, anoressia e gravi
reazioni depressive che la terrorizzavano.
Se
tentava di leggere o di ascoltare la radio, la pagina stampata o la
trasmissione erano offuscate dai vividi, pressanti ricordi della
sua infanzia infelice. Si rendeva conto del carattere esagerato,
abnorme delle sue lacrime, ma si sentiva assolutamente incapace di
trattenerle.
A parte
queste innumerevoli ansie, non emerse molto sulla vera storia della
paziente. La donna chiese piangendo se chi scrive la potesse
aiutare, perché si sentiva sull'orlo di un collasso. Venne
assicurata che si sarebbe messo a punto un piano terapeutico prima
della prossima seduta.
Terza
seduta: la trance interpolata, regressione d'età e
amnesia
Nella
seduta successiva la si rassicurò: era stato predisposto un
programma elaborato, con il quale senza dubbio si sarebbero
ottenuti i risultati per lei più soddisfacenti. Non era ancora
possibile rivelarglielo, ma con l'ipnosi il suo inconscio se ne
sarebbe fatta un'idea adeguata. A livello cosciente, le occorreva
sapere soltanto che si sarebbe impiegata l'ipnosi e che, se lo
avesse desiderato, si sarebbe potuto cominciare subito. Acconsentì
con entusiasmo. In questa seduta si dedicarono circa cinque ore al
suo training come soggetto ipnotico. Fu dato particolare risalto
alla regressione d'età. La sua intelligenza e le sue ottime
attitudini come soggetto ipnotico resero possibile l'elaborato
training considerato necessario per la procedura
programmata.
Durante il
training, la si fece regredire più volte nel tempo, lentamente e
con cautela, a situazioni del passato in cui chi scrive potesse
inserirsi in qualche modo, direttamente o indirettamente, senza
distorcerle. Così, la prima regressione fu alla seduta iniziale.
Facendogliela rivivere fu possibile introdurvi con facilità un
elemento nuovo che in realtà non rientrava nella situazione, ma che
poteva accordarsi bene con essa. In sintonia con l'esperienza della
paziente che stava rivivendo la seduta, chi scrive si limitò a
osservare: "Mi consenta di interromperla per esporle un'idea che mi
è venuta in mente proprio ora. Mi sembra che lei possa essere un
buon soggetto ipnotico. Le rincrescerebbe chiudere gli occhi e
dormire in ipnosi per qualche minuto, poi svegliarsi e continuare
dal punto in cui l'ho interrotta? ". Fu inserita in tal modo una
trance interpolata nel suo rivivere la prima seduta in cui non vi
era stata ipnosi.
R: La prima
trance ha l'effetto di dissociare la paziente dalla realtà
circostante e di immetterla nel suo ambiente interiore. Quando
interpoli una seconda trance nella prima la regressione della
paziente all'interno di se stessa diventa ancor più profonda. La
trance interpolata ha lo scopo fondamentale di distogliere
ulteriormente la paziente dalla realtà esterna concomitante. E'
particolarmente utile per la regressione d'età.
E: Sì, con la
trance interpolata non occorre aiutare il suo ritiro dall'ambiente
esterno. Quando lei tornerà alla realtà le riuscirà assai più
difficile recuperare quella trance interpolata per la quale avrà
un'amnesia persino in stato di trance.
R: Così la
trance interpolata è un altro modo di provocare una amnesia
ipnotica più profonda.
E: Nelle trance
future la paziente avrà un'amnesia per la trance interpolata, ma
dovrebbe ripassare per quest'ultima per avere il ricordo completo
della prima trance in cui essa ebbe luogo. Durante la trance
interpolata le diedi molte suggestioni positive di sostegno, che
valsero a rinforzare tutti i valori positivi di quella seduta
iniziale.
R: P, come una
retroazione, in cui ciò che avviene dopo rinforza i valori positivi
di ciò che è avvenuto prima.
E: Certo, e
rinforza ciò che sta avvenendo ora per mezzo del ,passato' che ho
trasferito nella seduta iniziale. Lavoro in tutte le direzioni.
Nella vita quotidiana può accadere che persone sconosciute si
incontrino e inizino una conversazione casuale scoprendo poi di
avere qualcosa in comune nel loro passato: vacanze passate nella
stessa località, provenienza dalla stessa regione o città,
frequenza della stessa scuola. A volte sono liete di scoprire di
avere in comune qualche conoscente e di poter condividere dei
particolari più intimi della loro vita. Ora, hanno creato nel
presente un saldo rapporto, interamente fondato sulle esperienze
del passato.
R: Hanno creato
un "mondo fenomenico in comune" (Rossi, 1972a) che ora condividono.
Hanno costruito ponti associativi che ora li legano in un'amicizia.
Si tratta di un comune, quotidiano processo di instaurazione di
rapporti sociali: tu ora lo utilizzi per consolidare il tuo rapport
con questa paziente. La trance interpolata è un modo di creare
rapidamente una 'storia' positiva che rafforza le relazioni in
atto.
Protezione
del rapport: suggestione indiretta e possibilità
contigenti
Venne
poi fatta regredire a un ricevimento di un medico che stava
compiendo l'intemato, al quale avevano partecipato molti ex allievi
di Erickson. Nel processo di regressione le fu data la suggestione
che lo avrebbe potuto incontrare in quella occasione o che qualcuno
avrebbe potuto nominarlo; ciò sarebbe avvenuto con certezza
allorché qualcuno le si fosse avvicinato attirando la sua
attenzione e le avesse premuto delicatamente il polso. All'accadere
di questo fatto imprevisto lei avrebbe potuto dare una piena
risposta alla pressione sul polso e reagire in conformità al
presentarsi di qualsiasi bisogno derivante dalla situazione. Questa
suggestione aveva principalmente lo scopo di íntrodurre uno spunto
fisico che permettesse l'immediata induzione di uno stato di trance
in qualsiasi momento, persino mentre la paziente stava rivivendo
eventi passati che avevano avuto luogo assai prima che ella
incontrasse Erickson. Furono indotte varie regressioni del genere,
favorite dalle particolari informazioni che erano state fornite in
privato dal marito. Vennero utilizzate per condizionarla
all'induzione di trance in qualsiasi insieme di circostanze
psicologiche.
E: Con questo
procedimento stavo predisponendo la protezione del rapport. Una
volta, alla Clark University, feci regredire un soggetto all'età di
10 anni. Regredendo spiegò che stava facendo una commissione:
doveva comperare una pagnotta per la madre. Tutti potemmo vedere il
terrore sul suo volto, perché egli non conosceva nessuno in quella
stanza (dove lo si stava ipnotizzando come adulto). Passai quattro
ore e mezzo terribili nel tentativo di riprendere il rapport con
lui perché il soggetto aveva paura di me, come aveva paura di
chiunque altro. Ne trassi l'ammaestramento che per l'avvenire avrei
dovuto avere un modo secondario per stabilire il rapport con il
soggetto, per esempio toccargli un polso. P- un gesto, per altri
versi privo di significato, che richiama l'attenzione.
Difficilmente il soggetto riesce a incorporarlo nel modello di
comportamento dell'età alla quale è regredito.
R: Non dicesti
direttamente alla paziente che la pressione sul suo braccio era un
segnale perché entrasse in trance o perché prestasse attenzione
alle suggestioni che le stavi dando.
E:
Se glielo avessi detto direttamente, avrebbe potuto rifiutarlo.
Perciò lo inserii in una cornice indiretta di possibilità contingenti; si sarebbe
potuto dare il
caso che mi incontrasse. Qualcuno le si sarebbe avvicinato;
lei avrebbe
potuto rispondere appieno alla pressione sul
polso e reagire in conformità al presentarsi di qualsiasi bisogno derivante dalla situazione.
Si tratta di
espressioni (le parole in corsivo) assai vaghe. Non vi è in esse né
richiesta né minaccia, e quindi non c'è alcun bisogno di resistervi
o di respingerle.
R: Nella vita
quotidiana in genere non rifiutiamo le possibilità indefinite. Al
contrario, possibilità e contingenze suscitano di solito in noi un
senso di stupore, di riflessione e di attesa. Le possibilità danno
in realtà l'avvio dentro di noi a pressioni di ricerca inconscia che può far scattare utili processi
inconsci. Dicendo: "Qualsiasi bisogno derivante dalla situazione",
si coprono tutte le possibilità, compresa qualsiasi suggestione si
dia alla paziente. In questo modo le si dà la forma più generica di
suggestione indiretta.
E: Una forma
estremamente generica che la paziente può colmare con il suo
specifico modo di vedere.
L'interpolazione
di nuove esperienze di vita: l'Uomo di
febbraio
La
paziente venne istruita a porre in atto nel modo migliore ampie
regressioni, che avevano semplicemente lo scopo di creare lo sfondo
e la situazione generale per l'interpolazione di nuove risposte
comportamentali. La si fece regredire a situazioni del passato e
quello schema di riferimento fu impiegato unicamente come
background
nel quale poter interpolare
il nuovo comportamento ipnotico. Quando fu completato il training
sufficiente a ottenere delle buone risposte, la paziente fu fatta
regredire all'infanzia, all'età di quattro anni. Fu scelto il mese
di febbraio perché era quello del suo compleanno. Venne orientata
alla stanza di soggiorno della sua infanzia, in atto di
passeggiarvi semplicemente. Passeggiava spesso in soggiorno. Poiché
lo stato di regressione era limitato a quell'atto, esso avrebbe
costituito solo uno schema di riferimento. Si sarebbe potuto
arrestare la passeggiata e inserire in quell'ambiente un nuovo
comportamento senza alterare o falsificare la situazione. Così il
nuovo comportamento che vi veniva ímmesso avrebbe potuto essere
riferito, sotto l'aspetto temporale, agli eventi del periodo al
quale la paziente era regredita.
Quando si destò
sonnambulicamente in questo stato regredito, fu salutata da
Erickson con queste parole: "Ciao piccola. Sei la bambina del tuo
papà? Io sono un amico del tuo papà e lo sto aspettando perché mi
deve parlare. Ieri mi ha detto che un giorno ti ha portato un
regalo che ti è piaciuto molto. Anch'io voglio bene al tuo papà. NE
ha detto che presto sarà il tuo compleanno e scommetto che ti farà
un regalo bellissimo". Seguì un silenzio in cui Erickson, con fare
apparentemente distratto, apriva e chiudeva con colpi secchi il suo
orologio a doppia cassa, senza fare alcun altro tentativo di farla
conversare né di attirare la sua attenzione. La paziente dapprima
lo guardò, poi prese a interessarsi dell'orologio: allora Erickson
se lo portò all'orecchío e disse che faceva un bellissimo
'tic-tac'.
E:
"Ciao, piccola" le assegna un ruolo ipnotico.
R: In quel primo
istante in cui lei apre gli occhi in trance sonnambulica tu
rinforzi immediatamente la regressione d'età in modo che non vi
siano dubbi al riguardo. Ti vedrà come dottor Erickson o come
qualche persona del suo passato a lei sconosciuta? Il modo in cui
la saluti la orienta nel passato.
E: E nel suo
passato c'è stato qualcuno che le ha parlato proprio
così.
R: Attiri
opportunamente la sua attenzione giocando con l'orologio. 2 quello
che ci vuole per una bambina di quattro anni; non ti inserisci in
una forma diretta o esigente. Ti comporti proprio come si sarebbe
comportata una persona in visita a casa sua quando lei era
bambina.
La pressione sul
polso come segnale non verbale per metasuggestioni di orientamento
dello stato sonnambulico
Dopo qualche
minuto le si diede la suggestione che forse le sarebbe piaciuto
fare scattare l'apertura della cassa o ascoltare l'orologio. Mosse
timidamente il capo in segno di assenso e tese la mano. Prendendole
il polso come per aiutarla, Erickson le porse l'orologio. La
paziente lo guardò e ci giocò. Le si diede allora la suggestione
che, se lo avesse ascoltato per un momento, le sarebbe venuto
sonno. Seguì l'osservazione che tra poco Erickson sarebbe dovuto
andare a casa, ma che un giorno o l'altro sarebbe tornato e, se lei
lo avesse desiderato, avrebbe portato l'orologio perché potesse
aprirlo e chiuderlo, e ascoltarlo.
La
paziente annuì di nuovo con il capo e la mano con cui teneva
l'orologio le fu guidata verso l'orecchio. Le fu premuto
leggermente il polso e le furono date suggestioni di trance,
accompagnate dalla suggestione che Erickson sarebbe tornato ancora,
forse l'estate prossima, e forse lei lo avrebbe
riconosciuto.
E: Era
necessario che io me ne andassi da casa sua. Posi termine
all'interpolazione di quell'esperienza di vita con un'opportuna
pressione sul polso (cioè guidandole verso l'orecchio la mano con
cui teneva l'orologio) e dandole la suggestione che ascoltandolo le
sarebbe venuto sonno.
R: Farla
addormentare è un comportamento che bene si addice a una bambina di
quattro anni che ascolta il ticchettio dell'orologio, e il suo
sonno ti permise di andartene. Ti permise anche di darle la
suggestione postipnotica che forse l'avresti rivista l'estate prossima e
che forse
ti avrebbe riconosciuto.
Sono possibilità appropriate alla sua età perché un bambino di
quattro anni può non riconoscere un amico dopo un anno. Ma perché
le desti il segnale del rapport premendole il polso quando
aggiungesti queste suggestioni?
E: Benché fosse
in una trance sonnambulica, sarebbe stata necessaria un'ulteriore
ipnosi per alterare quello stato al fine di indurre altri
fenomeni.
R: Capisco.
Persino durante lo stato di sonnambulismo occorre uno speciale
rapport per mandare a effetto suggestioni importanti. La pressione
del polso è un segnale di orientamento alle metasuggestioni che
userai per guidare lo stato di sonnambulismo; la avverte che sono
in arrivo suggestioni importanti. Ho avuto delle difficoltà
lavorando con qualche soggetto talmente ostinato durante la trance
sonnambulica che a mala pena riuscivo ogni tanto a intervenire nel
discorso. Come bambini egocentrici questi soggetti prendevano
subito in mano la situazione e vivevano esternamente un'esperienza
interiore senza che io riuscissi a mettermi in contatto con loro.
Può essere un'ottima cosa ai fini di una catarsi, ma non consente
al terapeuta di interpolare nuove esperienze come stai facendo
qui.
E: Ci vuole un
altro schema di riferimento ipnotico per orientarla a ricevere
suggestioni importanti senza definirlo come tale e senza modificare
il mio ruolo di persona estranea, amica di papà.
R: Tipicamente,
nella classica regressione d'età ci si limita a far rivivere
un'esperíenza di vita del passato. Si fa assegnamento sulla
catarsi, o processo di desensibilizzazione, come mezzo terapeutico
per risolvere emozioni represse di traumi della
vita.
E: In questo
modo non si aggiunge nulla, mentre qui io sto aggiungendo qualcosa
al passato.
R: A questo
mira tutto il tuo procedimento. Tu la fai regredire per instaurare
uno schema di riferimento nel quale poter interpolare esperienze di
vita terapeutiche. Aggiungi nuove esperienze al cumulo dei suoi
ricordi; aggiungi nuovi elementi sul contatto umano che in realtà
le mancavano.
E: Possiamo far
credere a qualcosa che non esiste se lo ripetiamo abbastanza
spesso. Ecco perché ho dovuto procurarle molte esperienze con me,
in veste di Uomo di febbraio. Do realtà a una cosa
inesistente.
R: Che diventa
'reale' come realtà interiore. Con questo approccio riesci a
modificare il sistema di credenze della paziente: non puoi
cambiarle veramente il passato, ma puoi cambiare quello che lei
crede circa il proprio passato.
E: Possiamo
cambiare credenze e valori. Non si tratta di credere a menzogne,
quanto piuttosto di scoprire più cose. I pazienti credono alla loro
realtà limitata sino a quando ne ne scoprono una più
ampia.
R: Mi chiedo se
la "scoperta di una realtà più ampia" si possa equiparare alla
creazione di una consapevolezza nuova. Tuttavia, qui resta un
interrogativo fondamentale. Tu stai veramente (1) aggiungendo
qualcosa di nuovo alla personalità, oppure (2) semplicemente
aiutando la paziente a scoprire e a esperire uno schema naturale,
intrinseco di contatto umano (il rapporto archetipico
figlio-genitore) di cui aveva un enorme bisogno e che desiderava
ardentemente? La teoria dell'utilizzazione darebbe rilievo alla
seconda alternativa; tu stai strutturando circostanze che le
consentano di suscitare e utilizzare modelli comportamentali
intrinseci (specifici del genere umano) che devono esprimersi per
avere uno sviluppo normale. Ma aggiungi certamente un nuovo
contenuto nella cornice di questo comportamento
intrinseco.
La
prosecuzione delle esperienze con l'Uomo di lebbraio:
convalida
della realtà storica dell'esperienza avuta in
regressione d'età
Si permise poi alla paziente di
trascorrere circa un quarto d'ora in
profondo
sonno ipnotico. Questo sonno rappresentò l'intervallo
di
tempo
in cui potevano aver luogo la mia partenza e infine il mio ritorno
(secondo le suggestioni che le erano state date). Le fu di nuovo
premuto delicatamente il polso con la suggestione che sarebbe stata
meglio in giardino, perché i fiori stavano sbocciando per la prima
volta dall'epoca del suo compleanno, lo scorso inverno, e forse
sarebbe tornato l'amico di papà. In ogni caso avrebbe potuto aprire
ben bene gli occhi per vedere i fiori. La paziente li spalancò e
chiaramente gioì delle proprie allucinazioni visive mentre chi
scrive, standole alle spalle, la salutò con queste parole: "Ciao
piccola. Ti ricordi di me?". Lei si voltò, lo guardò attentamente,
sorrise e disse: "Sei l'amico di papà". Le fu risposto: "E io
ricordo il tuo nome. Ti chiami R.". In questo modo Erickson si
inserii stabilmente nel suo passato come una figura effettiva senza
violarne o distorcerne le realtà, ma unicamente aggiungendovi
qualcosa con un semplice processo di associazione temporale. Fu
quindi iniziata una conversazione casuale a livello infantile sui
fiori rossi, rosa e gialli (lei diceva che erano tulipani), quindi
la paziente chiese a Erickson se avesse l'orologio e tutto si
svolse sostanzialmente allo stesso modo di prima. Furono create
molte altre situazioni simili perché l'intrusione di Erickson nel
suo passato potesse avvenire senza infirmare lo stato di
regressione. Le si fornì un'estesa esperienza con l'Uomo di
febbraio, una figura che si radicò sempre più nella storia della
sua vita.
E: Nella seduta
iniziale ero venuto a sapere che la casa in cui abitava da bambina
aveva un gran giardino, pieno di fiori rossi, rosa e gialli. Volli
convalidare ulteriormente gli aspetti storici dell'esperienza
fingendo di non ricordare chiaramente la mia visita precedente. Con
quanta chiarezza ricordiamo un'esperienza dell'anno prima? Di due
anni prima? Di quattro anni prima? Introdussi anche dei punti di
vista mutevoli. Quando la bambina cresce, la sua visione delle cose
cambia. Le dicevo: "La prima bambola che hai avuto era proprio
carina". "Ti ricordi con quanto entusiasmo sei andata per la prima
volta al circo?". Potevo fare alla ragazzina di dieci o dodici anni
osservazioni di questo genere sulla bambina di sei
anni.
R: Tra le
esperienze di trance ai vari livelli d'età gettavi dei ponti
associativi che davano realtà storica alle visite che le
facevi.
La
suggestione postipnotica indiretta
Infine
fu fatta entrare in una trance profonda e le furono date ampie
suggestioni postipnotiche perché avesse una completa amnesia per
tutto ciò che era avvenuto mentre era in ipnosi e perché
continuasse a collaborare. Le fu premuto leggermente il polso e le
fu detto: "Ora lei ha eseguito il suo compito. Voglio che entri in
una profonda trance in questo momento. Voglio che assapori un buon
riposo. Voglio che al risveglio si senta ristorata, a suo agio
nella sensazione d'essere perfettamente desta, pronta a iniziare le
attività di una nuova giornata".
E: L'ultima
suggestione, "pronta a iniziare le attività di una nuova giornata",
implica che la paziente sarà pronta a compiere dell'altro lavoro;
siamo soltanto agli inizi.
R: Ecco in che
modo implichi anche un'amnesia postipnotica senza dirle
direttamente che non avrebbe ricordato. Poi avresti potuto farla
entrare di nuovo in trance per un'altra esperienza con l'Uomo di
febbraio.
Il
tempo occorrente per il lavoro
ipnotico
Nelle
sedute successive, che di solito duravano più ore, si seguì
essenzialmente lo stesso procedimento.
E: Dovevo avere
a disposizione più ore per farle avere un'esperíenza con l'Uomo di
febbraio a un dato livello d'età, poi lasciarla riposare e farle
avere un'altra esperienza a un livello d'età diverso. Il tempo può
essere dilatato e compresso, ma è pur sempre necessaria una certa
quantità di tempo reale per compiere un lavoro accurato. Dapprima
non sappiamo quali siano le vere capacità del paziente: abbiamo
bisogno di tempo per esplorarle.
L'integrazione di
ricordi ipnotici e della vita reale: creazione di una coerente
realtà interiore
Su questo
modello furono condotte numerose sedute ipnoterapeutiche. La
paziente venne fatta regredire a più periodi diversi della propria
vita, di solito in progressione cronologica, badando che la
situazione creata non risultasse in contrasto con le effettive
realtà del passato. Per esempio una volta, dopo essere regredita
all'età di nove anni, la paziente manifestò un profondo stupore
quando, aprendo gli occhi, vide Erickson. La si interrogò con
circospezione e si venne a sapere che stava effettuando la sua
prima visita a un lontano parente, dal quale era arrivata proprio
la sera precedente. Con qualche domanda Erickson riuscì a ottenere
informazioni sufficienti a orientarlo sulla situazione e poté
dichiarare d'essere un amico di affari di quel parente. In tal modo
gettò le indispensabili fondamenta della propria successiva
ubiquità nelle esperienze di vita della paziente. A farle accettare
tale ubiquità contribuì la circostanza che entrambi i genitori si
recavano continuamente in viaggio, spesso senza preavviso, e
avevano innumerevoli conoscenti e amici. Era quindi facile
immaginare che ne avesse anche Erickson, come 'amico di papà'. Era
anche molto importante il fatto che l'Uomo di febbraio conoscesse
varie città in cui la paziente era stata e che, al pari di lei,
avesse studiato psicologia: tutto ciò fornì un ampio
background che le permise di
accettarlo senza discutere. Con la prosecuzione del procedimento si
ridussero al minimo gli espedienti tecnici per ottenere un
comportamento responsivo e si riuscì a porre in atto nel giro di
un'ora una dozzina di stati regrediti. Furono tutti utilizzati per
ottenere dalla paziente un resoconto su cose e atteggiamenti del
periodo al quale l'aveva riportata la regressione, come pure su ciò
che allora lei si attendeva o prevedeva. Gli eventi previsti
servirono egregiamente a Erickson per dirigere gli stati di
regressione verso periodi più 'sicuri'. Tuttavia occorreva fare
attenzione perché non sempre le previsioni si avveravano. Spesso
però la 'visita' era dedicata al racconto di quanto era successo
dopo l'ultima 'visita', cioè dopo la regressione precedente. La
paziente imparò a considerare Erickson un ospite assiduo e un amico
fidato, a cui poter raccontare ogni segreto, gioia e dolore, e con
cui condividere speranze, timori, dubbi, desideri e
progetti.
Di quando in
quando era necessario indurre un'ampia amnesia, che cancellasse
varie 'visite', e farla regredire a un'età precedente per
riesaminare più a fondo un periodo già preso parzialmente in
considerazione. Poteva accadere che qualche improvviso mutamento
della sua vita, non previsto in una precedente regressione d'età,
si fosse consolidato prima del periodo della regressione
successiva, creando in tal modo una situazione in contrasto con
cognizioni ormai radicate. In questi casi si eliminava con
suggestioni di amnesia l'ultima regressione d'età e si induceva una
nuova regressione, a un'epoca precedente, per permettere
l'acquisizione di dati pertinenti.
R: Cercavi con
molta attenzione e in larga misura di integrare ricordi ipnotici e
ricordi reali, in modo da fonderli in una coerente realtà
interiore. Ciò assicurava il permanere dei nuovi atteggiamenti che
andavi promuovendo in lei. Se vi fosse stata contraddizione e
mancanza di coerenza tra i ricordi ipnotici e quelli reali, i
processi autocorrettivi che stavano avvenendo
nell'inconscio
avrebbero avuto
la tendenza a eliminare gradualmente le suggestioni ipnotiche come
intrusioni estranee. Può essere questo il motivo per il quale molto
lavoro ipnotico ha avuto in passato un effetto soltanto temporaneo
o parziale. Le suggestioni dirette date al paziente mentre si trova
in stato di profondo sonnambulismo non vengono programmate nella
mente in modo rigido, una volta per tutte. La mente umana è un
processo dinamico che si corregge, si modifica e si riformula in
continuazione. Le incoerenze sono elaborate in maniera
soddisfacente o sono espresse come 'problemi' (complessi, nevrosi,
sintomi psicosomatici, ecc.). Quindi non c'è nulla di magico o
misterioso nell'efficacia del tuo approccio: esso si basa su un
accuratissimo e approfondito lavoro di integrazione dei ricordi
reali nell'esperienza ipnotica.
La promozione degli
atteggiamenti terapeutici: una terapia delle prospettive
esistenziali: sogni e ipnosi
La costante e
continua esperienza d'essere rifiutata dalla madre offriva molte
occasioni per la riorganizzazione delle emozioni e delle cognizioni
della paziente. Procedendo in questo modo Erickson assunse un ruolo
ispirato ad amicizia, comprensione, interessamento e obiettività,
che gli dava la possibilità di chiederle come avrebbe potuto
valutare in seguito una data esperienza. Così, esprimendo il
proprio dolore per la rottura di una bambolina di porcellana di
poco prezzo che le aveva dato il padre e che le stava molto a
cuore, la paziente poté dichiarare che, quando fosse cresciuta e
diventata madre a sua volta e la sua bambina avesse rotto una
bambola, si sarebbe resa conto che in ciò non vi era nulla di
'spaventosamente grave', ma avrebbe saputo che cosa provava la sua
bambina. Così pure considerava un'esperienza completamente e
profondamente distruttiva la sua caduta durante un ballo negli anni
dell'adolescenza. Tuttavia fu pronta a capire l'osservazione di
Erickson: certo, era giusto che nel presente la giudicasse come
tale, ma al tempo stesso doveva capire che in futuro avrebbe potuto
considerarla come un fatto secondario, assolutamente senza
importanza, forse persino divertente. Si esaminò la sua prima
infatuazione giovanile, il fatto d'essere stata piantata dal
ragazzo e il suo enorme bisogno di capire se stessa in relazione a
quell'evento. Si parlò anche della sua decisione di continuare gli
studi, di entrare all'università, della scelta della facoltà, delle
sue lotte scolastiche e della sua limitata vita di società.
L'incontro con l'uomo che era diventato suo marito, i dubbi e le
incertezze nei suoi confronti, il fidanzamento infine deciso e
l'atteggiamento tenuto dalla madre verso di lui, verso il
matrimonio e in seguito verso la sua gravidanza, tutto ciò fu
narrato a Erickson con dovizia di particolari in racconti 'in
contemporanea' di quanto le stava succedendo. Le furono anche fatti
rivivere e discutere con l'Uomo di febbraio molti altri casi in cui
era stata rifiutata, trascurata o delusa dalla madre e dal padre.
Anche ricordi reali felici furono rivissuti e integrati con ricordi
ipnotici per ottenere una loro ampia fusione.
R: Ormai, ogni
qual volta si fosse trovata in una situazione traumatíca della
vita, la paziente avrebbe potuto discuterla con l'amico del padre,
l'Uomo di febbraio. Di fatto in quei momenti diventavi un
terapeuta. P, una faccenda curiosa: tu, il suo attuale terapeuta,
diventavi il terapeuta del suo passato e l'aiutavi a superare le
situazioni difficili della sua vita a mano a mano che si
presentavano. Ho notato qualcosa di simile nei sogni. Certi
pazienti sembrano rivivere i loro sogni, ma correggono gli aspetti
traumatici del loro passato con le loro prospettive adulte del
presente (Rossi, 1972a; 19730. Ecco un'altra indicazione
dell'aspetto autocorrettivo della psiche, che ha in atto un
processo ininterrotto di riformulazione e risintesi di se stessa
per conseguire uno schema di funzionamento più integrato. Tu
utilizzi e promuovi questo aspetto risintetizzante della
funzionalità psichica con il tuo ruolo di Uomo di febbraio. Fai con
l'ipnosi ciò che avviene spesso in modo naturale durante i
sogni.
E: Sì. [Ricorda
qualche suo sogno in cui l'adulto dottor Erickson osservò se stesso
bambino (Erickson, 1965a)]. I sogni ci offrono l'occasione di
rivivere eventi passati e valutarli criticamente secondo una
prospettiva adulta.
R: I sogni sono
processi autoterapeutici che aiutano la mente a correggersi e a
integrarsi. Credo anche che nei sogni si operi la sintesi di nuove
realtà fenomenologiche che diventano la base di nuovi modelli di
identità e di comportamento (Rossi, 1971; 1972a, b; 1973a, b,
c).
Un'inversione di
alcune realtà: approfondimento dello schema di riferimento
terapeutico
Verso la fine
di quest'ampio riassestamento dei suoi atteggiamenti nei confronti
del passato fu rievocato un nuovo ricordo: la sua segreta
risoluzione, anni prima, di avere un'anestesia ipnotica se si fosse
sposata
e avesse dovuto
partorire. Mentre riconsiderava ora questa possibilità, ricevette
dalla madre una lettera di preavviso con la richiesta di non usare
mai la parola 'nonna': insomma, un rifiuto del bambino prima ancora
che nascesse. Questa lettera accrebbe di nuovo le ansie e le paure
della paziente.
Per affrontarle
fu introdotta una variante nel nostro procedimento ipnotico:
dapprima si indusse un'amnesia generale per tutto il lavoro
ipnotico effettuato in precedenza, quindi la si invitò di nuovo a
parlare delle sue ansie e paure. Come v'era da attendersi, in
questo stato la paziente fece un racconto simile a quello in cui
aveva esposto i propri problemi prima di iniziare
l'ipnoterapia.
Poi fu indotta
una nuova trance in cui l'amnesia le fu tolta e venne fatta
regredire a una settimana prima dell'arrivo della lettera della madre.
In questo stato di ipnosi le fu chiesto di ricordare tutte le
visite che le aveva fatto per anni l'amico di papà, le
chiacchierate e le discussioni avute con lui. Mentre ricordava
queste numerose visite e le conversazioni cui avevano dato luogo,
le si diede la suggestione di esaminare le sue piccole
preoccupazioni presenti alla luce di tutti quei precedenti,
considerati nel loro insieme. Il fatto di porre in correlazione
queste sue idee malinconiche con il passato come lo vedeva adesso
originò in lei un insight e una comprensione sorprendenti, e una
sensazione di benessere emotivo.
Avendo
ristabilito i nuovi atteggiamenti ottenuti con il lavoro ipnotico,
Erickson riportò la paziente in stato di regressione al periodo
immediatamente successivo all'arrivo della lettera materna. Dopo
avere espresso qualche assennata opinione sul problema della madre,
le chiese di reagire come avrebbe fatto se non avesse inserito nel
suo modo di pensare "tutto quello che sapeva del suo passato". Le
disse di riflettere ad alta voce all'effettiva possibilità di
ampliare queste sue reazioni, sino a farsi cogliere da paure e
ansie esagerate, semplicemente per "mancanza di comprensione nel
suo modo di pensare", e la sollecitò a esternare tali ansie "in via
congetturale". La paziente allora le espresse verbalmente con le
parole che, secondo lei, avrebbe potuto usare se "non avesse
pensato in modo intelligente". Quest'ipotetico resoconto fu
identico a quello reso originariamente, proprio prima che avesse
inizio la terapia, e alla narrazione fatta in completa amnesia di
tutto il lavoro ipnoterapeutico. Ma fu presentato, appunto, come un
resoconto 'ipotetico', assolutamente diverso dalla nuova realtà
della sua vita emotiva, la quale ora includeva i nuovi schemi di
riferimento che la paziente aveva sviluppato con I'Uomo di
febbraio.
Allo stesso
modo furono utilizzati successivi stati di regressione. Le
'congetture' della paziente circa la possibilità di esagerare i
propri timori
originarono
ogni volta racconti simili a quello iniziale, fatto prima
dell'ipnoterapia. Queste congetture erano sempre in netto contrasto
con i suoi 'veri atteggiamenti' sviluppati con l'aiuto dell'amico
di papà, l'Uomo di febbraio. Ormai lei attingeva ampiamente alla
sua 'vera' storia passata, con tutte le esperienze con l'amico di
papà che vi erano state interpolate. Durante questo periodo emerse
una parte enorme della sua storia passata chiaramente attinente al
suo intero problema attuale. Con il protrarsi di questo tipo di
attività, la paziente sviluppò degli insigbt considerevolmente
correttivi.
R: Ecco una
svolta ingegnosa: quella che in origine era una realtà penosa
diventa ora il 'resoconto ipotetico', mentre i nuovi atteggiamenti
introdotti dall'ipnosi diventano la realtà stabile. Ossia, la
paziente ora accoglie la più ampia disposizione a comprendere,
acquisita grazie all'Uomo di febbraio, come la sua 'vera' visione
delle cose, mentre considera il suo comportamento precedente come
un semplice resoconto ipotetico sulla brutta situazione in cui si
sarebbe potuta trovare se "non avesse pensato in modo
intelligente". Con questo procedimento la si può aiutare a
integrare lo schema di riferimento dell'Uomo di febbraio a un
livello anche più profondo. Ed è proprio ciò che avviene, perché la
paziente è già in stato di ipnosi profonda quando avverte questo
capovolgimento di realtà.
Il termine della
terapia: integrazione finale cosciente di tutto il lavoro compiuto
in trance
Infine, a mano
a mano che progrediva in questo senso, la paziente prese a parlare
con sempre maggior frequenza, mentre era in trance, dell'anestesia
ipnotica per il suo parto. Venne rassicurata che, con il passare
dei mesi di gravidanza, ogni sua ansia sarebbe stata con assoluta
certezza compresa esaurientemente e senza traumi, divenendo in tal
modo una esperienza risolta e lasciando il posto alla
consapevolezza che avrebbe comunque incontrato qualcuno che le
avrebbe insegnato a capire felicemente se stessa. Poiché la
paziente era in regressione d'età, era implicito il riferimento a
Erickson come alla persona che lei avrebbe incontrato in futuro. In
questo modo avrebbe ricevuto un training per diventare un ottimo
soggetto ipnotico e quindi avrebbe potuto porre in atto la
decisione presa al college di effettuare il parto in
ipnosi.
La terapia ebbe
fine in modo piuttosto semplice. La paziente fu fatta regredire al
momento in cui si stava preparando a compiere la sua
prima
visita nello
studio di Erickson, il quale le assicurò - sempre nel ruolo
dell'amico di papà - che il viaggio sarebbe pienamente riuscito in
moltissimi aspetti, assai più di quanti lei potesse attendersi. Poi
la scena venne spostata allo studio e la paziente fu sbalordita al
trovarvi Worno di febbraio. Anche Erickson si mostrò sbalordito! La
presenza di lui la sconcertava: disse che era venuta a trovare il
dottor Erickson. La si assicurò che lo avrebbe visto e che egli
sarebbe venuto incontro a tutti i suoi desideri, ma lei prima
avrebbe dovuto dormire profondamente per qualche minuto. Durante
questa trance fu impiegata una mezz'ora per darle le istruzioni
affinché, dopo il risveglio, ricordasse in ordine cronologico, a
partire dalla prima, ogni sua esperienza di trance, con tutti
gli insight
e i modi di vedere sino alla
data attuale, quale risultava dal giornale che si trovava sulla
scrivania. Alla conclusione della seduta le si disse di dedicare
lietamente qualche giorno al riesame dei propri ricordi, con la
certezza che avrebbe capito, ricordato e accettato, in modo
pienamente adattívo, tutto il passato. Quanto all'anestesia
ipnotica, ci poteva contare, ma i particolari sarebbero stati messi
a punto nella prossima seduta.
R: Vi fu così
una sommatoria per l'integrazione finale cosciente di tutta la sua
terapia. Ora la paziente sa che tu hai assunto il ruolo dell'Uomo
di febbraio, hai ribaltato le sue realtà e così via. Eppure ciò non
pregiudica l'efficacia dei nuovi atteggiamenti e schemi di
riferimento che lei ha messo a punto con il tuo aiuto. Come mai?
Perché, dopo i tuoi tentativi incredibilmente complessi di creare
un nuovo schema di riferimento, integrarlo, approfondirlo, termini
la terapia scoprendo completamente le tue carte?
E: Perché può
darsi che abbia fatto qualche errore e che ne abbia fatti anche
lei. Vogliamo essere sicuri che tutti gli errori vengano
corretti.
R: Non temi di
distruggere il tuo lavoro terapeutico perché l'hai realmente
aiutata a costruire nuovi schemi di riferimento e modi di capire
che hanno modificato terapeuticamente la sua vita emotiva. C'è un
netto contrasto fra questo caso clinico e quelli in cui preferisci
mantenere un'amnesia per tutto il lavoro ipnoterapeutico. Che
differenza c'è?
E: Per alcune
personalità l'amnesia è necessaria, per altre no. Lo si capisce con
l'esperienza clinica.
R: I pazienti
che a tuo giudizio hanno nei confronti della terapia atteggiamenti
consci distruttivi possono far meglio con
un'amnesia.
E:
In realtà a questa paziente fu lasciata una certa amnesia per le
emozioni negative che provava verso la madre. Con la mia ultima
suggestione la invitavo a "dedicare lietamente qualche giorno al
riesame dei propri ricordi, con la certezza che avrebbe capito,
ricordato e accettato, in modo adattivo, tutto il passato". Ciò le precludeva
qualsiasi regressione nelle ansie e negli affetti catastroficamente
negativi che avvertiva prima della terapia.
Il
training per l'analgesia ostetrica: esame catamnestico dopo due
anni
Qualche
giorno dopo, nella seduta successiva, la paziente si disse
interessata soprattutto a riflettere sul proprio parto in ipnosi.
Dopo averne discusso a lungo con il marito, il quale per lo più si
limitava ad ascoltare, aveva deciso per l'analgesia, se fosse stato
possibile ottenerla. Disse che avrebbe desiderato provare nel parto
sensazioni simili a quelle che provava da bambina inghiottendo una
ciliegia intera o un pezzetto di ghiaccio, di cui seguiva
tranquillamente e con interesse la discesa verso l'esofago. Le
sarebbe piaciuto sentire allo stesso modo le contrazioni delle
doglie, seguire la discesa del bambino lungo il canale del parto,
avvertirvi un senso di distensione. Voleva avere tutte queste
sensazioni senza quella del dolore. Quando si parlò della
possibilità di una episiotomia, disse che avrebbe voluto avvertire
senza dolore la sensazione del taglio e poi quella della sutura.
Quando le si chiese se volesse provare in qualche momento un po' di
dolore, tanto per averne l'idea, rispose: 'T dolore non dovrebbe
entrare per nulla nella nascita di un bambino, che è una cosa
meravigliosa. Ma ci hanno insegnato a credere nel dolore. Io voglio
avere il bambino come sarebbe giusto averlo. Non voglio che la mia
attenzione sia distratta, anche un solo minuto, dal pensiero del
dolore". Pertanto, per venire incontro ai suoi desideri, le fu
insegnato ad avere un'an-inesía ipnotica completa. (Di solito si
adotta un procedimento per gradi: dall'intorpidimento
all'analgesía, all'anestesia). Poiché in questo caso l'obiettivo
principale era l'analgesia, fu indotta un'ampia anestesia, che fu
poi trasformata sistematicamente in analgesia. (t dubbio che tale
trasformazione sia riuscita completamente, ma in questo modo fu
possibile esaudire i desideri della paziente e l'eventuale
anestesia residua non fece che integrare l'efficacia
dell'analgesia).
Quando fu
sufficientemente istruita per superare i vari test clinici di
analgesia, fu sottoposta a un training estensivo per lo sviluppo di
una profonda trance sonnambulica postipnotica "con un'analgesia
dello stesso tipo e grado di quella che aveva appreso poco prima",
in modo di non aver bisogno, al momento del travaglio, di alcun
ulteríore contatto con Erickson. Fu anche aggiunto che, al termine
del travaglio, si sarebbe ridestata con il pieno e immediato
ricordo dell'intera esperienza. Poi, tornata nella sua stanza, si
sarebbe addormentata per un paio d'ore in un sonno tranquillo e
ristoratore, al termine del quale il suo soggiorno in ospedale
sarebbe stato quanto mai gradevole, rallegrato da lieti progetti
per l'avvenire.
Circa sette
settimane dopo il parto, la paziente venne a far visita a Erickson
col marito e il neonato. Disse che, giunta in ospedale, era entrata
in una trance sonnambulica. Il marito assisté al travaglio e al
parto. Ella aveva parlato liberamente con lui e con l'ostetrico,
descrivendo loro con molto interesse le contrazioni delle doglie.
Si era accorta che le stavano praticando un'episiotomia e aveva
visto la testa del bambino affiorare dal canale del parto, la sua
fuoriuscita completa e la sutura dell'episiotomia - tutto senza
provar dolore. L'espulsione della placenta provocò da parte sua la
domanda se vi fosse un gemello perché ne "sentiva scendere un
altro". Quando le dissero di che cosa si trattava, riuscì a ridere
del proprio errore. Contò i punti di sutura e chiese al medico se
non avesse 'barato' somministrandole localmente un anestetico,
giacché sentiva l'ago, ma con un intorpidimento indolore simile al
torpore che si avverte nella guancia dopo l'anestesia locale, dal
dentista. Fu sollevata quando le si rispose che non era stata
praticata alcuna anestesia locale.
Le fu
presentato il bambino, lo guardò attentamente e chiese il permesso
di svegliarsi. Aveva ricevuto l'istruzione d'essere pienamente in
rapport con il marito e l'ostetrico, e di fare quanto fosse stato
necessario per far fronte alla situazione. Pertanto, ignorando come
stessero le cose, aveva badato a sopperire all'esigenza di
adeguarsi alla situazione assicurandosi che essa non presentasse
controindicazioni al suo risveglio. Guardò di nuovo attentamente il
neonato. Poi, dopo aver detto al marito che ricordava completamente
l'esperienza del parto e che tutto era avvenuto secondo i propri
desideri, dichiarò improvvisamente di aver sonno. Prima di uscire
dalla sala parto era già profondamente addormentata e dormì per
un'ora e mezza. Il suo soggiorno in ospedale fu
felicissimo.
Un paio d'anni
dopo annunciò a Erickson che stava aspettando un altro figlio e gli
chiese se potesse esserle impartito "un corso di aggiornamento, per
sicurezza". A sopperire ai suoi bisogni bastò una sola seduta di
circa tre ore, buona parte delle quali furono impiegate per
acquisire informazioni sui suoi adattamenti che furono trovati
eccellenti sotto ogni aspetto.
Problemi psicologici
fondamentali della ricerca ipnotica.
Milton
Erickson
Spesso
la ricerca ipnotica e la presentazione di idee sull'ipnosi
ricordano le dispute dei sette ciechi a Proposito dell'elefante.
Prima litigarono ben bene, infine si misero a cercare. Uno riuscì a
trovare la zanna, un altro la coda, un altro tastò il fianco, un
altro ancora l'orecchio, il quinto esaminò la proboscide e così
via. Poi, dopo che ciascuno ebbe completato l'esame della sua
particolare parte dell'elefante, le loro dispute divennero più
accese.
Accade la stessa cosa
con l'ipnosi. Ciascuno ha un suo punto di vista particolare, che è
necessariamente un punto di vista limitato, proprio come lo è il
mio. Perciò farò ai miei colleghi una domanda cruciale: perché mai
dovremmo partire dal presupposto che l'ipnosi debba per forza
distorcere la realtà? Un presupposto così reciso è certo ben
lontano da ogni dovere di obiettività scientifica. Potremmo
affermare altrettanto legittimamente, e forse con maggior
fondamento e in modo più esauriente, che l'ipnosi è uno stato in
cui si è pronti a utilizzare degli apprendimenti. Perché dovremmo
considerarla una distorsione della realtà invece che una specie di
prontezza a usare normalmente certe capacità? Si è anche detto che
I'ipnosi è un'alterazione della percezione", come se questo fosse
un processo abnorme, un'accusa mossa all'ipnosi. Ma non è forse un
processo che rientra nell'esperienza di apprendimento della nostra
vita? E rende l'ipnosi una distorsione della
realtà?
Mi è stato attribuito il
proposito di usare l'ipnosi per sostenere la 'forza dell'Io' in
trance profonda. Per quanto ne so, l'Io è un concetto utile e
comodo, ma questo è tutto. L-Io' è una verbalizzazione per
consentire una migliore comunicazione delle astrazioni impiegate
nella concettualizzazione. Parlare allora di 'forza', come
attributo di realtà di un'astrazione, serve soltanto a fare uscire
ancor più dal seminato il pensiero scientifico.
Si è anche asserito che
l'ipnosi è uno stato nel quale una persona assume la responsabilità
per un'altra. Penso che questa afferinazione faccia il paio con
quelle, che si presumono esplicite e specifiche, secondo le quali
l'ipnosi comporta un rapporto interpersonale in cui una persona,
l'operatore, ristruttura le percezioni e le concezioni di un'altra
persona, il soggetto. Esaminiamo quest'asserzione per vedere se sia
egualmente valida in altri campi. L'anestesiologia è un rapporto in
cui una persona assume la responsabilità per un'altra. L'istruzione
comporta un rapporto interpersonale in cui una persona,
l'insegnante, ristruttura le percezioni e le concezioni di
un'altra, l'allievo. Il pranzo comporta un rapporto interpersonale
in cui una persona, la cameriera, ristruttura le percezioni e le
concezioni di un'altra, colui che pranza. In altre parole, queste
asserzioni, che presumono di descrivere specificamente e
scientificamente l'ipnosi, hanno un'applicabilità così generale da
poter essere riferite all'insegnante, all'amante, all'autista di un
autobus e così via. Non si dà una descrizione scientifica
dell'ipnosi fornendo come concetti profondissimi qualche vaga
genericità che può essere parafrasata in un'ínfinità di modi. La
scienza è un metodo con il quale ci sforziamo di ottenere una
comprensione sempre più esplicita e specifica dei fenomeni,
espressa in termini validi per i fenomeni stessi, non per altre
cose che nulla hanno a che fare con essi.
E' stato spesso
sollevato il problema dell'ipnotizzabilità generale e del suo
rapporto con la salute e la malattia. t un fatto pressoché
universale che noi nasciamo con due piedi e due mani, ma che
rapporto ha con la salute o la malattia? Per quanto ne so,
l'ipnosi, come forma di comportamento umano, è esistita sin dai
primordi della nostra specie. Allora perché dovremmo isolarla
dall'intera varietà dei comportamenti umani e definirla come
qualcosa di altamente specifico, o anche di scarsamente specifico,
in relazione alla salute mentale o alla malattia mentale, alla
salute emotiva o alla malattia emotiva? Eppure è questo il modo in
cui per lo più la si pensa, perché moltissima gente crede
sconsideratamente che l'ipnosi sia uno stato anormale. Ci possiamo
anche chiedere: le manifestazioni che si sviluppano nella trance
ipnotica non sono forse i comportamenti appresi in un comune stato
di veglia? Potremmo tracciare un parallelismo tra questo modo di
pensare e l'asserzione che la circolazione sanguigna
è altamente specifica per quanto riguarda la salute
mentale, corporea ed emotiva, e che essa varia negli stati di
sonno, veglia e attività. Tutto ciò è vero, ma non ci rivela nulla
e non ci dà alcuna conoscenza specifica né della salute né della
circolazione sanguigna sino a quando non venga approfondito in
rapporto agli aspetti altamente specifici ai quali ci si
riferisce.
A
illustrazione di alcuni punti che intendo sostenere citerò il caso
di un uomo paralizzato, costretto a letto da 15 anni. Quando lo
vidi aveva superato l'ottantina. Aveva una polmonite, stava morendo
e delirava. La cosa che mi lasciò stupefatto fu ciò che fece nel
suo delirio. Ecco la sua storia. La madre era stata una donna
religiosissima che costringeva i figli, a partire dall'età di
quattro anni, ad ascoltarla nelle sue lunghissime letture
quotidiane della Bibbia. Anno dopo anno, queste letture avvenivano
immancabilmente ogni giorno, per cui la Bibbia era stata letta da
cima a fondo più volte. Prima che la madre morisse quest'uomo aveva
ascoltato quotidianamente la Bibbia per sei anni. La sua reazione
alla morte della madre e a quella lettura era stata di profondo
rancore e risentimento. Poi venne messo in un orfanotrofio dove non
si leggeva la Bibbia, non si doveva assistere alla messa, non si
andava a lezione di catechismo.
Diventò adulto
conservando gli atteggiamenti acquisiti in orfanotrofio, si sposò,
non permise mai alla moglie e ai figli di andare in chiesa,
dichiarò che la Bibbia e la religione erano inaccettabili. Verso la
settantina era stato paralizzato da un episodio cerebrovascolare e
da quel momento non aveva più lasciato il letto. Poi ebbe la
polmonite e cominciò a delirare, e nel suo stato delirante
recitava la Bibbia,
un capitolo dopo l'altro, per ore.
Presi una Bibbia per controllare la sua recitazione e constatai che
era esatta. Tutti i vicini sapevano che egli non aveva più preso in
mano una Bibbia da quando aveva 10 anni. Nei laboratori di
psicologia e in campo psichiatrico e medico ho trovato gente che
sosteneva in tutta serietà: "L'ipermnesia e i fenomeni di
regressione attribuiti ai soggetti ipnotici sono dubbi,
discutibili, contestabili---, ed escogitava esperimenti di ogni
genere per dimostrare l'impossibilità dell'iperninesia e dei
fenomeni regressivi; ma, quel che è peggio, prestava fede ai
risultati inadeguati dei propri esperimenti. Quel vecchio moribondo
dimostrò che la regressione ai ricordi d'infanzia è un fenomeno
reale. Eppure moltissimi assumono un atteggiamento di confutazione
della legittimità degli esperimenti ipnotici e dei concetti con i
quali si ha a che fare nell'ipnosi, nonostante la loro presenza nel
normale corso degli eventi umani. Se questo vecchio malato,
delirante, con una lesione cerebrale, riusciva a recuperare dei
ricordi infantili, non è forse ragionevole presumere che un
comportamento simile possa essere tenuto da persone giovani e
sane?
Un altro esempio che
vorrei citare è il caso di una paziente isterica che da nove anni
sedeva su una sedia a rotelle, che si presumeva totalmente incapace
di camminare, 'paralizzata'. Un giorno, dopo l'uscita della donna
che provvedeva ai lavori di casa, il figlio dell'invalida, il quale
si trovava sull'altro lato della stanza, azionò il motore dello
strizzatoio della lavatrice e vi lasciò dentro la mano. Dalla sua
sedia a rotelle all'estremo opposto, la paziente fece un balzo,
attraversò la stanza e si precipitò a soccorrere il figlio; da quel
momento in poi riacquistò la piena capacità di camminare e non la
perdette più. Certo, l'isteria può essere definita come qualcosa di
funzionale: eppure quella paralisi isterica era sufficientemente
reale per governare nel modo più significativo la vita della donna.
Che cosa disse la paziente circa il salvataggio del figlio? Negò di
averlo soccorso ' disse che non si alzò, né poteva farlo, dalla
sedia, disse che il figlio si era limitato a guardare la lavatrice.
Tuttavia l'episodio era stato osservato nella sua interezza. La
donna non mentiva né intenzionalmente né addirittura
inconsciamente. Si manifestarono due ordini o categorie di
comportamento: l'uno ebbe realmente luogo, l'altro costituì per lei
una realtà intellettiva. Eppure vi sono ricercatori i quali
propongono metodi di studio per accertare la 'validità' di un
comportamento del genere, nonostante il fatto che esso abbia
realmente luogo, e trascurano l'esigenza di gran lunga più
importante di escogitare metodi e procedimenti atti a provocare
queste manifestazioni per poterle studiare in quanto tali. Assai
spesso lo sperimentatore dà unInterpretazione negativa dei
risultati sperimentali per dimostrare l'inesistenza del fenomeno
anziché l'incompetenza dei propri procedimenti.
Un caso alquanto simile
è quello di jimmy. Da 30 anni jimmy era ricoverato in un ospedale
statale per grave deterioramento; permanentemente seduto su una
panchina, era bavoso, sciatto, sporco, proprio come può esserlo un
paziente 'deteriorato'. Dalla sua documentazione clinica risultava
che, sin dal ricovero in ospedale, il suo stato era rimasto
costantemente basso. Era semplicemente e visibilmente un vecchio
schizofrenico in preda a deterioramento senza alcuna speranza. Un
giorno in ospedale scoppiò un incendio, gli infermieri del reparto
si spaventarono e furono colti dal panico. jimmy balzò in piedi,
andò dal primo di loro e gli disse: "Mi stia a sentire: prenda le
chiavi e si vada a mettere accanto alla porta d'ingresso del
padiglione". Poi andò dall'altro infermiere e gli disse: "Adesso
lei prenda tutti i pazienti e li porti fuori". Poi aggiunse: "Mi
dia le sue chiavi", e prese a controllare sistematicamente e a
fondo ogni stanza egli stesso. Dopo essersi assicurato che non vi
fosse alcun paziente spaventato nascosto in qualche angolo,
chiudeva a chiave la porta e passava alla stanza successiva.
Terminata quest'ispezione, uscì dal reparto chiudendosi la porta
alle spalle perché nessun paziente potesse rientrarvi. Poi tornò
indietro per accertarsi che i due infermieri avessero accompagnato
tutti i pazienti in cortile e ne avessero cura. Fatto questo,
disse: "Ecco le chiavi", ricadde nel suo vecchio 'Sé schizofrenico
deteriorato' e parve perdervisi completamente. Ora questo caso può
essere completamente diverso da quello della paziente isterica; ma
è davvero diverso? Non può darsi forse che, quando provochiamo in
ipnosi delle vistose alterazioni nel comportamento del soggetto,
entrino in azione processi simili a quelli che hanno luogo in
condizioni normali o patologiche, ma in forma controllata e
indicativa?
Un altro aspetto di cui
vorrei parlare è il condizionamento. Tutti sanno che si possono
ottenere risposte condizionate nel laboratorio di psicologia. Si
suona un campanello, si accende una luce, si fa questo o
quest'altro. Lo si ripete per un certo numero di volte e si ha una
risposta condizionata che governa il soggetto, in rapporto alla
quale si possono poi fare molte cose. Penso ad Ann, che a otto anni
entrò nello studio di un dentista. Era una bimbetta spaventata che
strillava e si agitava perché i genitori appartenevano a quel tipo
di persone i cui bambini piangevano quando li si portava dal
dentista. Il dentista credeva nell'efficacia del metodo
dell'asciugamano bagnato quando aveva a che fare con dei bambini
urlanti. Le sbatté in faccia un asciugamano bagnato, la sollevò di
peso e la mise in poltrona, la colpì di nuovo con l'asciugamano e
le disse: "Ora stai zitta e buona". E Ann gli ubbidi! A 21 anni Ann
entrò nello studio di un altro dentista e disse alla segretaria:
"Vorrei parlare al dottore. Gli dica che sono in anticamera". La
segretaria avvertì il dentista che uscì dallo studio e venne in
anticamera dove Ann lo stava aspettando terrorizzata. In tono
compassionevole Ann gli chiese: "Lei non mi prenderà a schiaffi,
vero?". Ann era laureata, era una giovane intelligente, ma la sua
paura era talmente incontrollabile da indurla a procurarsi la
certezza assoluta che non sarebbe stata schiaffeggiata. Dapprima fu
impossibile farle cambiare parere e il dentista faticò non poco per
convincerla che la brutalità non rientrava nella pratica
odontoiatríca. Dopo quell'esperienza infantile Ann non era più
stata dal dentista: un'unica esperienza l'aveva condizionata
completamente. Il dentista dovette darsi molto da fare per
decondizionare la giovane che, in conseguenza di quell'esperienza
originaria, è ora costretta a portare la
dentiera.
Perché non dovremmo
pensare che, se in un caso di così scarso rilievo della vita
quotidiana, si possono avere reazioni di questa mole, non sia anche
possibile ottenere per mezzo dell'ipnosi, in forma diretta e
controllata, fenomeni vistosi di intensità ed efficacia simile?
Perché non ipotizzare che le forze che condizionano le persone
nella vita di tutti i giorni possano essere altrettanto efficaci in
ipnosi? Le persone sono le stesse, possiedono le stesse capacità
innate, e sappiamo tutti che basta un solo sguardo languido per
innescare generazioni di eventi. Perché partire dal presupposto che
l'ipnosi neghi la possibilità di un condizionamento improvviso ed
efficace?
Mi ricordo di una
bambina sui sette anni, alla quale avevo detto per scherzo, con il
dito puntato nel vuoto: "Guarda laggiù quel cagnolino nero. Non è
bellissimo?". Al che la piccola si precipitò a coccolarlo. Si
divertì moltissimo giocando con il cane e mi divertii anch'io
seguendo i risultati ottenuti da un semplice gesto scherzoso,
poiché con il suo cagnolino la piccola era al colmo della felicità.
Quando entrava qualcuno gli diceva: "Per favore non disturbare il
cane che sta dormendo in corridoio". Per molti mesi giocò
intensamente con il cane allucinato.
Ora la bambina è
cresciuta e ha dei figli. Si augura che ciascuno dei suoi bambini
abbia un cagnolino grazioso come quello che ebbe lei da piccola,
pur riconoscendo che si trattò di un'immagine visiva o
allucinazione: realissima e felicissima, comunque, come esperienza
e come ricordo. Trovò che per lei quel cane era altrettanto reale
nella normale vita quotidiana, in stato di veglia, quanto lo sono
le immagini di un sogno durante il sonno fisiologico notturno, un
sogno che può essere chiarissimo e bellissimo. E che dire poi dei
compagni immaginari che hanno i bambini? Ho conosciuto una bimbetta
che aveva un piccolo amico chiamato Bubu, al quale doveva essere
accordato in ogni forma possibile il massimo rispetto. Ho
incontrato molti individui che da bambini avevano compagni di gioco
immaginari i quali erano normalmente inseriti nella loro vita
infantile. Analogamente, perché non dovremmo aspettarci che un
soggetto in stato di ipnosi non manifesti lo stesso tipo di
comportamento normale con un realismo simile? Perché mai il bambino
di viva intelligenza, una volta diventato adulto, non dovrebbe
esperire di nuovo una realtà del passato con la stessa competenza
con la quale l'aveva vissuta nell'infanzia? Perché dovremmo
attenerci al presupposto che le immagini visive siano ostinate
confabulazioni negli adulti e realtà esperienziali sviluppate
spontaneamente nei bambini? Possibilità del genere vanno studiate
scientificamente, non già negate dogmaticamente.
Nel capitolo del dottor
Wright si discute il problema dell'arto fantasma. Nella vita
comune, di tutti i giorni, possiamo incontrare persone che parlano
del loro arto fantasma come di una realtà. La realtà dell'arto
fantasma come fenomeno esperienziale non può essere messa in
dubbio. Di dove provengono gli apprendimenti che producono un arto
fantasma? Quali processi vi sono insiti?
L'arto fantasma è un
fenomeno che ha luogo sia nelle persone ignoranti
sia in quelle con elevata
preparazione accademica e professionale in psicologia o in medicina. Vi è una certa
analogia con il fenomeno della dissociazione parziale del corpo che
può essere provocato in ipnosi. Probabilmente si tratta degli
stessi processi mentali o di processi simili. Díssociazione,
associazione e riassociazione continuano a essere una terra vergine
per l'esplorazione ipnotica e si può fare assai più con la ricerca
di quanto non si faccia con la fervida presentazione, senza una
chiara conoscenza dell'effettivo fenomeno, di teorie personali
sull'assunzíone di un ruolo e sulla simulazione. Certo, avanzare
teorie e ipotesi è una soddisfazione personale, ma sarebbe assai
meglio investigare i fenomeni nella loro concretezza. La ricerca va
incentrata sui fenomeni, non sull'acquisizione della notorietà
ottenuta arricchendo la letteratura con una ben congegnata teoria
intesa a 'spiegare' qualche manifestazione che non si è esaminata.
Occorrono studi approfonditi dei fenomeni ipnotici in se stessi,
anziché speculazioni e dichiarazioni oziose, anche se fatte in
tutta serietà. P- un'esigenza reale per il progresso
scientífico.
In proposito possiamo
chiederci quali siano le forze, le sensazioni, gli apprendimenti
esperienziali che entrano a costituire quella che chiamiamo
l'immagine corporea. Per noi tutti l'immagine corporea è qualcosa
di estremamente importante. ]~ importante ricordare che, quando
perdiamo un arto, o subiamo l'amputazione di una mano o di un
piede, continuiamo ad avere esperienzialmente nella percezione
complessiva di noi stessi, della quale non ci accorgiamo,
un'immagine corporea che non ha subìto l'amputazione. Questo senso
vitale di 'completezza esistenziale' del Sé viene spesso trascurato
e questo sentimento dell'íntegrità del proprio Sé corporeo ci offre
un altro punto da cui muovere per capire da che cosa sia costituita
l'autorealizzazione. Perché la persona in trance ipnotica non
dovrebbe essere in grado di sviluppare per suggestione
manifestazioni che contribuiscano ad approfondire lo studio sulla
natura della dissociazione, della depersonalizzazíone e dei
fenomeni a esse connessi? Sono settori di ricerca essenziali tanto
per la medicina quanto per la psicologia.
Ora vorrei prendere in
esame un'altra errata concezione dell'ipnosi. Si domanda spesso se
un dato fenomeno ipnotico sia reale oppure no. La trance ipnotica è
un fenomeno valído? Per esempio, si fa una domanda dalla quale si
trae l'indicazione che il non riuscire ad abbassare le palpebre o
il non riuscire a sollevarle sarebbe la prova evidente di un
leggero stato di ipnosi. Servirsi della chiusura delle palpebre per
stabilire, seppure parzialmente, se vi sia uno stato ipnotico
sembra altrettanto assurdo che stabilire se vi sia vita di
movimento in base alla capacità di muoversi in direzione del nord, come se la direzione fosse attinente alla
mobilità. Un minimo di esperienza sull'ipnosi rivela che i soggetti
ipnotizzati possono aprire, chiudere o tenere chiuse le palpebre,
come fanno del resto in stato di veglia. Perché allora in vari
libri sull'ipnosi, in vari studi sperimentali, ci si sforza di
definire
l'ipnosi in termini di
presenza o di assenza di frammenti di un comportamento isolato,
senza alcuna necessaria connessione con l'ipnosi stessa? Si sono
escogitate intere classificazioni intese a dimostrare che nella
trance leggera troviamo i fenomeni W, 'B' e 'C', nella media i
fenomeni 'D', 'E' e 'F, e nella profonda i fenomeni 'G', 'H' e T,
come se si trattasse di una legge assoluta, come se il
comportamento umano seguisse sequenze rigide e relazioni
altrettanto rigide.
Alcuni cercano di
stabilire la presenza dell'ipnosi in termini di sequenze
comportamentali, di situazioni selezionate o di rapporto
ínterpersonale (quasi che il fatto che il soggetto sia alto, con
gli occhi azzurri, e l'operatore basso, con gli occhi scuri, abbia
importanza perché si realizzi una particolare forma di ipnosi). Ci
si sforza anche di definirla in speciali termini descrittivi validi
tanto per l'ipnotista quanto per il soggetto.
L'ipnosi è anche
erroneamente definita in termini di scopi da conseguire, come se
potessimo avere un'ipnosi 'medica', un'ipnosi 'dentaria' e
un'ipnosi 'psicologica'. Sarebbe come defìnire in chirurgia
l'anestesia come 'anestesia del rene destro', 'anestesia del rene
sinistro' e ,anestesia della resezione gastrica'. L'ipnosi non va
definita nei termini dell'interesse degli operatori né in base a
punti di vista particolari. Quest'asserzione serve unicamente come
introduzione a un altro punto interessante, ossia l'interruzione
dell'ipnosi se certi fenomeni non sono costantemente presenti. Per
esempio, si sostiene dogmaticamente che, se la catalessi non è
costantemente presente, o se non sono costantemente presenti certi
fenomeni postipnotici, è dubbio che vi sia ipnosi. In altre parole,
si asserisce troppo spesso che vi sono delle buone ragioni per
dubitare dell'ípnosí, a meno che non siano presenti certi fenomeni
ipnotici scelti a caso. Allo stesso modo potremmo dichiarare con
eguale credibilità che, poiché la vista, l'udito e gli arti sono
universalmente presenti negli esseri umani, la mancanza congenita
di una o più di tali entità solleverebbe in una mente 'scientifica'
seri dubbi sulla possibilità di riconoscere una creatura umana
nell'individuo che ne sia privo.
Vi è la tendenza a
verificare i fenomeni ipnotici con test non specifici per
determinare risultati specifici, con la conseguenza di risultanze
negative e quindi di false conclusioni negative. Per esempio, la
verifica dell'anestesia con uno psicogalvanometro può provare la
presenza di una risposta dei tessuti e di un comportamento neurale,
ma ciò non è necessariamente dolore. Eppure, siccome lo
psicogalvanometro può presentare delle fluttuazioni, se ne può
trarre la conclusione che non vi è anestesia ipnotica, che il
soggetto sta inventando o simulando o rappresentando un ruolo.
L'ovvia eventualità che lo psicogalvanometro possa anche indicare
sensazioni e reazioni diverse dal dolore può essere facilmente
trascurata. Uno stimolo doloroso non è necessariamente uno stimolo
puro e si possono registrare risposte diverse da quelle bloccate
dall'anestesia. La semplice creazione di un test, per quanto
seriamente possa essere stato elaborato, non implica che esso sia
applicabile o indicativo. Per esempio, persino i questionari e gli
altri studi del genere, che si basano su opinioni ricercate con
cura, non servono a definire i fenomeni ipnotici, anche se possono
riepilogare assai bene l'opinione di persone più o meno
informate.
So per esperienza
clinica che esiste un fenomeno come l'anestesia psicologica.
Ricordo il caso di un reduce del secondo conflitto mondiale con un
eccellente passato di guerra il quale, mentre frequentava il
college, fece un salto dal primo piano, cadde a terra, si rialzò e
se ne tornò a casa. Il giorno dopo aveva un piede e la caviglia
talmente gonfi che fu costretto ad andare alle lezioni con una
pantofola. Qualche tempo dopo, poiché il gonfiore non diminuiva, si
recò all'ospedale della Veterans Administration, dove lo visitai.
Mentre attraversava la stanza si udì chiaramente uno scricchiolio.
La radiografia rivelò la presenza di fratture comminute della
caviglia e delle ossa del piede. Quando lo seppe, il paziente
esclamò meravigliato: "Ma io credevo che le ossa rotte facessero
male".
Alla visita medica
risultò chiaramente la completa perdita di ogni sensazione -
tattile, di pressione, di caldo e freddo, di vibrazione - in tutta
la parte inferiore della gamba sino a una decina di centimetri
dalla rotula. Al di sopra di questo livello la sensibilità era
normale. Era chiaro che il paziente, il quale sosteneva di non
provare alcun dolore alla caviglia fratturata, aveva sviluppato,
evidentemente al momento della frattura, un'anestesia isterica
profonda e incontrollata che nondimeno risultava nettamente sul
piano fisico. Così come si possono avere manifestazioni di questo
tipo, per sviluppo spontaneo, in persone con precedenti 'normali',
può essere provocato a scopo di studio scientifico un fenomeno
ipnotico simile, di eguale efficacia. Il semplice fatto che si
possano sviluppare condizioni analoghe tanto nella vita quotidiana
quanto negli stati ipnotici dovrebbe costituire una sicura garanzia
per considerare quelle dello stato di ipnosi sufficientemente
valide per giustificarne l'esame scientifico.
L'ipnosi è uno stato di
consapevolezza, un preciso stato di consapevolezza con tipi
speciali di consapevolezza. 1 soggetti ipnotici non sono inconsci
in alcun senso del termine. Sono invece estremamente consapevoli di
moltissime cose, eppure riescono a essere inconsapevoli di
moltissime altre cose. Possono dirigere e ridirigere la loro
attenzione in maniera notevole, come di solito non riusciamo a fare
in stato di veglia, mentre vi riusciamo nello stato onirico
notturno che è una forma di attività cerebrale. Possono fare lo
stesso tipo di cose che fanno in stato di veglia, ma spesso in
maniera più intenzionale, controllata e diretta. Consideriamo, per
esempio, tutte le cose che ci sfuggono nel nostro presente stato di
consapevolezza conscia. Abbiamo dimenticato le scarpe che calziamo,
il colletto intorno al collo, gli occhiali sul viso? Certo, e ce ne
dimenticheremo ancora più volte, ma non consciamente a richiesta.
Possiamo star seduti con un nuovo amico di cui conosciamo il nome,
quando tutto a un tratto sopravviene un'altra sequenza di pensieri
e constatiamo di averlo dimenticato: cosa che facciamo con
facilità, involontariamente, in stato di veglia, ma che possiamo
fare con la stessa facilità in ipnosi a semplice richiesta. Molto
probabilmente si tratta degli stessi processi mentali. P necessaria
una ricerca approfondita per definire queste
manifestazioni.
Vi è anche il problema
del dolore. Più volte si è usata con successo l'ipnosi per
alleviare o persino per eliminare il dolore di malattie croniche
gravi, e con un successo sorprendente in certe affezioni
estremamente dolorose allo stadio terminale. La realtà clinica del
sollievo dal dolore è indiscutibile, ma la comprensione scientifica
di ciò che avviene, e in che modo, lascia molto a desiderare. Le
esigenze cliniche della situazione impongono il ricorso a ogni
suggestione ritenuta efficace, mentre l'approccio 'scientifico'
dev'essere 'controllato e sistematico'. Ma è una situazione in cui
sono in gioco la vita e la sofferenza di un essere umano, e il
progresso della conoscenza scientifica oggettiva non
è
lo scopo principale. E' un fatto che
non deve impedire di accettare la constatazione che il dolore può
essere eliminato o alleviato, né si devono respingere questi
risultati come 'simulazione' o 'rappresentazione di ruoli', perché
non è stato effettuato uno 'studio controllato dei singoli
aspetti'. Il problema è: il ricercatore è in grado di elaborare uno
studio o un'analisi sperimentale che permetta di dar conto della
validità dei risultati clinici ottenuti invece di respingerli in
quanto imputabili a fattori non conosciuti né conoscibili? Il vero
compito della ricerca scientifica è di adeguarsi ai problemi
esistenti, non di limitarsi a formulare ipotesi da sottoporre a
esame.
Il dolore del cancro è
una realtà esperienziale. Troppo spesso si avanza l'ipotesi
acritica che il dolore sia una pura e semplice sensazione, e vada
quindi sottoposto, come tale, a test di laboratorio. Come clinico
constato che i pazienti designano il dolore con una grande dovizia
di aggettivi - bruciante, montante, tagliente, pulsante, sordo,
greve, lancinante - e quindi, sempre come clinico, offro
suggestioni dirette non soltanto al dolore, ma a quelli che presumo
siano gli aspetti o attributi del dolore. Parto dal presupposto
che, se un aspetto del dolore può essere alterato, può essere
cambiata l'intera esperienza del dolore. Clinicamente le cose
stanno così. La ricerca di laboratorio ha il compito di scoprire
che cosa avviene realmente, non di sminuire l'esperienza del
paziente. Inoltre il dolore non è soltanto esperienza di una realtà
immediata, ma è interpretato talvolta in termini di esperienze del
passato, come pure di previsioni per il futuro. Il clinico sa che
il paziente affetto da una dolorosa malattia terminale soffre per
il dolore che prova in quel momento, al quale si aggiunge il
ricordo del dolore passato e la previsione di quello futuro.
Pertanto il clinico che usa l'ipnosi per alleviarlo conosce
l'importanza delle suggestioni di amnesia per il ricordo del dolore
passato come mezzo per ridurre quello attuale. Altrettanto
importanti sono le suggestioni che mirano a impedire la previsione
del dolore futuro.
Come esaminare gli
'schemi di riferimento' entro i quali il paziente considera e
sperimenta il dolore in laboratorio, dove esso è visto come la
risposta di uno specifico tipo di nervo a uno stimolo dannoso? Il
clinico deve formulare un approccio generale e il ricercatore di
laboratorio, che voglia contribuire alla comprensione del
comportamento e dell'esperienza degli esseri umani di fronte al
dolore, deve escogitare dei procedimenti sperimentali in grado di
misurare questi aspetti.
Per di più, mentre
l'alleviamento o l'eliminazione del dolore, specie con i farmaci,
sono i metodi di cura tradizionali, il modo spontaneo, naturale di
trattarlo comporta una gran quantità di reazioni comportamentali,
come la distrazione dell'attenzione dal dolore, l'aninesia, la
dissociazione, lo spostamento, lo sviluppo di un'analgesia o di
un'anestesia e la reinterpretazione delle sensazioni. Clinicamente,
e attraverso la nostra esperienza quotidiana, sappiamo che si
possono avere i tipi di comportamento più vari. Nell'uso clinico
dell'ipnosi abbiamo l'obbligo di essere consapevoli di queste
possibilità e di utilizzarle. Nella ricerca psicologica effettuata
scientificamente in laboratorio si ha l'obbligo di studiare come un
fenomeno la reinterpretazione, diciamo, del dolore, in quanto
fenomeno scientificamente valido di per sé.
L'ipnosi, permettendo
all'individuo di ritrovare e utilizzare singolarmente e
collettivamente la gran massa degli apprendimenti corporei
accumulati attraverso gli anni in forma frammentaria, offre allo
scienziato che opera in laboratorio infinite occasioni di selezione
ed esame delle manifestazioni individuali. In questo modo essa
fornisce un mezzo per giungere alla comprensione definitiva dei
processi insíti nello sviluppo dei vari fenomeni del comportamento.
Ma è un risultato che ovviamente non si potrà ottenere se lo
scienziato formula un'ipotesi su come dovrebbero essere le cose e
poi rivolge l'attenzione ai soli aspetti che collimano con questa
ipotesi e scarta quelli che non vi si adeguano:
come
avviene nel caso di coloro i quali sostengono che l'ipnosi è una
rappresentazione di ruoli e invalidano ogni fenomeno ipnotico che
dimostri il contrario, o di coloro i quali affermano che l'ipnosi è
un fenomeno di regressione e ignorano la gran massa dei fenomeni
ipnotici chiaramente non regressivi.
Forse la cosa più
importante da dire sulla ricerca ipnotica è che vi è un fenomeno di
comportamento e di esperienza che, allo stato attuale delle nostre
conoscenze, possiamo definire nel modo migliore con il termine di
'ipnosi'. Non abbiamo niente da guadagnare dicendo che non esiste
qualcosa di simile all'ipnosi, che l'ipnosi non è ipnosi, ma
semplicemente qualcos'altro; proprio come non abbiamo niente da
guadagnare dichiarando enfaticamente, in base a 'prove' di lunga
data, che il ferro, essendo più pesante dell'acqua, andrebbe a
fondo, e che le macchine, essendo più pesanti dell'aria, non
riuscirebbero a volare.
Dobbiamo invece muovere
dal presupposto che certe forme di comportamento e di esperienza,
le quali differiscono dalla normale consapevolezza conscia, possono
essere chiamate di comune accordo ipnosi : Su questa base vi potrà
essere uno studio sistematico dei singoli aspetti che si
manifestano in vario modo. Ciò sarebbe assai più redditizio che
formulare una definizione la quale pretenda di abbracciare nel loro
complesso un insieme di fenomeni che avvengono in un essere umano,
specie per il fatto che tali fenomeni sono scarsamente compresi e
sono resi manifesti da una personalità umana che è qualcosa di
assai meno compreso.
Vorrei esaminare altri
due argomenti attinenti alla ricerca sull'ipnosi, cui ho già
accennato più volte di sfuggita, più o meno
indirettamente.
In primo luogo la
questione di come vada studiata scientificamente l'ipnosi. Per
ottenere dei risultati non basta semplicemente predisporre con ogni
cura test, misurazioni e procedimenti e poi applicarli ai fenomeni.
Questo è solo un inizio, un metodo per scoprire se un test possa
essere utile. 1 test sul peso specifico del ferro a fronte del peso
specifico dell'acqua non hanno dato risultati informativi ai fini
delle costruzioni navali sino a quando lo studio della forma che
avrebbe dovuto assumere il pezzo di ferro non è diventato una parte
essenziale deTindagine. Accade la stessa cosa per l'ipnosi. Quali
sono le tenui figure, forme, variazioni e le considerazioni in
apparenza astratte che rendono possibili realizzazioni concrete? La
buona disposizione ad accettare anziché scartare, a esaminare
anziché denigrare, ogni aspetto del comportamento che sembri aver
rapporto con l'ipnosi è la cosa più importante. Dobbiamo
convincerci che esistono cose che non conosciamo o non capiamo e
che, siccome non le capiamo, non dovremmo cercare di offrire
formulazioni che abbiano la pretesa di cogliere nella sua totalità
un fenomeno come l'ipnosi, ma dovremmo sforzarci invece di
individuarne le manifestazioni in quanto tali ed esaminarle nei
loro rapporti reciproci.
Vi è infine un altro
settore di importanza vitale per la ricerca, sia clinica sia di
laboratorio. In ogni tempo ci si è sempre rigorosamente attenuti a
metodi di induzione di trance formalizzati, ritualizzati,
tradizionali, come se l'ipnosi fosse un fenomeno che dipende dal
fatto di pronunciare certe parole in un certo ordine, mentre il
soggetto sta in una certa posizione ed esegue fisicamente certe
azioni prestabilíte. Troppo spesso si è completamente trascurato
che l'ipnosi, come il sonno fisiologico, è un processo
comportamentale che può aver luogo in circostanze estremamente
varie. In genere il sonno fisiologico ha luogo più facilmente se si
è sdraiati a letto, ma ci si può addormentare anche durante una
conferenza, alla guida dell'auto o quando si è colti da una rabbia
impotente contro qualcuno. Quel che ha importanza è ciò che avviene
effettivamente durante il sonno fisiologico, non i suoi aspetti
esteriori, anche se ogni tipo di aspetto esteriore può essere
significativo. Avviene la stessa cosa per l'ipnosi. I procedimenti
di induzione hanno la loro utilità, ma resta il quesito: "Che cosa
succede veramente quando si entra in ipnosi?". Il procedimento di
induzione crea un ambiente, ma soltanto un ambiente, in cui può
svilupparsi l'ipnosi; fornisce un periodo di tempo durante il quale
essa si sviluppa; offre varie distrazioni che assorbono
l'attenzione del soggetto mentre essa ha luogo, ma il problema è:
"Che cosa avviene realmente nel soggetto quando l'operatore si dà
da fare con la recitazione rituale di una formula di procedura che
ha imparato?".
E' un campo di ricerca
che riveste un'importanza enorme per stabilire la natura
scientifica e il carattere dell'ipnosi in sé. Ma ogni tentativo di
studiarla in relazione alla fissazione degli occhi o al
rilassamento del corpo non fa che creare confusione; è come se si
cercasse di studiare il sonno fisiologico in termini di: (1) letto
d'ospedale; (2) sedia di sala di studio, ecc.
Che cos'è in se stessa
l'ipnosi, quali processi avvengono nel soggetto, in che maniera il
corpo altera la propria funzionalità normale e da quali
apprendimenti esperienziali del passato ha imparato a funzionare
così, sono solo alcuni degli interrogativi del ricchissimo campo in
cui condurre la ricerca sull'ipnosi. In breve, dobbiamo considerare
la ricerca sull'ipnosi non nei termini di ciò che pensiamo,
escogitiamo e ipotizziamo, ma nei termini di ciò che possiamo
scoprire su quell'eccezionale, vario e affascinante tipo di
comportamento che possiamo riconoscere come uno stato di
consapevolezza suscettibile d'essere diretto e utilizzato secondo
le sue leggi intrinseche ma sconosciute.