Milton H. Erickson:
Profilo biografico.
milton

INDICE
Prime vicende della famiglia
Primi anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e percezioni alterate
La poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Gli anni del College e della facoltà di Medicina
Primi anni di ricerca
La maturità professionale
Ecco come invece parla del dolore nella vita d'ogni giorno:
Come invece utilizzava i ricordi per dimenticare il dolore:
Gli anni della leadership
Il saggio di Phoenix
Epilogo
Prime vicende della famiglia
Da dove cominciare per raccontare la vita di questo sveglio ragazzo americano vissuto in campagna, che fu così in gamba da trionfare sulla tragica malattia che lo aveva colpito e da diventare un genio nel campo della guarigione e dell'ipnosi? Riandiamo agli inizi, quali egli stesso amava raccontarli, alla saga dei suoi genitori pionieri, alla capanna di tronchi nella quale nacque ai tempi della conquista del West.

A Milton piaceva raccontare la storia di suo padre, Albert, che a sedici anni se ne andò di casa da Chicago con nient'altro, come bagaglio, che un biglietto di treno e lo spirito degli antenati vichinghi. Andò verso Ovest fin dove poteva arrivare col suo denaro, e alla fine si trovò a chiedere un passaggio nelle ondulate verdi campagne nei pressi di Lowell, nel Wisconsin. Venuto a sapere che un contadino del luogo aveva bisogno d'aiuto, Albert andò dritto alla fattoria e presto trovò quello che voleva: una timida ragazza carina che faceva capolino da dietro un albero.
"Di chi sei la ragazza?", chiese. "Di mio papà", rispose lei. "Be', adesso sei la ragazza mia", rispose lui.
E così fu. Albert lavorò per il contadino, e nel 1891, a 21 anni, sposò Clara, che ne aveva 19. La vita non era facile per la giovane coppia. Nei territori di frontiera la vita del contadino era sempre precaria, e il giovane Albert si trovò a cercare un altro posto per vivere. Per uno strano caso, il primo lavoro di Albert presagiva quella che sarebbe divenuta la professione di suo figlio: si ritrovò con un contratto di un anno come infermiere in un ospedale psichiatrico, con permessi solo saltuari per andare a trovare sua moglie a casa.
Successivamente il sangue vichingo e lo spirito di avventura che in quei tempi eroici spingeva a esplorare terre sconosciute portarono Albert a rispondere al richiamo delle miniere d'argento del Nevada. La famiglia Erickson viaggiò dunque in treno e in carro fino ad arrivare nel minuscolo villaggio di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a Ovest fu difficile, pieno di quei disagi tipici delle avventure dei pionieri: vi furono carenze di cibo e d'acqua, rigide notti, forti tempeste di vento da sopportare, senza contare la resistenza fisica richiesta per il lungo tragitto.
Una volta arrivata, la famiglia si stabilì in una capanna di tronchi dal pavimento di terra, con tre sole pareti (la quarta era costituita da una montagna! ) in una zona desolata della Sierra Nevada. Costantemente assillati da penuria di viveri, i pionieri divennero bravissimi nel trasformare ciò che avevano a disposizione in ciò di cui avevano bisogno. Ad Albert e Clara piaceva raccontare di quando conservavano la gelatina nelle bottiglie di whisky - la gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello - perché i vasi a bocca larga, che erano di meno, servivano per conservare altri cibi. Certamente crescere in un ambiente di questo tipo deve aver contribuito a formare la base é ciò che alla fine avrebbe caratterizzato gli approcci molto innovativi alla terapia di Milton: l'utilizzare in modo creativo tutto ciò che è disponibile nella persona al fine di ottenere cambiamento e guarigione.
Questo periodo delle vicende della famiglia Erickson è stato registrato da Don Ashbaugh in un capitolo dal titolo "Give Me Back My Yesterdays", ( Ridammi i miei giorni passati.) nel suo libro Nevada's Turbolent Yesterday (Los Angeles, Westernlore, 1963). Una settimana prima del suo novantesimo compleanno, il 25 marzo 1959, Albert Erickson mise per íscritto alcuni dei ricordi della vita dell'accampamento, che Ashbaugh inserì nel suo libro: [la persona di cui si citano le parole nei primi due paragrafi è appunto Albert].
'1 minatori erano sempre i benvenuti nelle case dei contadini, e la gente di Aurum era sempre felice di ospitare visitatori provenienti dalla valle quando venivano per la posta o per fare acquisti. Di conseguenza quei pochi avvenimenti sociali che avevano luogo portavano a un mescolamento degli abitanti".
Le famiglie vivevano in case di tronchi dal pavimento di terra. Sia la signora Raddatz che suo fratello, il dottor Milton H. Erickson, nacquero nella capanna di tronchi degli Erickson. Lei così la descrive: 'Ta casa e la capanna consistevano in due grandi stanze, più alcune piccole camere da letto. Sul dietro per parete c'era la montagna. I pavimenti erano di terra, e per impedire che si formasse della polvere venivano sempre bagnati con acqua. Non si formava fango, per via della composizione minerale della terra".
.
Quando i bambini degli Erickson raggiunsero l'età di andare a scuola, la famiglia decise di ritornare nel Wisconsin, e acquistò quella fattoria nella quale il giovane Milton avrebbe passato i suoi anni di formazione. Cinquant'anni più tardi i suoi genitori poterono tornare a far visita aTamata casupola di Aurum. La figlia ne dà un resoconto, e nel suo libro Ashbaugh cita il suo racconto:
L'uomo dai capelli bianchi [Albert] sedeva diritto e teso nella macchina. I suoi occhi azzurri esploravano l'arco delle montagne. Dopo 45 anni stava tornando al villaggio fantasma di Aurum dove aveva fatto il cercatore d'argento per tredici anni.
Improvvisamente tese il dito e disse in tono vivace: "Ecco, quella lì, dove c'è quell'affioramento di basalto". Sua moglie guardò attentamente e disse piano: "No, non mi sembra". Ma il vecchio rimase testardamente della sua opinione.
Ingranata una marcia bassa, fece arrampicare lentamente l'automobile lungo una specie di pista di terra battuta, e dopo sei chilometri raggiunse la cima di un'altura e si fermò a parcheggiare accanto ad alcuni vecchi tronchi che rimanevano una muta testimonianza di come una volta in quel luogo sorgesse un edificio.
Con un'agilità insospettata per i suoi ottantasei anni, balzò dalla macchina e proclamò tutto eccitato: "Ecco, questi sono i resti del vecchio mulino a pestelli. Guarda, ecco una parte del crogiuolo. Questa è Aurum, Clary".
Ma 'Clary' continuava a essere scettica. "Non mi sembra, è troppo ripido. La casa degli Anderson, dov'era? No, aspetta, fammi vedere il cimitero e ti crederò".
"Al diavolo il cimitero", disse vivacemente il vecchio, 1a conosco, la mia montagna". Sul suo viso passò un'espressione di perplessità e l'eccitazione andò svanendo via via che si guardava intorno e diceva lentamente: "2 Aurum, ma è cambiata, la strada che portava su alle nostre miniere è sparita, il carro del mandriano è lì dove c'era H cortile degli Anderson, e solo un muretto indica dove c'era una volta l'ufficio postale. t la mia montagna - ma per il resto è davvero un villaggio fantasma".
Il suo umore cambiò nuovamente quando esaminò con lo sguardo tutta la vallata e i suoi occhi s'Wuminarono quando notò: "Le colline rosse, Clary, sono esattamente le stesse, sono solo le cose fatte dall'uomo che se ne sono andate".
Poi, con voce rotta dall'emozione, guardò su al picco della montagna e disse: "Dío mio, quando guardo queste grandi formazioni rocciose, la verde vallata, gli alti pini posso solo dire: Ridammi i miei giorni passati! E se potesse essere esaudito un solo mio desiderio, vorrei passare i pochi anni che mi rimangono in una piccola capanna con questa montagna a farle la guardia, e ascoltare il vento che soffia nei canyon e mi sussurra ninnenanne per farmi addormentare".
L'amore per la natura e lo spirito pionieristico così evidenti nelle prime vicende della sua famiglia erano ancora un aspetto caratteristico della personalità di Milton quando lo conobbi, nell'ultimo decennio della sua vita.

Primi anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e percezioni alterate
Dato che Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera e in campagna, poté avvalersi di poche istituzioni sanitarie o educative. L' 'istruzione' che si impartiva era di tipo semplice, limitata all'essenziale, ed è forse per questo che (a quanto sembra) nessuno si accorse che il giovane Milton percepiva il mondo in un suo modo del tutto peculiare. Molti dei primi ricordi di Erickson riguardano il modo in cui, per via di vari problemi di costituzione, le sue percezioni erano diverse da quelle degli altri: per esempio, era daltonico inoltre era affetto da sordità tonale e non poteva né riconoscere né eseguire i ritmi tipici della musica e delle canzoni; era poi a che affetto - da dislessia un problema che indubbiamente la sua mente di Fa-mSino non riusciva a capire e che egli riconobbe e capì solo molti, molti anni dopo.

Le incomprensioni, le discrepanze e la confusione che derivavano da queste differenze rispetto alla visione del mondo che era comune e normale negli altri avrebbero potuto menomare il funzionamento mentale di un'altra persona. Nel giovane Milton, invece, queste differenze crearono a quanto pare l'effetto opposto: stimolarono la sua ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa più importante, esse portarono a una serie di esperienze inusuali che costituirono la base di una ricerca, durata tutta una vita, sulla relatività delle percezioni umane e sui oroblemi che ne derivavano, nonché sugli approcci terapeutici riguardanti tali problemi.

Un giorno, quando aveva poco più di settant'anni, Erickson così ricordava ed esaminava con me alcune di queste esperienze:
Quando aveva sei anni Erickson era un bambino che appariva handicappato dalla dislessia. La sua maestra, per quanti sforzi facesse, non riusciva a convincerlo che un 'Y e una 'm' non erano la stessa cosa. Un giorno ella scrisse un 3 e poi una m guidando con le proprie mani quelle del piccolo, ma Erickson non riusciva ancora a coglierne la differenza. D'un tratto ebbe un'allucinazione visiva spontanea in cui la percepì in un lampo di luce accecante.
E: Puoi capire come questo sia sconcertante? Poi un giorno, c'è stato qualcosa di sbalorditivo: uno scoppio improvviso di luce atomica. Ho visto la m e il 3. La m stava diritta sulle gambe e H 3 poggiato su un fianco con le gambe protese. Già, un lampo accecante! Luminosissimo! Da far dimenticare ogni altra cosa. Un lampo accecante e, al centro di quell'esplosione di luce, il 3 e la m.

R: Hai visto veramente un lampo accecante? C'era proprio o stai usando una metafora?

E.: Sicuro. Oscurava ogni cosa, tranne il 3 e la m.
R.: Ti rendevi conto d'essere in uno stato alterato? Da bambino qualf eri, ti meravigliavi di un'esperienza così strana?
E.: t, così che impariamo le cose.
R: - Penso che sia _qullo che chiamerei un momento creativo (Rossi, 1972, 1973). Hai sperimentato una vera alterazione percettiva: un lampo con il 3 e la m al centro. Avevano proprio delle gambe?
E: Li ho visti com'erano. [Erickson fa lo schizzo di un effetto nube con al centro un 3 e una m]. Escludevano ogni altra cosa!
R: Era un'allucinazione visiva? A sei anni hai effettivamente avuto un importante insigbt intellettuale sotto forma di allucinazione visiva?
E: Sì, non ricordo nient'altro di quel giorno. Il lampo più accecante, più abbagliante l'ho avuto al secondo anno di scuola secondaria. Tanto nella scuola elementare quanto in quella secondaria mi avevano soprannominato 'Dizionario' perché passavo un sacco di tempo sul dizionario. Un giorno, poco dopo il segnale d'inizio dell'intervallo di mezzogiorno, me ne stavo seduto al mio solito posto in fondo all'aula e leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino a quel momento, leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino a quel momento, quando dovevo cercare una parola, cominciavo dalla prima pagina e continuavo a leggere colonna per colonna, pagina per pagina, finché non arrivavo al voca
bolo desiderato. In quel lampo accecante capii che per cercare una parola usiamo l'alfabeto come un sistema ordinato. Gli allievi che si portavano la colazione da casa andavano sempre a mangiarla nel piano interrato. Non so quanto temp~ rimasi al mio posto, abbagliato dalla luce accecante, ma quando scesi quasi tutti avevano finito di mangiare. Quando mi chiesero perché arrivassi con tanto ritardo, sapevo già che non gli avrei detto che avevo appena imparato a usare il dizionario. Non so perché ci avevo messo tanto tempo. Non potrebbe darsi che il mio inconscio rifiutasse di farlo proprio per la grande quantità di nozioni che ricavavo dalla lettura integrale del dizionario? ( ... )

E: Devo avere avuto una leggera dislessia. Non avevo dubbi sul fatto che quando dicevo: co-mick-al, vin-gar, goverment e mung, la mia pronuncia fosse identica ai suoni prodotti quando gli altri dicevano: comical, vinegar, governMent e spoon. Quando facevo il secondo anno di scuola secondaria, la professoressa di dizione cercò inutilmente per un'ora intera di farmi dire: government. Poi, con una improvvisa ispirazione, si servì del nome di un mio compagno, 'La Verne', e scrisse sulla lavagna: 'govLaVemement'. Io lessi: 'govlavernement'. Lei allora me lo fece rileggere omettendo il La di La Verne. Quando lo feci, un, n accecante cancellò altro oggetto circostante compresa la lavagna. Devo a Miss Walsh la mia tecnica- di introdurre l'inatteso e il non pertinente in uno schema. fisso e rigido farlo esplodere. Oggi è venuta una paziente, tutta tremante e singhiozzante: "Sono stata cacciata via. NE capita sempre. Il mio capo ufficio mi strapazza. Ricevo degli insulti e piango sempre. Oggi mi ha urlato: 'Stupida! Stupida! Fuori di qui! Fuori!'. Ed eccomi qui". Le ho detto con estrema coscienza e serietà: "Perché non gli dice che bastava che lui glielo facesse sapere e lei avrebbe lavorato volentieri in un modo ancora più stupido! ". t rimasta perplessa, sconcertata e sbigottita, poi è scoppiata in una risata. Il resto del colloquio si è svolto bene, con risate improvvise in genere all'indirizzo di se stessa.

R: Le sue risate indicano che l'hai aiutata a far breccia nella sua visione limitata di se stessa come vittima. In quella vecchia esperienza con Miss Walsh è illustrato un principio fondamentale del tuo approccio di utilizzazione: lei aveva utilizzato la tua capacità di pronunciare LaVerne per aiutarti a irrompere fuori del tuo errore stereotipo nella pronuncia della parola government (pp. 138-140).
Forse fu per via della confusione generata da tali difficoltà di percezione che il giovane Milton imparò a fare più domande di quante ne faccia la maggior parte dei bambini della sua età. Un esempio: prima ancora di avere dieci anni, Milton volle sapere perché suo nonno piantava le patate a pancia in su, e sempre in una data fase lunare. Non contento della risposta ricevuta, passò a ideare e mettere in atto il suo primo esperimento controllato: piantò alcune file di patate con le gemme rivolte in tutte le direzioni e in diverse fasi lunari; mentre ne piantò altre seguendo il metodo del nonno. Rimase però molto male quando il nonno non volle credere che tutte le file di patate avevano dato gli stessi risultati!


L'innata intelligenza di Erickson è illustrata dal seguente episodio di cui fu protagonista in quello stesso periodo di tempo, e che ricordò molti anni dopo. In esso racconta il modo in cui, per risolvere un problema, ricorse a un doppio legame, anche se naturalmente, questo termine non era ancora stato coniato:
Il mio primo uso intenzionale del doppio legame che ricordi con esattezza risale agli inizi dell'adolescenza. Un giorno invernale, con temperatura sotto zero, mio padre fece uscire dalla stalla un vitello per portarlo all'abbeveratoio. Dopo averlo dissetato ripresero la via della stalla, ma quando giunsero alla porta l'animale puntò testardamente i piedi e non volle saperne di entrare nonostante gli sforzi disperati di mio padre che lo tirava per la cavezza. Io stavo giocando con la neve e, al vedere quella scena, scoppiai in una gran risata. Allora mio padre mi sfidò a fare entrare il vitello nella stalla. Visto che si trattava di una resistenza ostinata e irragionevole da parte dell'animale, decisi di dargli la più ampia occasione di continuarla secondo quello che era chiaramente il suo desiderio. Di conseguenza lo posi di fronte a un doppio legame: lo presi per la coda e lo tirai fuori dalla stalla, mentre mio padre continuava a tirarlo verso l'interno. Il vitello decise subito di opporre resistenza alla più debole delle due forze e mi trascinò nella stalla (pp. 469-470).



La poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Se c'è mai stato qualcuno che ha impersonato l'archetípo del medico malato -, colui che impara a guarire gli altri guarendo innanzitutto se stesso questi fu Mílton H. Erickson. L'esperienza più formativa nei suoi primi anni di vita Fu a sua pri a lotta con la poliomielite all'età di diciassette anni (il secondo attacco lo ebbe all'età di 51 anni). Nel seguente dialogo egli così ricorda quella crisi della sua vita, e la propria esperienza di uno stato percettivo alterato, che successivamente riconobbe essere una sorta di autoipnosi:
E: Quella sera, dal mio letto, udii per caso i tre medici dire ai miei genitori, nella stanza accanto, che il loro ragazzo non sarebbe arrivato al mattino. Divenni furibondo all'idea che qualcuno potesse dire a una madre che il figlio sarebbe morto entro il mattino. Poi mia madre entrò con l'espressione più serena che le riuscì di prendere. Le chiesi di spostare il comò, spingendolo d'angolo contro il lato del letto. Lei non capiva perché; pensava che stessi delirando. Parlavo con difficoltà. Ma in quell'angolo, grazie allo specchio che sormontava il comò, riuscivo a vedere attraverso la porta e la finestra di ponente dell'altra
stanza. Non volevo a ogni costo morire senza aver visto un'ultima volta il tramonto. Se avessi qualche attitudine al disegno, potrei ancora disegnarlo.
R: La tua rabbia e la tua voglia di vedere un altro tramonto sono state un modo di mantenerti vivo in quel giorno critico nonostante le previsioni dei medici. Ma perché la chiami un'esperienza autoipnotica?
E: Vedevo quel vasto tramonto che copriva interamente il cielo. Sapevo però che fuori della finestra c'era anche un albero, ma lo avevo escluso.
R: Lo avevi escluso? Si trattava di quella percezione selettiva che ti permette di dire che eri in uno stato alterato?
E: Sì, non lo facevo consciamente. Vedevo tutto il tramonto, ma non vedevo né la siepe né la grande roccia rotonda che c'erano. Avevo escluso tutto, meno il tramonto. Dopo averlo visto rimasi per tre giorni senza coscienza. Quando tornai in me chiesi a mio padre perché avessero tolto la siepe, l'albero e la roccia. Non mi rendevo conto d'essere stato io a cancellarli quando avevo fissato tanto intensamente l'attenzione sul tramonto. In seguito, quando fui guarito e divenni consapevole delle mie condizioni inabilitanti, mi chiesi come avrei fatto a guadagnarmi da vivere. Avevo già pubblicato un articolo su una rivista agricola nazionale: "Perché i giovani abbandonano la campagna". Non avevo più le forze necessarie per fare l'agricoltore, ma forse avrei potuto farcela come medico.
R: Diresti che è stata l'intensità della tua esperienza interiore, il tuo spirito e il tuo senso di sfida, a tenerti in vita perché potessi vedere il tramonto?
E: Certo ai pazienti con scarse prospettive diciamo: "Dovreste vivere abbastanza per farlo il mese prossimo". E loro lo fanno.
Il modo in cui Milton si riprese costituisce uno dei racconti di auto-guarigione e scoperta più affascinanti che io abbia mai sentito. Quando si svegliò dopo quei tre giorni, si trovò quasi del tutto paralizzato: sentiva i suoni molto bene, vedeva e poteva muovere le pupille, poteva parlare, con grande difficoltà, ma per il resto non poteva fare nessun altro movimento. Nella sua comunità rurale non esisteva nessuna struttura per la riabilitazione, e a detta di tutti egli sarebbe rimasto senza l'uso degli arti per tutto il resto della sua vita. Ma la sua acuta intelligenza continuò a lavorare. Egli imparò, per esempio, standosene tutto il giorno a letto, a fare dei giochi con la mente, interpretando i suoni che gli provenivano dall'ambiente: dal suono che faceva la porta della stalla nel chiudersi, e dal tempo che impiegavano i passi a raggiungere la casa, lui riusciva a dire di che persona si trattava e di quale umore era.

Poi venne il famoso giorno in cui i suoi familiari si scordarono di averlo lasciato solo, inchiodato nella sedia a dondolo. (Gli avevano costruito una specie di primitivo vaso da notte intagliando un foro nel sedile). La sedia a dondolo si trovava all'incirca nel mezzo della stanza, e Milton, seduto in essa, guardava ardentemente la finestra, col desiderio di esservi più vicino, in modo d'avere almeno il piacere di poter guardare la fattoria lì fuori. Mentre era lì seduto, apparentemente immobile, preso dai suoi desideri e dai suoi pensieri, improvvisamente che la sua. sedia aveva cominciato a dondolare leggermente., Che enorme scoperta! Era un caso? Oppure il suo desiderio di essere più vicino alla finestra non aveva forse effettivamente stimolato qualche minimo movimento del corpo, che aveva cominciato a far dondolare la sedia?!


Questa esperienza, che probabilmente alla maggior parte di noi sarebbe passata inosservata, portò il ragazzo diciassettenne a un periodo di febbrile esplorazione di sé e di scoperta. -Milton stava scoprendo da solo il principio ideomotorio fondamentale dell'ionosi esaminato da Berneim una generazione prima che il solo pensiero o la sola -idea di un movimento potevano
portare all'effettiva esperienza di un movimento automatico del corpo. Nelle settimane e nel mesi che seguirono, Milton andò a ripescare tutti i suoi ricordi sensoriali per cercare di reimparare a
muoversi. Per esempio, si guardava per ore e ore la mano, e cercava di ricordare che sensazione gli avevano dato le dita quando tenevano un forcone. A poco a poco si accorse che le sue dita cominciavano a fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente in modo scoordinato. Continuò sino a che i movimenti diventarono più ampi, e lui poté controllarli coscientemente. E in che modo la mano afferrava un ramo d'albero? Come si muovevano gambe, piedi e dita quando si arrampicava su un albero?
Non erano semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi di attivazione di reali ricordi sensoriali - ricordi che ri-stimolarono la sua coordinazione senso-motoria tanto da permettergli di guarire. Ciò appare evidente dal seguente stralcio di colloquio:
E: Dapprima cercai di imparare a rilassarmi e ad accrescere la mia forza. Mi costruii dei tiranti elastici che potevo tendere contro certe resistenze. Ogni notte facevo quest'esercizio e tutti gli altri possibili. Poi mi accorsi che avrei potuto camminare per stancarmi e liberarmi dal dolore. _A pocoa poco capii cbe, se lossi riuscito a pensare al fatto di camminare, stancarmi e rilassarmi. ne avrei _avuto un sollievo.

R: Il solo fatto di pensare a camminare e a stancarti riusciva ad alleviarti il dolore allo stesso modo dell'effettivo processo fisico?
E: Sicuro, poco per volta ci riuscì.
R: Nelle tue esperienze di autorieducazione, tra i 17 e i 19 anni, ti sei reso personalmente conto che potevi servirti dell'immaginazione per ottenere gli stessi risultati che avresti ottenuto con uno sforzo fisico reale.
E: Di un intenso ricordo più che dell'immaginazione. Ci ricordiamo di certi gusti, sappiamo che la menta ci dà quella certa sensazione di fresco. Da bambino mi arrampicavo su un albero di un boschetto, poi saltavo da un albero
all'altro come una scimmia. Ho cercato di ricordare le varie contorsioni e giravolte che facevo per scoprire quali sono i movimenti che facciamo quando abbiamo la piena disponibilità dei nostri muscoli.

R: Attivavi dei ricordi reali dell'infanzia per capire quanta parte del controllo muscolare avessi perduto e trovare il modo di riacquisirlo.
E: Sì, ci serviamo di ricordi reali- A 18 anni cercavo di ricordare tutti i movimenti che facevo da bambino per aiutarmi a riapprendere la coordinazione muscolare (pp. 141-142).
Ma perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della semplice introspezione: l'osservazione del mondo esterno. Fortunatamente in quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol, stava appena imparando a camminare. Milton iniziò una serie di osservazioni giornaliere nelle quali notava il suo modo (soprattutto inconscio) di imparare a camminare, in modo da poterlo copiare consapevolmente, e così costringere il proprio corpo a fare lo stesso. In una conversazione sinora inedita, egli così parla di quel periodo:
Imparai a stare in piedi guardando la mia sorellina che imparava a stare in piedi: usa le tue due mani come base, allarga le gambe, usa le ginocchia come base larga, e poi poggia più peso su un braccio e una mano e sollevati. Ondeggia avanti e indietro per trovare l'equilibrio. Esercitati a piegare le ginocchia e a mantenere l'equilibrio. Dopo che H corpo è in equilibrio, muovi la testa. Dopo che il corpo è in equilibrio muovi la mano e la spalla. Metti un piede davanti all'altro mantenendoti in equilibrio. Cadi. Riprova.
Dopo undici mesi di questo intensivo allenamento, Mílton camminava ancora sulle stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare in modo sempre meno faticoso, in modo da sottoporre a minima tensione il suo corpo.
Gli anni del College e della facoltà di Medicina
A questo punto Milton non si tendeva ancora conto che il suo essersi ristabilito attraverso il rilassamento, i ricordi sensoriali e l'acuta osservazione avrebbero costituito la base del suo futuro operare nella veste dell'ipnoterapeuta più innovativo del mondo. Il suo corpo si stava riprendendo ma lui era ancora debole, e non riusciva a camminare senza l'aiuto delle stampelle. Dopo il suo anno di matricola all'Università del Wisconsin, un medico gli consigliò di passare un'estate all'aria aperta per acquistare salute e irrobustire il suo corpo. Da persona che non si poneva obiettivi facili, Milton decise che ciò che ci voleva per lui era un viaggio in canoa.

Non disponendo delle risorse finanziarie che gli potessero garantire un viaggio pieno di comodità, Milton si preparò a lanciarsi in questo viaggio con soli quattro dollari in tasca e, come sperava, un amico al suo fianco. Dato che la sua capacità di guidare una canoa era nel migliore dei casi irrisoria (immaginatevi di lottare per far entrare e uscire dall'acqua una canoa reggendo contemporaneamente un paio di grucce! ), sembrava evidente che un compagno sarebbe stato non solo opportuno, ma anche indispensabile. Tuttavia all'ultimo momento il suo amico decise di non partire, cosicché l'indomito Milton si mise in viaggio tutto da solo nel giorno che aveva stabilito. (Ebbe l'accortezza di non dire ad Albert e Clara che il loro figlio inesperto e handicappato si riprometteva di scendere da solo lungo le rapide). Equipaggiato con riserve di cibo per due settimane, il necessario armamentario per cucinare, una tenda e un certo numero di libri, Milton si mise a discendere la corrente con l'intenzione di procedere in quella direzione sino al momento di invertire la marcia. Darsi una precisa destinazione, a suo avviso, non avrebbe fatto che rendere tedioso il viaggio.
Lungo la strada gli capitarono molte piccole avventure. All'inizio del viaggio se ne uscì a pescare un mattino presto, ma non fu in grado di uscire nuovamente dal lago sino al pomeriggio: i forti venti, uniti alla sua debolezza fisica lo costrinsero a molte ore di dura lotta. Ben presto, tuttavia, divenne bravissimo nel sollecitare in modo indiretto l'aiuto degli altri in tutte quelle situazioni che non riusciva ad affrontare da solo, come superare una diga e così via. Riuscì anche a farsi invitare a pranzo più di una volta da qualche campeggiatore, e con loro passava il pomeriggio attorno a una tavola piena di cibo scambiando racconti d'avventure. Sembrava che gitanti e campeggiatori trovassero qualcosa d'affascinante nel giovane Milton. (Ed effettivamente questo suo disporre le cose in modo che gli altri gli dessero 'spontaneamente' aiuto era valso a Milton il soprannome di "Eric il Tasso", affibiatogli dai compagni di scuola del Wisconsin. Quante volte, metà contenti e metà pieni di rammarico non si erano trovati a concedere, senza nemmeno sapere perché, certi vantaggi in situazioni di competizione a questo curioso ma astuto ragazzo di campagna! ).
Qua e là nel suo viaggio, Milton trovò lavoro temporaneo presso vari contadini, guadagnando così abbastanza denaro da ricostituire le proprie provviste. Scoprì anche che la sua capacità di cucinare poteva essere usata come mezzo di scambio: riuscì infatti a pagarsi una parte del suo viaggio lunga 400 chilometri semplicemente cucinando per due giovani che stavano avendo un'avventura estiva simile alla sua.
All'epoca in cui Milton cominciò il viaggio di ritorno, la sua forza muscolare era aumentata al punto che era in grado di pagaiare contro corrente e, cosa più importante, di trasportare la canoa senza bisogno d'aiuto. Alla fine del viaggio durato dieci settimane, l'elenco delle cose che aveva fatto era ancora più notevole: aveva navigato per quasi duemila chilometri di fiume, ricorrendo esclusivamente alla propria intelligenza e alle proprie risorse; aveva iniziato il viaggio con quattro dollari e lo terminava con otto; era partito sulle stampelle e tornava zoppicando in modo solo leggero (ma permanente); e per finire quando era partito era un debole malaticcio, e al ritorno era un robusto giovane con un nuovo senso di fiducia, di orgoglio e di autonomia personale.

Così rianimato e rafforzato dall'eroica avventura estiva, Milton tornò al college sprizzante d'energia e di determinazione a colmare le prime lacune della semplice educazione ricevuta. Ma come farlo? Entrando nel mondo giornalistico. Aveva già avuto un impiego (un lavoro da tavolino) alla fabbrica di conserve alimentari del luogo, per contribuire a finanziare le spese del college, ma ora si sentiva pronto per cose migliori:
E: Continuavo a osservare sempre. Ti dirò quale è stata la cosa più presuntuosa che abbia mai fatto. Avevo vent'anni ed ero nel primo semestre del secondo anno di college quando cercai di ottenere un posto al quotidiano locale, The Daily Cardinal, nel Wisconsin. Volevo scrivere articoli di fondo. Il direttore, Porter Butz, mi accontentò e mi disse che avrei potuto lasciarglieli nella buca delle lettere andando la mattina a scuola. Dovevo però leggere e studiare moltissimo per compensare la mia scarsa preparazione letteraria della campagna. Volevo farmi una vasta cultura. Un'idea di come procedere mi venne ricordando il modo in cui, quand'ero più giovane, a volte correggevo in sogno dei problemi di aritmetica.
Il mio piano era questo: avrei studiato la sera e sarei andato a letto alle dieci e mezza, addormentandomi immediatamente, dopo aver caricato la sveglia per l'una di notte. A quell'ora mi sarei alzato, avrei scritto a macchina l'articolo, avrei messo la macchina sopra le pagine scritte e me ne sarei tornato a dormire. Al mio risveglio, il mattino dopo, mi meravigliai moltissimo di trovare qualcosa di scritto sotto la macchina, perché non ricordavo affatto d'essermi alzato per scrivere. Era così che scrivevo ogni volta gli articoli.
Volutamente non li rilessi, ma ne conservai una copia a carta carbone. Lasciai gli articoli non riletti nella cassetta delle lettere, poi diedi ogni giorno un'occhiata al giornale, per vedere se fossero stati pubblicati, ma con esito negativo. Alla fine della settimana esaminai le copie che avevo fatto e constatai di avere scritto tre articoli che erano stati tutti pubblicati. Riguardavano per lo più il college e il suo rapporto con la comunità locale. Non avevo riconosciuto ciò che io stesso avevo scritto vedendolo stampato e avevo dovuto controllare le mie copie per averne la prova.
R: Perché decidesti di non rileggere al mattino gli scritti della notte?
E: Mi chiesi se sarei stato capace di scrivere degli articoli. Il fatto di non riconoscere le mie parole sulla pagina stampata significava che nella mia mente c'erano molte più cose di quante non pensassi. Ebbi così la prova d'essere più intelligente di quel che credevo. Quando volevo sapere qualcosa non volevo che la conoscenza imperfetta di qualcun altro la deformasse. Il mio compagno di stanza osservava con curiosità le mie alzate all'una di notte per scrivere a macchina. Mi disse che sembravo non accorgermi di nulla quando mi scuoteva la spalla, e si chiedeva se camminassi e battessi a macchina nel sonno. Gli dissi che doveva essere proprio così, perché a quel tempo non vedevo assolutamente altre spiegazioni. Fu solo al terzo anno di college che frequentai i seminari di Hull e cominciai le mie ricerche sull'ipnosi.
R: Con un approccio naturalistico, pratico di questo tipo, potremmo far apprendere ad altri l'attività sonnambulica e l'autoipnosi? Uno potrebbe caricare la sveglia in modo da alzarsi a metà sonno e svolgere qualche attività che poi potrebbe dimentica-re. Sarebbe un modo di addestrarsi all'attività dissociativa e all'amnesia ipnotica?
E: Sicuro, e dopo qualche tempo la sveglia non sarebbe più necessaria. Ho istruito in questo modo molti allievi (pp. 143-144).

Ma per quanto, stando a questi primi esperimenti col proprio inconscio, il giovane Mílton sembrasse avere il mondo in pugno, c'erano lezioni ancora più importanti da imparare. Quanto segue è un esempio di come questo giovane americano di campagna abbia cominciato a pensare al suo futuro di medico:
E: Quand'ero agli inizi dei miei studi di medicina ebbi un'esperienza molto amara. Ero stato incaricato di visitare due pazienti. Il primo era un vecchio settantatreenne, un individuo sgradevole sotto ogni aspetto: fannullone, alcolizzato, ladro, che era sempre vissuto a carico dell'assistenza pubblica. Questo tipo di vita m'interessava: feci un'accurata anamnesi e mi informai di ogni particolare. Risultò chiaro che costui aveva buone probabilità di superare gli ottant'anni. Poi passai al secondo paziente. Era una delle più belle ragazze che avessi mai visto: una personalità affascinante e di grande intelligenza. Visitarla era un piacere. Poi, mentre le esaminavo gli occhi, mi trovai a dirle che avevo scordato di fare qualcosa: mi scusasse, sarei tornato al più presto. Andai nella sala di riunione dei medici e consideraí il futuro. La giovane aveva il morbo di Bright e poteva dirsi fortunata se fosse riuscita a vivere per altri tre mesi. Vidi l'ingiustizia della vita. Un vecchio fannullone di 73 anni, che non aveva mai fatto niente di meritevole, non aveva mai dato niente, era stato solo distruttivo. Qui invece una ragazza stupenda e affascinante, che aveva tanto da offrire. Dissi a me stesso: "Pensaci sopra e ricavane una visione dell'esistenza, perché come medico ti troverai continuamente di fronte a qualcosa del genere: alla assoluta ingiustizia della vita".
R: Come c'entra lo stato autoipnotico?
E: Lì ero solo. So che gli altri entravano e uscivano dalla sala, ma io non ne avevo coscienza. Stavo guardando nel futuro.
R: In che modo? Avevi gli occhi aperti?
E: Li avevo aperti. Vedevo i bambini non ancora nati, quelli che dovevano ancora crescere e diventare quel dato uomo e quella data donna, che sarebbero morti a 20, 30 o 40 anni. Alcuni sarebbero vissuti sino a 80 o a 90 anni, e consideravo il loro valore come individui. Persone di ogni tipo, con le loro occupazioni, la loro vita: tutte mi passavano davanti agli occhi.
R: Era una specie di pseudo-orientamento nel futuro? Hai vissuto nell'immaginazione la tua vita futura?
E: Sì, non si può praticare la medicina se si è sconvolti emotivamente. Ho dovuto imparare a riconciliarmi con l'ingiustizia della vita in quel contrasto tra la ragazza avvenente e il vecchio fannullone settantatreenne.

R: Quando ti sei accorto di trovarti in uno stato autoipnotico?
E: Capivo di essere assorto come quando scrivevo gli articoli e lo ero semplicemente, senza cercare di esaminare questo mio stato. Vi ero entrato per orientarmi verso il mio futuro di medico.

R: Ti sei detto: "Ho bisogno di orientarmi sul mio futuro di medico". Allora è subentrato il tuo inconscio e hai avuto questo profondo sogno a occhi aperti. Perciò quando entriamo in autoipnosi diamo a noi stessi un problema e poi lasciamo che se ne occupi l'inconscio. I pensieri venivano e se ne andavano da soli? Erano cognitivi o espressi in immagini?

E: Tutte e due le cose. Vedevo il bambino piccolo crescere e farsi uomo (pp. 144-145).

All'epoca di questo critico episodio, Milton non definiva ancora l'esperienza come autoipnotica. Tuttavia stava cominciando a rendersi conto che alcuni dei fenomeni facenti parte della sua esperienza interna erano esaminati da altri come attinenti all'ipnosi. Ciò lo portò a seguire il suo primo corso regolare di studi con Clark L. Hull. Così Erickson successivamente descrisse la sua formazione iniziale:*
Durante un seminario ufficiale sull'ipnosi tenuto nel 1923-24 all'Università del Wisconsin, sotto la direzione di Clark L. Hull, l'autore, allora studente universitario, presentò una relazione sui molti e svariati risultati delle sue ricerche sperimentali compiute negli ultimi sei mesi di intenso lavoro e sui suoi studi presenti, per aprire una discussione con i laureati del Dipartimento di Psicologia. Vi furono dibattiti animati, dispute e discussioni sulla natura dell'ipnosi, sullo stato psicologico che essa costituiva, sui rispettivi ruoli dell'operatore e del soggetto, sui valori e i significati dei processi impiegati nell'induzione, sulla natura delle risposte del soggetto nello sviluppo di una trance, sulla possibilità di trascendere le capacità normali, sulla natura della regressione, l'evocazione di modelli di risposte apprese nel passato, lontano o recente, sui processi che giocano nei fenomeni ipnotici individuali e, soprattutto, sull'iderifificazione della figura primaria nello sviluppo dello stato di trance, se cioè fosse l'operatore o il soggetto. L'orario dei seminari settimanali era di due

ore ciascuno, ma di solito duravano molto più a lungo, e spesso si tenevano delle riunioni supplementari di sera, o in giorni di vacanza, alle quali partecipava la maggioranza del gruppo.

Dato che non si raggiungeva un consenso sui problemi, e le opinioni e le interpretazioni dei singoli individui erano molto varie, l'autore finalmente decise, nell'ottobre 1923, di intraprendere uno speciale progetto di ricerca. Sebbene a quel tempo fosse stato redatto un protocollo completo della ricerca, come per molti altri studi questo lavoro particolare rimase inedito. Una delle ragioni che fecero decidere l'autore a non pubblicare allora il suo lavoro fu l'incertezza determinata dalla convinzione radicata di Hull che l'operatore, per mezzo di quanto diceva e faceva al soggetto, fosse molto più importante di ogni processo comportamentale che si svolgeva nel soggetto. Hull mantenne questo suo punto di vi~ta anche nel lavoro che compì a Yale e ne diede un esempio col suo tentativo di stabilire una 'tecnica standardizzata' per l'induzione dell'ipnosi. Con questa espressione egli intendeva l'uso delle medesime parole, con ritmo identico, con lo stesso tono di voce, ecc.; ciò alla fine condusse a un tentativo di provocare degli stati di trance tutti simili, facendo ascoltare dei 'dischi fonografici per l'induzione', senza considerare le differenze individuali dei soggetti, il loro diverso grado di interesse, le diverse motivazioni e le diversità nella capacità di apprendere. Sembrava così che Hull trascurasse il soggetto come persona ponendolo allo stesso livello degli apparecchi inanimati del laboratorio, malgrado fosse consapevole, per esempio, di differenze fra i soggetti che potevano venire di mostrate con gli esperimenti al tachistoscopio. Nondimeno, Hull dimostrò che dei rigidi procedimenti di laboratorio potevano essere applicati allo studio di alcuni fenomeni ipnotici (pp. 12-13).

L'inevitabile conflitto con Hull derivava dal precedente lavoro d'introspezione e guarigione che Erickson aveva compiuto, e stava ancora compiendo su se stesso. Se esso sembrava essere in contrasto con Ppproccio estroverso di quella scienza in via di sviluppo che era la psicologia sperimentale, quale rappresentata da Hull, non era però in contrasto con i concetti d'introspezione elaborati da E. B. Tichener, Wilhelm Wundt e W. B. PilIsbury. Erickson utilizzò tali concetti per organizzare i suoi primi studi di laboratorio sulle dinamiche interne dell'ipnosi e della suggestione. La sua meticolosa analisi delle forze interne e delle motivazioni di ciascun soggetto individuale sarebbe divenuta il tratto distintivo e píonieristico del suo approccio naturalistico', 'permissivo' e 'indiretto' all'ipnosi. E migliore resoconto di questa prima ricerca sperimentale, effettuato quando era ancora studente, venne pubblicato successivamente in due scritti: "Primi esperimenti d'indagine sulla natura dell'ipnosi", già citato, e "Ulteriori indagini sperimentali sull'ipnosi: Realtà ipnotiche e non ipnotiche".*
Un tratto assolutamente originale e distintivo di queste prime ricerche di Erickson era costituito dalla sua attenta osservazione del sottile intergioco tra i meccanismi mentali dello stato di veglia e quelli dello stato di trance. Erickson dimostrò in che modo gli stati alterati e i fenomeni di trance costituissero anche parte normale della vita di tutti i giorni. Questa sua intuizione costituì il principio di base dei suoi successivi studi sulla psicopatologia, oltre che per lo sviluppo degli approcci naturalístici e di utilizzazione all'ipnoterapia. In questo modo Erickson trasformò la vecchia concezione autoritaria dell'ipnosi in un approccio permissivo e di facilitazione. Ora non c'erano più suggestioni meccaniche impresse in modo automatico nella mente ,vuota' della persona in trance; piuttosto, Erickson vide lo stato ipnotico di trance come uno stato di dinamica complessità e irudividualità, nel quale le capacità personali del soggetto- potevano essere utilizzate per facilitare il processo- di guarigione.

All'età di ventitrè anni, quando era ancora studente in medicina, Erickson si sposò per la prima volta. Da questo matrimonio, che durò dieci anni prima di finire con un divorzio, egli ebbe tre figli. So molto poco delle sue vicende personali in quel periodo della sua vita, ma dai pochi riferimenti casuali che Erickson vi ha fatto, appariva molto evidente che l'isolamento sociale e culturale cui era stato soggetto nei primi anni di vita gli aveva lasciato una certa ingenuità in campo sociale, e una certa carenza di capacità di giudizio riguardo ai rapporti con gli altri. In ogni caso il dolore e la confusione che gli derivarono da questo primo sfortunato matrimonio lo portarono a focalizzare la sua attenzione sul capire le donne e i rapporti umani. Sentiva di essere cresciuto con molte significative lacune nella comprensione degli altri, e per tutta la sua vita d'adulto dovette lavorare coscienziosamente per colmarle. Quando lo conobbi, sulla settantina, era suo principio fondamentale ritenere che tutti gli adulti normali avessero lacune del genere, che anch'essi dovevano colmare, continuando a imparare su se stessi per tutto l'arco della vita.

Sino al momento del primo matrimonio, Erickson si era dovuto per forza concentrare soprattutto sui suoi problemi di salute fisica e di benessere mentale. Ora si rendeva conto che doveva espandere la propria attenzione al di là di se stesso, anche alle difficoltà dei rapporti di coppia e con gli altri. Questa lezione appresa a così caro prezzo divenne dunque un'altra delle strade che con sofferenza personale lo portarono a essere pioniere in un nuovo campo professionale: Erickson fu infatti negli anni Quaranta e Cinquanta uno dei primi psichiatri che in seduta trattassero coppie e famiglie tutte intere.

Primi anni di ricerca
Nel 1928, subito dopo essersi laureato all'Uníversità del Wisconsin, Erickson entrò a fare internato come medico al Colorado General Hospital e come psichiatra al Colorado Psychopathic Hospital. Successivamente venne nominato assistente allo State Hospital for Mental Diseases di Howard, Rhode Island (1929-1930). La sua tesi di laurea aveva avuto come tema la deficienza mentale, e ora egli ampliò il lavoro svolto, esplorando i rapporti tra fattori quali intelligenza, matrimonio, abbandono e crimine. Le sue conclusioni vennero riportate da svariate riviste mediche, di scienze sociali e di diritto in una serie di sette articoli pubblicati tra il 1929 e il 1931.
Fu solo all'epoca dei vari incarichi che ricoprì al Worcester State Hospital del Massachusetts (1930-1934), in cui iniziò da giovane medico e terminò come psichiatra primario dei servizi di ricerca, che pubblicò il suo primo scritto riguardante l'ipnosi: "Possibili effetti nocivi dell'ipnosi sperimentale".* In questo scritto si occupava della prima cosa che aveva dovuto fare in un ambiente ospedaliero e professionale che inizialmente era ostile a quella che molti consideravano un'arte misteriosa e temibile: ed egli invece dimostrò sperimentalmente che l'ipnosi era un procedimento che non comportava pericoli.

In questo primo periodo l'ipnosi era ancora considerata una forma di sonno. Con la diffusione della teoria pavloviana, il concetto di sonno era stato elevato a quello di 'inibizione corticale'. Ma Erickson non era affatto d'accordo. Le sue proprie esperienze di vita lo portavano a considerare l'ipnosi come uno stato alterato nel quale il soggetto provava un'attenzione intensa ma focalizzata su un ambito più ristretto. Questa concezione è chiarita nel dialogo seguente da me avuto con Erickson quand'egli era sulla settantina e nel quale egli ricorda quei primi anni:
E: Effettuando del lavoro ipnotico sperimentale con un soggetto in laboratorio, notavo spesso che eravamo completamente soli. Le uniche cose presenti eravamo il soggetto, l'apparecchiatura di cui mi servivo per registrarne il comportamento e io.

R: Eri così concentrato sul tuo lavoro che ogni altra cosa spariva?
E: Sì. Scoprii di essere in trance con il mio soggetto. Allora volli anche sapere se avrei potuto svolgere un lavoro egualmente buono attorniato dalla realtà che mi circondava, o se invece sarei dovuto entrare in trance. Constatai che riuscivo a lavorare egualmente bene in entrambe le condizioni.
R: Tendi a entrare in autoipnosi ora, quando lavori con pazienti in trance?
E: Attualmente, se ho qualche dubbio sulla mia capacità di vedere le cose importanti, entro in trance. Se ho con un paziente un problema cruciale e non voglio perderne il minimo indizio, entro in trance.
R: Come fai a entrare in questo tipo di trance?
E: E' una cosa che avviene automaticamente, perché comincio con il seguire dappresso qualsiasi movimento, segno o manifestazione di comportamento che possa essere importante. Proprio adesso, quando ho cominciato a parlarti, ho avuto una visione tunnel in cui vedevo soltanto te e la tua sedia. L'ho avuta automaticamente, con una terribile intensità, mentre ti stavo guardando. La parola 'terribile' è sbagliata; era piacevole.
R: E' la stessa visione tunnel che si ha nella cristalloscopia?

E: Sì (p. 145).

Questi stati di attenzione molto focalizzata non erano dissociati dalla coscienza normale. In altre parole, mentre si trovava in uno di tali stati, Eríckson era in grado di rendersi conto di essere in uno stato alterato, mentre quando ne usciva, era in grado di riconoscere e ricordare il cambiamento. Questo era in contrasto con altri stati di attività sonnambulica nei quali era completamente dissociato: non sapeva, mentre si trovava in tali stati, d'essere in uno stato alterato, e quando ne era uscito non aveva alcun ricordo del suo contenuto - com'è il caso per esempio di quando scriveva i suoi articoli da studente. Nello stato di attenzione molto focalizzata, invece, Erickson era in grado di interagire bene con gli altri e tuttavia continuare a essere dissociato, come illustra il seguente esempio tratto da una fase molto successiva della sua carriera:
Erickson racconta poi lo stupefacente episodio accadutogli quando entrò in trance nelle prime sedute del lavoro terapeutico che fece con un notissimo psichiatra straniero, piuttosto autoritario, che era un provetto ipnoterapeuta. Spiega d'essersi sentito sopraffatto dal suo compito, ma d'essersi avviato alla prima seduta fiducioso che il suo inconscio gli sarebbe venuto in aiuto. Ricorda che cominciò la seduta e si mise a prendere appunti. Poi ebbe l'impressione d'essere solo nel suo studio; erano passate due ore e sulla scrivania vi era una cartella chiusa con una serie di appunti. Capì allora che doveva essere rimasto in uno stato di autoipnosi. Rispettò il suo inconscio e lasciò gli appunti nella cartella senza leggerli. Spontaneamente, senza sapere assolutamente come avvenisse, entrò in trance nello stesso modo nelle successive tredici sedute. Fu solo alla quattordicesima che lo psichiatra-paziente si accorse d'un tratto dello stato in cui si trovava Erickson. Allora gridò: "Erickson, lei adesso è in trance! ". Con un sobbalzo Erickson tornò al normale stato di veglia e vi rimase per tutte le altre sedute. Il suo profondo rispetto per l'autonomia dell'inconscio è indicato dal fatto che non lesse mai gli appunti scritti in trance autoipnotìca nelle prime quattordici sedute. Non molto tempo fa Rossi ha dato un occhiata a quelle pagine sbiadite e ha constatato che non vi era nulla di più dei tipici appunti che potrebbe prendere un terapeuta (pp. 145-146).
Alla fine del suo incarico a Worcester, Massachusetts, nel 1934, anche il primo matrimonio di Erikson era finito. Aveva trentatrè anni ed erapadre di tre bambini piccoli dei quali doveva prendersi cura, una posizione a quell'epoca alquanto inusuale per uno psichiatra inusuale. Tuttavia, quando accettò la nomina successiva al Wayne County General Hospital a Eloise, nel Michigan, egli iniziò un nuovo capitolo di approfondita ricerca nella sua vita personale e professionale. Nel giro di un anno, poi, incontrò Elisabeth (Betty) Moore, che sarebbe divenuta sua moglie, la sua collega di ricerca, la madre dei suoi tre figli (e successivamente di altri cinque).
La nomina di Erickson a Eloise - dapprima come direttore della ricerca psichiatrica (1934-39) e successivamente come direttore della ricerca e formazione psichiatrica (1939-48) - offrì la sede per le sue principali ricerche sperimentali sulla natura e la realtà dei fenomeni ipnotici. L'ambito di questi studi andava dagli esperimenti di laboratorio, attentamente controllati, sulla sordità ipnotica e la cecità ai colori (con l'aiuto di sua moglie), sino alla ricerca sui complessi e le nevrosi significative per il lavoro clinico, indotte per via ipnotica. La fantastica abilità di Erickson nell'utilizzazione degli stimoli minimi e delle forme indirette di suggestione lo portò alla pubblicazione di una serie di scritti sulla dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla presenza dei processi inconsci sia nella 'psicopatologia della vita quotidiana', sia nelle sindromi psichiatriche gravi.

Benché molto del suo lavoro nel corso di questo periodo fosse a sostegno della teoria psicoanalitica, Erickson non si considerò mai un freudiano, né, del resto, un seguace di nessuna scuola particolare. Ed effettivamente egli deplorò spesso l'esistenza delle varie scuole di psicologia e di psichiatria, perché secondo lui i loro seguaci dimostravano troppo spesso un'immatura rigidità di pensiero e metodi. Erickson si rendeva conto che tale rigidità (o 'limiti appresi') non facevano che inibire una più ampia esplorazione libera, e per tutta la sua carriera egli stesso non volle legarsi a nessuna teoria. Era un genio nel campo della percezione e della comunicazione e provava un enorme piacere nello studio e nell'impiego terapeutico dei mezzi datici dalla natura; e tuttavia su questi mezzi non sentiva alcun bisogno di costruire impalcature teoriche d'alcun genere.

La sua fama di capace osservatore ed esperto della comunicazione crebbe sin da questa prima fase di ricerca della sua carriera. Divenne direttore editoriale associato della rivista Diseases of the Nervous System (1940-1955), e fu molto ricercato come consulente nello studio che il governo degli Stati Uniti stava compiendo sui modeui di cultura in relazione allo sforzo bellico. La prima a consultarlo, nel 1940, fu Margaret Mead, che gli chiese di aiutarla a passare in rassegna e analizzare i film che aveva girato sulla trance spontanea dei danzatori di Bali. Erickson e la Mead divennero ben presto stretti colleghi, e più tardi avrebbero lavorato insieme, durante la seconda guerra mondiale, a quei progetti governativi che si proponevano di analizzare la struttura del carattere giapponese e gli effetti della propaganda nazista. Purtroppo, dato che queste attività sono tuttora mantenute riservate dal governo, la loro vicenda completa sarà svelata dagli studiosi futuri.

Durante gli anni della guerra Erickson prestò servizio come psichiatra al locale ufficio di reclutamento. Ciò portò a un'altra delle sue attività clandestine, le cui vicende possono però essere raccontate. Erickson aveva l'abitudine di annotare i piccoli episodi che avvenivano all'ufficio di reclutamento, li scriveva in forma di aneddoti, e li inviava a H. C. L. jackson, un giornalista del Detroit News. jackson li raccoglieva e poi li pubblicava nella sua rubrica sotto forma di comunicazioni di un certo "Eric il Tasso". La cosa si ampliò a tal punto che Erickson arrivò a spedire storielle pungenti e umoristiche d'ogni tipo, attinenti ad aspetti diversi della condizione umana. La maggior parte di queste storielle venne raccolta in un libro dallo stesso jackson e alcune di esse divennero famose e furono riprodotte in pubblicazioni quali il Reader's Digest, nella rubrica "Vita in questi Stati Uniti".

Le origini contadine di Erickson e la sua personalità tutta americana erano sempre molto evidenti nella sua tendenza a comunicare con P'uomo medio'. Per tutto questo periodo egli fu consultato come esperto dalla radio e dai giornali, attraverso i quali fece grandi sforzi per divulgare la comprensione dell'ipnosi nel vasto pubblico sia attraverso la stampa popolare (Life Magazine, This Week Newsmagazine), sia alla radio, sia attraverso contatti nelle zone rurali del paese in comunicazioni ai Boy Scouts, al C.I.O. e agli studenti.
La maturità professionale
Il successivo passo importante nella carriera di Erickson si ebbe quando accettò la carica di direttore dell'Arizona State Hospital a Phoenix, in Arizona (1948-49). Questo trasferimento nel clima secco e caldo dell'Arizona fu motivato in parte dai dolori che gli causava il freddo clima del Michigan e in parte dalle molteplici allergie che lì lo avevano tormentato.

Il sovraintendente all'ospedale dell'Arizona era john A. Larson, un medico e ricercatore inusitatamente capace, uno studioso che aveva compiuto molte delle prime ricerche sul poligrafo. I rapporti con Erickson sul piano intellettuale erano eccellenti, e insieme essi intendevano mettere in atto un programma all'avanguardia nella ricerca e nel trattamento. Il primo anno la famiglia Erickson visse in un'ala annessa all'ospedale, ma a quel punto Larson venne chiamato ad altri incarichi ed Erickson iniziò un'attività privata impiantando casa e studio a Cypress Stret, al centro di Phoenix.

Il passaggio all'attività professionale privata malgrado i principali interessi di Erickson vertessero nel campo della ricerca, fu dovuto ancora una volta a cause di salute. Benché il caldo secco e l'aria pulita dell'Arizona fossero d'aiuto nel ridurre i crampi muscolari e le allergie da cui era stato provato nei climi più freddi, Erickson era tutt'ora soggetto a momenti di vertigine, disorientamento, grave debilitazione. La fonte di questi problemi i medici l'attribuirono a "strascichi della poliomielite, forse di poliencefalite".* Per quanto si potesse sentire bene, c'era sempre per lui la possibilità di provare dolore e non essere in grado di muoversi. Il fatto d'avere lo studio in casa gli avrebbe permesso di prendersi delle pause tra un paziente e l'altro, durante le quali avrebbe potuto riprendere con l'autoipnosi controllo sul dolore; ciò avrebbe mantenuto le spese professionali al minimo, rendendogli contemporaneamente disponibile il costante sostegno e le cure di sua moglie; infine gli avrebbe permesso di rimanere vicino ai suoi cani e ai suoi bambini, con i quali aveva sempre un intenso rapporto di maestro, tutore, buffone, narratore di aneddoti e storie sagge, nonché affettuoso compagno.

Adottare questo stile di vita meno faticoso si rivelò effettivamente una scelta perspicace. Nel giro di pochi anni infatti, all'età di cinquantuno anni, Erickson provò la rara tragedia di un secondo attacco di poliomielite. A questo punto della sua vita il dolore divenne suo costante compagno. Ciò era dovuto in parte al graduale e inevitabile deterioramento del tessuto muscolare che avviene per via della poliomielite, e in parte agli effetti residui delle torsioni e delle pressioni inusuali che aveva imparato a dare alla sua colonna vertebrale negli anni passati nei suoi tentativi di mantenere una posizione del corpo più normale possibile. Nel colloquio che segue, Erickson descrive i rinnovati sforzi che dovette compiere per riuscire a riprendere un
normale funzionamento e a controllare il dolore attraverso l'autoipnosi. Ecco come descrive la sua guarigione dopo il 'secondo round':
R: In seguito, a 51 anni, sei stato di nuovo colpito dalla poliomielite. Come ti sei aiutato?
E: Allora riuscivo a relegare le cose nell'inconscio perché sapevo d'essere già passato per tutte queste prove. Entravo semplicemente in trance dicendo: 'Inconscio, fa il tuo lavoro'. La prima volta era stato assai faticoso imparare a scrivere con la sinistra. La seconda volta che ho avuto la poliomielite, la mano destra era di nuovo fuori uso, e dovevo usare la sinistra, che non avevo più usato dopo i 19 anni.
R: Gli esercizi di memoria sensoriale fatti tra i 17 e i 19 anni ti hanno veramente aiutato a recuperare l'uso della mano destra e la capacità di camminare. Quando sei stato nuovamente colpito dalla poliomielite a 51 anni avevi questa base d'esperienza alla quale attingere e hai lasciato che lo facesse l'inconscio in trance autoipnotíca.
E: Oggi (a 73 anni) ho cercato più volte di scrivere con la sinistra. [Erickson dà una dimostrazione del modo in cui scrive ora, tenendo la penna con la destra ma guidando tale mano con la sinistra che è più robusta]. Sto molto attento a usare finché posso la destra per qualsiasi cosa riesca a fare.
R: Capisco. Ecco perché ti ho visto pelare le patate in cucina. Sei certo un esempio dell'archetipo del medico ferito che impara ad aiutare gli altri con il lavoro che fa per la propria guarigione. Ecco la storia della tua vita (pp. 152-153).

Ecco come invece parla del dolore nella vita d'ogni giorno:
E: Ieri sono andato a casa a mezzogiorno per mettermi a letto. Dovevo liberarmi da un tremendo dolore qui [nella schiena]. Andando a letto ho chiesto a mia moglie di prepararmi un po' di pompelmo. Poi so solo che mi sono alzato, ho mangiato il pompelmo e ti ho raggiunto qui allo studio per continuare il nostro lavoro. Solo allora mi sono accorto di non aver più quel terribile mal di schiena.
R: Che cosa hai fatto? Hai usato l'autoipnosi per liberartene?
E: Ero sdraiato sul letto, sicuro che avrei dovuto cominciare a usare in qualche modo l'autoipnosi. Ma non so in che modo me ne sono servito per liberarmi dal dolore.
R: Capisco. t una trance specifica, solo contro quel dolore.

E: E' una trance segmentata.

R: Parlami un po' di questa trance segmentata.
E: S, con la quale abbiamo lavorato ieri, diceva di avere le braccia intorpidite. Solo le braccia, il resto del corpo no. Come facciamo a intorpidirci le braccia? Con la segmentazione.
R: La segmentazione si associa al modo in cui concepisci il tuo corpo, non all'effettiva distribuzione delle fibre nervose sensoriali.
E: Giusto. Il dolore è soltanto una parte della nostra esperienza complessiva, così in qualche modo lo dobbiamo separare da essa. Quand'ero nello studio il dolore era piuttosto tormentoso, allora mi sono messo a letto con l'intenzione

di liberarmene. Poi ho dimenticato che volevo liberarmene. Tornato qui, mi sono accorto d'un tratto che non lo avevo più.
R: Nel tempo trascorso tra il momento in cui ti sei messo a letto e quello in cui hai mangiato il pompelmo, il dolore in qualche modo è sparito. Ma non sai esattamente quando.
E: P, così. Non so esattamente quando, ma sapevo che sarebbe sparito. Con la perdita del dolore si perde anche la consapevolezza che se ne aveva.
R: Usando l'autoipnosi possiamo dire a noi stessi che cosa vogliamo ottenere, ma...
E: Poi lo lasciamo al nostro inconscio.
R: Non possiamo continuare a chiederci: "Come farò a sbarazzarmene?" o a pensare di poterlo fare consciamente. Questo è molto importante quando usiamo l'autoipnosi. Possiamo dirci che cosa vogliamo ottenere, ma dobbiamo lasciare all'inconscio come e quando ottenerlo esattamente. Dobbiamo accontentarci di non sapere in che modo lo otteniamo,
E: Sì, è giusto, perché per sapere in che modo lo otteniamo dobbiamo tenercelo.
R: Finché continuiamo a pensarci ossessivamente, il dolore ci sarà sempre. Dobbiamo dissociare la nostra mente conscia dalle associazioni col dolore.
E: Dobbiamo anche avere delle esperienze analoghe, come questa (pp. 148-149).

e delle tecniche da lui messe in atto per controllare il dolore:
E: Il sonno fisiologico, almeno per me, fa sparire la comune ipnosi. Ciò significa che dovremmo fare entrare in trance i nostri pazienti con Foirdine di restarvi sino al mattino dopo. Nel sonno fisiologico mi sottraggo semplicemente allo schema di riferimento ipnotico. Posso svegliarmi con il dolore e devo orientare nuovamente il mio schema di riferimento verso uno stato di rilassamento, di comodità, di benessere in cui riesca a lasciarmi trasportare in un sonno riposante. t una cosa che può durare per il resto della notte; a volte però non più di un paio d'ore, per cui mi risveglio e devo orientarmi di nuovo per mettermi a mio agio. Recentemente l'unico modo per riuscire a controllare il dolore era quello di sederini sul letto, accostarvi una sedia e premere la laringe contro la spalliera. Era una posizione decisamente scomoda, ma creavo di proposito la scomodità.
R: E sostituiva il dolore involontario?
E: Sì, piombavo in un sonno riposante, poi mi risvegliavo con la laringe infiaminata.

R: Santo cielo! Perché hai scelto questo modo insolito di procurarti un dolore?

E: E il dolore che possiamo controllare è assai meno doloroso di- quella- che sfugge al nostro controllo. Sappiamo di potercene sbarazzare.

R: Ci libera della componerité futura del dolore .(Erirkson, - 1976). Ci sbarazziamo di buona parte del dolore con lo spostamento e la distrazione.

E: Proprio così! Distrazionè, spostamènto e reinterpretazione.

R: Reinterpretazione? Puoi farmi un esempio di come l'hai usata?
E: D'accordo. Avevo un fortissimo dolore alla spalla e pensavo che i dolori artritici non mi piacevano affatto. Sono dolori acuti, taglienti, lancinanti, brucianti. ne è sembrato allora che un filo metallico incandescente mi avrebbe dato la stessa acuta sensazione di dolore e bruciore, e improvvisamente l'ho provata, come se nella mia spalla ci fosse realmente un filo del genere! Prima il dolore artritico era radicato in profondità nella spalla, ma ora avevo un filo rovente disteso sulla superlicie della spalla.
R: Dunque hai spostato leggermente il dolore e lo hai reinterpretato.
E: Sì. Ho spostato la mia attenzione: continuavo a sentir dolore, ma non più dentro l'articolazione della spalla.
R: Si trattava di una reinterpretazione intenzionale, che lo rendeva più sopportabile.
E: Certo, più sopportabile; poi m'è venuta a noia e l'ho dimenticata. Possiamo studiare questa sensazione solo per un certo tempo. Quando abbiamo esaurito tutto ciò che possiamo pensarne, finiamo con il perdere le sensazioni dolorose. Solo dopo quattro ore circa mi sono ricordato di aver avuto in quel punto la sensazione del filo incandescente. Non sono riuscito a ricordare in che momento era scomparsa.
R: Così hai fatto anche buon uso della dimenticanza.
E: Si può sempre dimenticare il dolore. Una cosa che non capisco nei pazienti è perché mai continuino a tenersi la loro tensione e il loro dolore (pp. 150-151).

Come invece utilizzava i ricordi per dimenticare il dolore:
E: NE mettevo a letto in una posizione molto scomoda, che non mi permetteva molti movimenti. I contorcimenti delle braccia, delle gambe e della testa mi irritavano e aggravavano il mio stato perché avvertivo delle fitte, dei dolori lancinanti, taglienti. Prima qui e lì, molto brevi. Un disagio in tutto il corpo. Giacevo a pancia in giù con i piedi in alto e le gambe incrociate. Il braccio destro sotto il petto mi immobilizzava. Stavo recuperando la sensazione che avevo da bambino, quando giacevo prono, con le braccia in avanti e la testa in su, guardando quel bellissimo prato. Avevo persino l'impressione che il mio braccio fosse corto, come quello di un bambino. Andavo a dormire rivivendo essenzialmente quei giorni dell'infanzia in cui giacevo a pancia in giù sulla collina dominando con lo sguardo il prato o i campi verdi. Erano heWssimi, pieni di gioia e di pace. Oppure vedevo i boschi e la foresta o il lento scorrere di un ruscello.
R: Ritrovavi quelle immagini interne dell'infanzia, di quando il tuo corpo era sano e a proprio agio. Quindi utilizzavi il processo ideomotorio e ideosensorio associato a quei vecchi ricordi per rafforzare nel presente il tuo senso di benessere.
E: E rivivevo i momenti in cui imparavo a godere della bellezza della natura. Ma era una bellezza inattiva. Era il leggero muoversi dell'erba nella brezza. Ma l'erba non faceva il minimo sforzo.
R: Quest'immagine di assenza di attività autodiretta portava a una corrispondente pace interiore.
E: Sicuro, mi colmava la mente. Quando poi venivo qui a vedere una
paziente, lasciavo che vi subentrasse completamente l'intensità di osservazione con cui lavoravo con lei.
R: Continuavi a distrarti in modo che il dolore non avesse la possibilità di ricatturare la tua coscienza. Quando riempi la mente con questi primi ricordi dell'infanzia, che cosa avviene in realtà? Hai l'impressione di riattivare in te questi processi associativi e quindi di rimuovere semplicemente, in questo modo, il tuo attuale dolore corporeo?
E: Sì, e di riattivarli da un periodo della mia vita senza molte nozioni, un periodo semplice, privo di complicazioni. Ciò mi permette una completa regressione. Riandavo col pensiero a mio padre e a mia madre com'erano allora! Poi riuscivo a ritrovare le sensazioni provate stando sulla collina sul lato nord del fienile, ecc.
R: E queste sensazioni sostituivano le sensazioni dolorose che avevi oggi?
E: Sì, sono un tipo visivo e quindi mi servo di ricordi visivi. [Erickson continua a spiegare come egli esamini anzitutto i primi ricordi dei pazienti per stabilire se si tratti di soggetti prevalentemente visivi o uditivi, e come utilizzi poi queste predisposizioni nel successivo lavoro di trance. Un paziente, per esempio, riusciva a distrarsi dal dolore concentrandosi sui ricordi del suono dei grilli che gli piaceva moltissimo nell'infanzia (pp. 151-152).

Ed ecco come un altro toccante aspetto della sua lotta (narrato da sua moglie Betty):

L'inconscio può saperne di più della mente conscia e bisogna lasciare che elabori le sue nozioni senza interferenze ma non sempre le cose filano lisce e può accadere che affronti le questioni in modo sbagliato.
Alcune esperienze di ME sul-controffo -dèl- dolore-s-ono state caratterizzate da tentativi ed errori, con una buona dose di errore. Per esempio, passava ore e ore spossanti a esaminare verbalmente le sensazioni, muscolo per muscolo, più e più volte, insistendo perché qualcuno (di solito io) non soltanto lo stesse ad ascoltare, ma gli dedicasse la sua più completa e concentrata attenzione, indipendentemente daIl'ora tarda o dall'urgenza delle altre cose da fare. Lui non ha assolutamente alcun ricordo di queste sedute e io non riesco ancora a capirle. Penso che fossero vicoli ciechi, ma è probabile che abbiano comportato qualche apprendimento inconscio. Oppure no. Ne parlo perché penso che molti si scoraggino quando l'inconscio si perde temporaneamente in un vicolo cieco. Il. messaggio è: "Tieni duro. Alla fine funzionerà".
Sforzi così complessi e peculiari di impiego dell'autoipnosi per avere sollievo dal dolore da parte di un così c'elebre maestro dell'ipnosi dovrebbero far svanire qualsiasi idea di magia o misticismo circa la sua natura e il suo impiego. Per tutto il corso della sua vita Erickson mal sopportò le affermazioni della parapsicologia, la fede religiosa nei miracoli, o gli entusiasmi popolari riguardo a una presunta 'energia psichica'. Per Erickson l'ipnosi era un fenomeno naturale che utilizzava processi fisiologici ordinari quali il ricordo, la dimenticanza, la dissociazione, la reinterpretazione cognitiva dei sistemi di credenze. Di solito per aiutare il paziente a raggiungere quei risultati apparentemente miracolosi era richiesta una gran mole di addestramento, intelligenza e lavoro da parte del terapeuta. Se al paziente e all'osservatore abituale questi sembrano miracolosi, è solo perché non conoscono tutte le vicende e l'attenta programmazione necessaria per ottenere gli effetti ipnotici. t vero che a volte le circostanze socio- culturali possono combinarsi spontaneamente in modo tale da far pensare a un miracolo che si sia prodotto senza sforzo e per il tramite di qualche entità sovrannaturale (si pensi ai santuari, alle riunioni di fedeli, all'effetto prodotto da pittoreschi ciarlatani, ecc.), ma il comune terapeuta dovrebbe conoscere tutto il possibile sulle scienze della psicologia, dello sviluppo umano, del linguaggio, della comunicazione e della cultura. Ciascun paziente è un microcosmo unico che deve essere compreso appieno se si vuol riuscire a sintetizzare un adeguato approccio che utilizzi le sue potenzialità individuali. Anche se esistono certi principi generali di trattamento da seguire, qualsiasi intervento ipnoterapeutico è necessariamente sperimentale. Con l'impegno, l'intuito e molta pratica, questi approcci ipnoterapeutíci possono divenire quasi una 'seconda natura' per il terapeuta, cosicché alla fine si ottengono buoni risultati in modo apparentemente privo di sforzo.

Gli anni della leadership
Il fatto di lavorare a casa non significò per Erickson ritirarsi in disparte. Al contrario, non appena si fu ripreso dal secondo attacco di poliomielite si trovò tanta energia a disposizione da iniziare il periodo più pieno e soddisfacente della sua carriera, come amico, terapeuta, maestro e consulente - e alla fine come leader nazionale e mondiale nell'ipnosi clinica.

A questo punto Erickson incominciò a tenere lezioni e conferenze dietro invito in vari college locali e in seminari rivolti a colleghi. Agli inizi degli anni Cinquanta partecipò alle lezioni tenute a piscologi, psichiatri e dentisti nei seminari di ipnosi di Los Angeles, insieme a Leslie LeCron e altri.

In quello stesso periodo conobbe Aldous Huxley, con il quale trovò un'eccellente affinità sul piano intellettuale. La mente eccezionale di Huxley provò sotto la guida di Erickson alcuni affascinanti fenomeni ipnotici. I due si ripromettevano di effettuare un lavoro congiunto sulla coscienza e gli stati alterati, ma i loro manoscritti non ancora portati a termine andarono purtroppo distrutti in un incendio che bruciò

completamente la casa californiana di Huxley. Erickson impiegò però alcuni degli appunti presi nelle loro sedute ipnotiche per scrivere successivamente uno dei suoi più geniali e coloriti resoconti: 'Tna indagine speciale condotta con Aldous Huxley sulla natura e il carattere dei vari stati di coscienza".

Nel 1950 il dottor Linn Cooper si interessò al fenomeno della distorsione temporale e si rese conto che l'ipnosi poteva costituire uno strumento utile per investigare i modi in cui fosse possibile manipolare la percezione del tempo. Si mise in contatto con Erickson, che si dimostrò molto interessato alle sue idee. Cooper andò a Phoenix, dove trascorse i mesi successivi ideando e mettendo in atto ricerche sperimentali sull'impiego dell'ipnosi nella distorsione temporale, impiegando come soggetti studenti dell'Università dello stato dell'Arizona. Cooper mise per iscritto le sue scoperte sperimentali, alle quali Erickson aggiunse applicazioni cliniche e terapeutiche; ne risultò il libro Time Distortion in Hypnosis, pubblicato nel 1954 (Baltimore, Williams and Wilkins), con Cooper ed Erickson quali co-autori.


Quando la prima edizione si esaurì, si prese in considerazione l'idea di farne una seconda. A questo punto, tuttavia, Erickson e sua moglie avevano svolto un interessante lavoro sperimentale sulla 'dilatazione temporale', l'opposto della 'condensazione temporale', e sembrò più adeguato che la seconda edizione includesse questa nuova scoperta. Essa apparve nel 1959 (stesso titolo ed editore), ancora una volta con Cooper ed Erickson come co-autori.

Il lavoro di Erickson con Cooper segnò l'inizio di un'importante collaborazione che ora costituiva il veicolo, di cui c'era gran bisogno, per l'esposizione e la pubblicazione delle sue idee e tecniche. Per quanto Erickson avesse compiuto da solo la maggior parte delle sue prime ricerche, e avesse certamente già pubblicato da solo molti scritti accademici, le sue capacità d'ipnoterapeuta e d'insegnante negli anni della maturità e negli ultimi anni della sua vita sembravano assorbire la maggior parte delle sue energie. Ciò significava che la maggior parte dei libri erano scritti di solito dai suoi collaboratori, tutti alla disperata ricerca di capire "Come aveva fatto Erickson! ".
Sino al momento in cui comparve sulla scena Erickson, nel campo dell'ipnosi clinica c'era stato il vuoto. Non c'erano, semplicemente, molti professionisti che la impiegassero: sembrava che le vecchie, autoritarie tecniche ipnotiche non si confacessero a una cultura democratica alla spasmodica ricerca di se stessa. In America, l'unica orga
nizzazione professionale di una qualche importanza era la Society of Experimental and Clinical Hypnosis, composta soprattutto da accademici che si concentravano sulla ricerca, più che sulla pratica. Fu in questo vuoto che comparve Erickson, il quale, con i suoi approcci indiretti e permissivi che utilizzavano l'insight e i meccanismi mentali, diede inizio a una grande rinascita dell'ipnosi nel mondo clinico, nelle sue applicazioni nei campi della medicina, dell'odontoiatria e della psicologia.

L'interesse e la richiesta di formazione professionale crebbero a tal punto che Erickson e un certo numero di colleghi (Edward Aston, Seymour Hershman, William Kroger, Irving Secter, e altri) fondarono l'American Society of Clinical Hypnosis, della quale Erickson fu il primo presidente (1957-59). Oltre a ciò, Erickson fondò l'American journal of Clinical Hypnosis di cui fu direttore per il primo decennio (1958-68). Altri collaboratori del giornale furono Bemard Gorton, Theodore Mandy, Margaret Mead, Aaron Moss, Frank Pattie, Irving Secter e André Weitzenhoffer. Nel primo numero della rivista comparvero corrispondenze dal Cile, dal Giappone e dall'Uruguay. Esso si riprometteva chiaramente d'avere una veste professionale, medica e internazionale.

Erickson si lanciò ora nel periodo più impegnato della sua vita. Aveva una famiglia sempre crescente, composta di otto figli, una schiera sempre più numerosa di cani di tutte le razze, e una fama sempre più vasta come scrittore, consulente e insegnante. La gamma delle sue attività era estremamente variegata: era consulente di gruppi disparati quali la squadra americana di tiro al bersaglio, enti governativi che si interessavano allo studio degli incidenti aerei, nonché atleti di primo piano che cercavano di accrescere le loro potenzialità e risultati tramite l'ipnosi. Le sue conferenze a gruppi di professionisti si estesero a tutto il paese, tanto che di solito mancava da casa almeno una settimana al mese. Venne acclamato in svariati paesi quando diede dimostrazioni di ipnosi di fronte a gruppi di professionisti, e non potendo parlare la lingua del luogo inventò le spettacolari tecniche mimate di induzione ipnotica. Il modo in cui le elaborò è descritto in "Tecniche mimate nell'ipnosi e loro implicazioni"che inizia come segue:
Nel primo esperimento compiuto dall'autore sulla sordità ipnotica, poiché la comunicazione verbale era andata perduta in conseguenza della sordità indotta,

si riconobbe il valore del linguaggio mimico, che venne usato finché venne sostituito, per ragioni di praticità, dalla comunicazione scritta.

La tecnica mimata, come tecnica ipnotica completa in se stessa, venne sviluppata in conseguenza di un invito a tenere una conferenza al Grupo de Estudio sobre Mpnosis Clinica y Experimental, associazione affiliata alla American Society of Clinical Hypnosis, a Città del Messico nel gennaio 1959.

Poco prima della riunione, venne detto all'autore che, come introduzione alla sua conferenza, avrebbe dovuto dare una dimostrazione dell'ipnosi impiegando come soggetto un'infermiera da loro scelta, che non solo non conosceva nulla né dell'ipnosi né dell'autore, ma non parlava e non capiva l'inglese, mentre l'autore da parte sua non parlava e non capiva lo spagnolo.

Essi le avevano spiegato privatamente che ero un medico nord americano che avrebbe avuto bisogno della sua tacita collaborazione, l'avevano informata delle nostre limitazioni linguistiche reciproche, e che sarebbe stata assolutamente rispettata da me. Quindi essa ignorava completamente ciò che avrebbe dovuto fare.

L'inattesa proposta costrinse l'autore a pensare rapidamente all'uso limitato che aveva fatto nel passato di gesti, espressioni facciali, eccetera, del linguaggio mimico, e lo portò a concludere che questo sviluppo inaspettato gli offriva una occasione unica. Avrebbe dovuto usare una tecnica completamente mimata, e lo stato di incertezza mentale del soggetto e la sua disposizione a comprendere avrebbero prodotto la stessa sorta di prontezza ad accettare ogni comprensibile comunicazione mimata, come avviene per le comunicazioni nette e definite nella tecnica di confusione (pp. 375-376).

Confusione, certo! C'erano momenti in cui tutti coloro che circondavano Erickson sembravano confusi: moglie, figli, amici, estranei, cani, colleghi, pazienti, funzionari d'ogni tipo. La natura gli aveva riservato vertigini, disorientamento sensoriale e confusione, che erano divenuti quasi un modo di vita, per lui, e da una tale intima conoscenza con essi egli ora prendeva la confusione a principale strumento del suo metodo di lavoro. Impiegava i suoi inusitati modi di vedere le cose e la sua acutezza intellettuale per confondere soggetti e pazienti al fine di depotenziare (per usare il termine che avrei successivamente coniato) i limiti e le rigidità dei loro schemi mentali consci, e permettere che il loro inconscio creativo avesse migliori possibilità di manifestarsi. Ammetteva francamente che li stava "rnanipolando, nello stesso senso in cui quando metti del sale nel cibo manipoli il tuo senso del gusto. Era tuttavia convinto che in ipnosi la mente inconscia ha svariati mezzi per proteggere pazienti e soggetti: essa accetta e utilizza qualsiasi manipolazione presentata dal terapeuta che sia nel migliore interesse della persona, ma rifiuta invariabilmente qualsiasi cosa metta la persona in pericolo o dia un ingiusto vantaggio a un operatore poco scrupoloso. Erickson credeva fermamente nell'esistenza di tali meccanismi di auto-difesa dell'inconscio nel corso dell'ipnosi, e per quanto sia stato contraddetto molte volte da colleghi e ricercatori, mantenne e riaffermò sempre questo punto di vista per tutto il corso della sua carriera.

Il processo di ricerca e chiarificazione dei procedimenti ericksoniani ebbe inizio nel 1965, quando jay Haley e john Weakland seguirono una delle dimostrazioni tenute settimanalmente da Erickson a Phoenix, e la registrarono quale parte del loro lavoro per il Progetto di 'Ricerca sulla Comunicazione (diretto da Gregory Bateson). Questi uomini facevano parte di quel famoso gruppo che lavorava al Veterans Hospital di Palo Alto, California, che nel loro scritto del 1956, "Toward a theory of schizophrenia", introdussero il concetto di doppio legame. In una discussione della dimostrazione di Erickson, pubblicata nel 1959 col titolo "Trascrizione commentata di un'induzione di trance", Haley e Weakland fecero l'entusiasmante scoperta che Erickson impiegava dei doppi legami. Nell'esempio che segue, il soggetto, Sue, ha già provato un'iniziale trance leggera e si sta ora svegliando da una seconda trance:

E: Dopo che ti sarai svegliata di nuovo, e ti chiederò qualcosa della trance, voglio che tu mi dica che questa seconda volta non eri addormentata, ma che lo eri la prima volta. Insisterai molto su questo, e lo ripeterai, no?

W: Ora, spostando il 'diniego' alla seconda trance, cominci a farti accettare sempre più, via via che procedi?
E: Sì. Prima le ho fatto negare la prima trance. Ora annullo quel diniego.

W: Dandole un altro 'no' da sostenere nel frattempo.

E: E per poter sostenere la seconda negazione, deve affermare la prima.

H: Qui usi dei doppi legami!

E: E che altro può fare lei?
W: Be', si potrebbe cominciare chiedendosi: "Supponi che qualcuno lo dica a te. Che cosa faresti?".
E: Ogni manipolatore lavora con questi mezzi.
H: Quindi, dandole queste due suggestioni lei viene posta in una situazione in cui, per rifiutare una suggestione, deve accettare l'altra.
E: Per rifiutarne una, deve accettare l'altra. Accettarne una è il modo per rifiutare l'altra.
H: Qui hai prodotto un classico doppio legame.
Da quella volta in cui aveva tirato la coda al vitello, Erickson aveva fatto certo molta strada!

Le straordinarie capacità di Erickson quale operatore di ipnosi gli
valsero a questo punto, nel 1958, un invito a tenere una dimostrazione nel laboratorio di Ernest Hilgard alla Stanford University. La dimostrazione venne fiilmata in sedici millimetri.* In modo apparentemente molto casuale, Erickson impiegò confusione, stimoli minimi e movimenti ideomotori per creare un 'contesto di opposti' che portarono il soggetto a riconoscere di star sperimentando una trance anche se la sua mente conscia non voleva ammetterlo. Questa dimostrazione costituisce uno dei migliori documenti visivi a nostra disposizione delle capacità di un Erickson all'apice della sua carriera nell'attivare e utilizzare i meccanismi mentali - processo che era sua convinzione costituisse l'essenza dell'arte dell'ipnoterapeuta. Era alla ricerca di queste capacità che ora un costante flusso di professionisti e ricercatori veniva a bussare alla porta dell'umile studio-casa di Erickson negli ultimi due decenni della sua vita.

Il saggio di Phoenix
L'umile studio-casa di Cypress Street costituiva un'esperienza umana per tutti coloro che venivano a varcarne la soglia. Nel soggiorno di famiglia che fungeva anche da sala d'aspetto i pazienti s'imbattevano sempre in simpatici cani e bambini. C'era un cane bassotto di nome "Roger" che si rilassava talmente, sdraiato in mezzo alla stanza, che i pazienti spesso cadevano in fantasticheria e stato di trance semplicemente guardandolo. Erickson considerava che ciò gli facilitasse il lavoro . Ed effettivamente non si trattava tanto di un rapporto medico paziente quanto piuttosto di un rapporto famiglia-paziente. I bambini avevano l'abitudine di fare dei disegni per i pazienti, e avvenivano scambi di piccoli doni. La famiglia sapeva sempre quando un paziente migliorava o peggiorava, e talvolta poteva anche avvenire che nel cortile retrostante la casa venissero messi in atto metodi di trattamento estremi: in almeno un'occasione Erickson mise sotto chiave gli stivali di un paziente alcolizzato, in modo che non potesse fuggire dal cortile dove si stava disintossicando - mentre per pagarsi la pigione badava ai cani e al giardino! Un altro paziente che dovette essere ospedalizzato venne 'adottato' dalla famiglia: dopo che fu dimesso dall'ospedale gli regalarono un cane, che venne tenuto a casa degli Erickson (dato che lui non poteva tenerlo nel suo appartamento), e per anni egli venne a trovare ogni giorno il cane e la famiglia e a tutt'oggi continua le sue visite regolari.
Dato che tutti gli elementi della casa, della famiglia e della terapia erano così meravigliosamente fusi, era più che naturale che Erickson cominciasse a utilizzare racconti e storielle riguardanti la famiglia - e in particolare riguardo alle fasi d'appreriffimento dei bambini - quali suggestioni indirette tendenti a stimolare i processi di guarigione e di crescita propri del paziente. A tutti era chiaro che chi parlava era un 'padre di famiglia' portatore degli incrofiabili, semplici valori dell'americano medio. E i modesti compensi che chiedeva erano un'altra manifestazione della sua pratica delle virtù della Moderazione.

I professionisti che venivano a trovarlo erano sempre leggermente stupefatti da questo ménage. Era proprio quella la casa di quel Milton H. Erickson universalmente noto? Libri, riviste e manoscritti erano stipati in scaffali fatti in casa e trabordavano da piccoli tavoli rustici su tappetini artigianali degli indiani d'America. E benché la famiglia nel 1970 si fosse trasferita in una nuova casa nella parte settentrionale di Phoenix, a Hayward Avenue, dove lo studio era situato in una dependance leggermente distaccata, la situazione non aveva subito cambiamenti sostanziali: a Milton piaceva moltissimo portare i colleghi nell'edificio principale ad ammirare la sua sempre crescente raccolta di oggetti intagliati nel legno. E la nuova casa era parimenti ingombra di una schiera di beneamati tesori e cuccioli.

Nel minuscolo studio di Erickson (misurava solo metri 3,2 X 2,9) troneggiava una di quelle solide scrivanie di legno di epoca indefinibile messa in un angolo, assieme ad alcuni schedari di metallo e poche sedie scomode e male assortite messe qua e là. Due pareti erano coperte da scaffali fatti in casa, contenenti libri sull'ipnosi di diverse epoche e lingue. 1 muri di cemento erano dipinti di verde pastello, e c'erano sparsi qua e là oggetti nelle svariate tonalità del violetto (un telefono violetto, una bambola fatta a mano rappresentante Erickson nel suo vestito violetto, vari tappetini, mobiles e cianfrusaglie d'ogni forma e dimensione). Su un lato degli schedari era appiccicato un grande poster rappresentante un coniglietto con una sigaretta pendente tra le labbra; sopra a un altro c'era un grande tasso imbalsamato che fissava con aria interrogativa i pazienti, e dietro c'era una foto di Clara e Albert Erickson che ti guardavano, chiari e sereni nel loro atteggiamento tipicamente americano. Sopra uno scaffale c'erano dozzine (saranno state un centinaio) di piccoli oggetti intagliati in legno realizzati dai Seri, una tribù Indo-Messicana che Erickson praticamente sosteneva acquistando gran parte della loro produzione. Alle pareti erano appesi titoli e attestati onorifici come riconoscimento del contributo di Erickson a tante associazioni mediche e d'ipnosi straniere. Mezzo nascosto al lato di uno scaffale c'era un fotomontaggio di Sigmund Freud in uniforme da generale. Era sempre un gran divertimento per Erickson quando un professionista in visita da lui, entrando nello studio, restava impalato per uno o due minuti davanti a questo ritratto prima di riconoscere il povero vecchio bistrattato Sigmund in quegli inusuali panni. Come la maggior parte degli scherzi di Erickson, si trattava di una lezione indiretta, con un'importante implicazione per l'inconscio del visitatore: qui dentro devi abbandonare le tue abituali modalità percettive e assumerne di nuove.

A quell'epoca collaboravano con Eríckson nello scrivere un testo a uso dei seminari didattici tenuti dalla Società due suoi colleghi - il dottor Seymour Hershman, e il dottor Irving Secter, che erano stati membri fondatori della American Society of Clinical Hypnosis. Erickson aveva già pubblicato su riviste accademiche oltre cento articoli che non erano facilmente accessibili, cosicché un brillante giovane psichiatra, il dottor Bernard Gorton, si prese il compito di raccoglierli tutti insieme. Nel 1958 esaminò il progetto con Erickson, jay Haley e André Weitzenhoffer, ma morì improvvisamente prima di portarlo a termine. L'attento Weitzenhoffer, che aveva già pubblicato due eccellenti testi accademici sull'ipnosi tentò allora di curare un'edizione completa dell'opera di Erickson, aggiungendovi la trascrizione di conferenze e dei commenti. La sua notevole impresa in questo senso non giunse tuttavia a termine, cosicché si decise che jay Haley avrebbe pubblicato un solo volume degli scritti più importanti allora disponibili. Il libro uscì nel 1967 col titolo Advanced Techniques of Hypnosis and Tberapy: Selected Papers of Milton H. Erickson, M.D. (New York, Grune and Stratton).** Haley fece seguire a quest'opera un volume molto interessante sulla terapia ericksoniana con singoli, coppie e famiglie, dal titolo Uncommon Therapy: The Psychiatric Techniques ol Milton H. Erickson (New York, Norton 1973).


Nel frattempo io - senza che il mio sonnacchioso dogmatismo fosse stato scosso - avevo scritto il mio primo libro, Dreams and the Growth of Personality (New York, Pergamon, 1972), senza minimamente sospettare dell'esistenza di Erickson. In quel libro avevo presentato un nuovo approccio fenomenologico ai sogni, considerati fonte di consapevolezza e identità, e avevo proposto dei metodi per continuare e completare meglio i sogni durante l'ora di terapia. Ero in uno stato di felice ignoranza dell'ipnosi, e anzi mi trovavo leggermente irritato quando alcuni pazienti, dopo aver provato in terapia le loro fantasticherie, si chiedevano ad alta voce se non fossero per caso entrati in uno stato ipnotico. Io affermavo di no, anzi, come poteva esser loro entrata in testa un'idea símile! Io non ero certo un ipnotista!

Alla fine un vecchio paziente, un maestro in pensione con problemi d'erezione, mi mise tra le mani il volume di Haley sugli scritti scelti di Erickson intendendo chiaramente dire che forse quella era una via migliore. Una via migliore! Quel libro mi prese con una tale intensità che rimasi sveglio tre giorni e tre notti incapace di staccarmene. Il quarto giorno, indeciso se poggiarlo o no sul comodino, mentre cercavo ancora di afferrare i concetti dell'articolo sulla tecnica di confusione, avvertii un sordo dolore allo stomaco prima di cadere infine in un sonno inquieto. Al mio risveglio il dolore restava, e un medico mi diagnosticò una gastrite acuta. Prima di allora non avevo mai avuto un disturbo psicosomatico. E ora questo! Che fare?

Nella successiva seduta con me, il maestro di scuola disse per caso di aver visto sulla guida del telefono che Erickson era ancora vivente e abitava a Phoenix. Che altro mi rimaneva da fare?! Dopo una lettera preliminare mi recai dritto a Phoenix per farmi guarire l'incipiente ulcera. Feci un viaggio in macchina di otto ore, e altrettante al ritorno per quattro sedute, sempre in uno stato di semi-stupore. Alla fine della quarta seduta Erickson mi disse garbatamente che non provavo più i sintomi, che non stavo più andando da lui nella veste di paziente, e che non poteva più accettare da me alcun compenso.

Ne sembrò che mi stesse congedando per sempre; così, con un fiume di parole, gli spiegai che vent'anni prima lui aveva fatto ciò che di lì a vent'anni mi ripromettevo di fare io (impiegando i metodi esposti nel mio primo libro). Ogni volta che avevo lasciato la seduta ed ero ritornato a Los Angeles avevo mentalmente scritto un certo numero di articoli. A quel punto mi lasciai andare a un febbrile scorrere di affermazioni, intuizioni, frasi e paragrafi, cercando di spiegare e integrare il suo lavoro con le più svariate cose. Lui non sembrò affatto sorpreso e fece semplicemente notare che dato che era più vecchio di me, sarebbe stato l'autore più anziano, e io il più giovane di qualsiasi scritto avessi effettivamente pubblicato. Poi sospinsi la sua sedia a rotelle dallo studio alla casa e me ne andai.'

Conobbi Erickson nel marzo 1972, e già l'anno successivo compariva sull'American journal of Clinical Hypnosis (1973, 16, pp. 9-22) il mio primo scritto sulla sua opera, "Shock psicologici e momenti creativi in psicoterapia".' Da quel momento in poi tutto il nostro lavoro fu in collaborazione, con lui come autore principale e io come secondario. Presi l'abitudine regolare di trascorrere una settimana circa al mese nell'appartamento per gli ospiti di Erickson e di registrare - al meglio che potevo - le sue sedute coi pazienti (il gran caldo di Phoenix esigeva che per la maggior parte delle sedute fosse tenuto in funzione un vecchio condizionatore d'aria; questo, insieme al rumore prodotto dal traffico e dai cani, fece sì che la qualità delle registrazioni lasciasse molto a desiderare, tanto che nessuno dei nastri poté avere valore commerciale). Di solito registravo per una settimana, tornavo a casa per trascrivere a mano i nastri per farli dattiloscrivere, e poi, la volta successiva che andavo a trovarlo, esaminavo in dettaglio le trascrizioni insieme a Erickson. Quindi tornavo a Los Angeles, facevo dattiloscrivere su due colonne vicine la seduta originale e la nostra discussione, e alla mia terza visita leggevo entrambe a Erickson per eventuali correzioni e commenti finali.


Il primo libro che venne fuori da questo modo di lavorare insieme fu Hypnotic Realities. In quel primo volume ero assai poco sicuro di me, ed ero ben consapevole della profondità e dell'ampiezza delle conoscenze di Erickson rispetto alle mie. Mi sforzavo di essere autentico volevo che il libro riflettesse "il vero Erickson", con la minore interferenza possibile dei miei personali punti di vista. Tuttavia avevo la tormentosa consapevolezza che Erickson, per quanto potesse essere permissivo, proveniva nondimeno da una vecchia concezione autoritaria del mondo grazie alla quale poteva giustificare termini quali manipolazione e tecnica. Io, invece, ero al cento per cento all'interno della visione umanistica e transpersonale di Carl Rogers, Abraham Maslow e Roberto Assagioli. Mi piacevano i concetti di anima e di coscienza superiore, ero da anni un analista junghiano, e mi piaceva esaminare tutti i tentativi sul piano mistico e religioso compiuti dall'umanità per raggiungere una coscienza cosmica. Erickson, invece, da naturalista puro qual era, non sapeva che farsene della religione, e nutriva la tipica incomprensione professionale nei confronti di jung e di pensatori dei suo tipo. Ma la cosa peggiore era che Erickson stava rapidamente imparando a imbrogliare le carte utilizzando ogni tanto i miei propri termini (per esempio psicosintesi, crescita, creativo, il nuovo) in modo maliziosamente serio. Stava cominciando a darmi insegnamenti impiegando quei concetti che erano già nella mia mente! Io per arginare la cosa non potevo che abbandonare più o meno la mia terminologia e cercare di usare la sua. Però era necessaria una certa traduzione e qualche modifica. Anche se capivo e apprezzavo il suo benevolo impiego dei termini tecnica e manipolare, convenimmo che la concettualizzazione più adeguata sarebbe stata rappresentata dai concetti di approcci ipnotici indiretti e di utilizzazione dei meccanismi della mente. t questo che mi portò a concentrarmi così intensamente sul modo di illustrare, dare un nome e spiegare quelle forme indirette di suggestione che potevano essere impiegate per utilizzare e facilitare in modo permissivo i meccanismi mentali e i processi di crescita del paziente.


Alcuni dei colleghi di Erickson formularono i suoi primi approcci terapeutici in termini che meglio riflettevano, rispetto alla mia formulazione, il suo temperamento e la sua personalità. Colui che ha elaborato la più succinta ed esatta valutazione dei primi atteggiamenti 'poco ortodossi' di Erickson, nonché una comprensione delle ragioni dell'efficacia del suo lavoro è stato il dottor Leonard Ravitz, uno dei primi studenti medici di Erickson (che più tardi ha svolto del lavoro pionieristico su quelli che egli considera essere % correlati delle scoperte di Erickson nel campo dell'elettromagnetismo").
Tra le molte tecniche di induzione naturale ideate da Erickson, spesso in combinazione con fenomeni ideomotori e ideosensori, c'era il 'doppio legame', introduzione di una serie sistematica di paradossi per approfondire lo stato ipnotico, la tecnica di confusione e la 'torura benevola' a breve termine. Quest'ultima era rinforzata da suggestioni almeno implicite che un corretto 'uso' del bastone paradossalmente delicato del terapeuta avrebbe prodotto le necessarie alterazioni di comportamento; mentre nello stesso tempo, si permetteva o addirittura si incoraggiava il paziente a continuare il proprio comportamento sistematico, il perdurare del quale lo metteva in una posizione di svantaggio nel controllo del rapporto terapeutico. Un affievolirsi del comportamento sintomatico portava a uno svanire della componente della 'tortura'. Eríckson toglieva importanza all-insight' come elemento importante, o persino necessario, del trattamento (p. 6, corsivi nostri).3
Come per correggere l'affettuosa immagine che avevo di lui, ogni tanto Erickson mi ricordava che aveva "un pugno di ferro in un guanto di velluto". E tuttavia quando l'approccio di Erickson falliva, ciò era dovuto probabilmente al fatto che il 'bastone del terapeuta', la 'tortura benevola a breve termine', e la 'posizione di svantaggio nel controllo del rapporto terapeutico' erano più di quanto alcuni pazienti fossero in grado di tollerare. Io ebbi modo di essere testimone di prima mano di uno di tali incontri poco felici con una paziente che io stesso avevo portato da Erickson per un consulto. (A onor del vero bisogna comunque dire che in quella circostanza Erickson aveva ormai 75 anni ed era debole e malato).

Con questa paziente non ero riuscito a ottenere alcun progresso terapeutico. Ali sembrava che frustrasse i miei sforzi con la sua troppa affabilità, amicizia e cooperazione - e tuttavia non c'era nessun cambiamento nella sua sintomatologia. Non avvertii Erickson di questo problema di rapporto interpersonale, e rimasi stupito quando lui, sin dal momento in cui la paziente varcò la soglia del suo studio, si rese conto dei suoi sottili tentativi di seduzione. Non volle assolutamente saperne. e sin dall'inizio fu alquanto brusco con lei. La paziente sembrò offendersene, ciò nondimeno gli portò in 'dono' una collana di turchesi che gli offrì alla fine della seconda o terza seduta. Rimasi di stucco davanti alla dura lotta che avvenne allora: Erickson rifiutò il dono ridandolo indietro tre o quattro volte, protestando garbatamente che era una cosa di troppo valore perché un terapeuta potesse accettarla; alla fine, con gesto brusco e deciso, lei lo gettò sul tavolo davanti a Erickson il quale a sua volta cercò debolmente di scansarlo subito con la mano paralizzata, cosicché il dono cadde tra i piedi della donna mentre se ne andava! In quell'occasione imparai per esperienza diretta gli inconvenienti e i rischi derivanti dall'impiego di una tecnica rigida e autoritaria: quando non funziona, è facile che ne risulti una totale rottura del rapporto terapeutico.
Gli aspetti indirettamente autoritari dell'atteggiamento di Erickson si manifestarono ulteriormente quando egli accettò la valutazione di Lawtence Kubie secondo cui la sua tecnica del doppio legame dava al paziente solo una 'illusione di scelta'. Il mio orientamento umanistico, invece, mi portava ad avvicinare di più questo concetto dell'inusione di scelta alla 'facilitazione di una vera scelta' quale essenziale dinamica terapeutica degli approcci ericksoniani. Ecco perché concludevo il mio
Tecniche di suggestione ipnotica con un paragrafo dal titolo "Facilitazione delle potenzialità umane" che suona così:
In tutto questo volume abbiamo esaminato i diversi mezzi con cui, durante la trance, è possibile studiare e agevolate le potenzialità umane e le capacità irrealizzate. In questo senso la trance può essere considerata un periodo di libera esplorazione e di apprendimento al di là delle limitazioni che una persona possa aver derivato dalla sua storia precedente. P, precisamente a questo scopo che Erickson ha sviluppato molti approcci particolari all'induzione ipnotica e all'addestramento di trance che rendono possibile alterare momentaneamente le limitazioni abituali di una persona in modo che le potenzialità interiori si manifestino. Tutti questi approcci non potranno mai essere standardizzati poiché, fortunatamente, gli esseri umani non sono né statici né standardizzati. Ciascuno è un individuo in un particolare processo di sviluppo. L'interazione ipnotica riflette e favorisce tale sviluppo in modi creativi e sorprendenti sia per il terapeuta che per il paziente. Gli ipnoterapisti esperti sono, soprattutto, dei buoni osservatori, capaci di riconoscere le catene che bloccano la natura umana; desiderano sempre rendere disponibili degli strumenti di liberazione e di agevolazione dello sviluppo umano e quindi, saggiamente, si tengono in disparte per osservare e interrogarsi sul suo corso fondamentale (p. 385).
Questo mettersi da parte per "osservare e interrogarsi" circa il corso fondamentale della natura umana è maggiormente caratteristico della mia mentalità ed è in contrasto col modo in cui "Erickson toglieva importanza all"insight' come elemento importante, o persino necessario, del trattamento". Ravitz così continua la propria valutazione su Erickson (op. cit.):
A differenza di molti psichiatri, e in particolare degli psicanalisti Erickson non cedette mai alla tentazione di spostare il suo obiettivo dal piano induttivo a quello teorico, né di confondere i suoi molti contributi empirici dedicando ai dati transitori, direttamente percepiti, più attività deduttiva di quanto meritino. I suoi scritti dimostrano un impiego puntigliosamente attento dei termini, i quali tutti mantengono un significato comune, di percezione diretta. Erickson evita il ricorso a costrutti psicanalitici alla moda, di formulazione illogica per descrivere fatti direttamente rilevati o colti tramite introspezione. Nei suoi scritti compaiono descrizioni e osservazioni lucide, meravigliosamente scritte - lo sviluppo della fase d'indagine della storia naturale al suo più alto grado (pp. 6-7).
Erickson era un lucido naturalista che non sentiva alcun bisogno di andare molto al di là delle osservazioni effettuabili attraverso i sensi di ciò che era immediatamente presente. Io invece, per guidarmi attraverso gli scogli di natura etica dell'incontro terapeutico, e per motivarmi con un senso di fato, avevo bisogno dell'idealismo filosofico d'una concezione del mondo umanistica. Quando Milton morì, fu forse questo irrisolto contrasto fra i nostri due temperamenti a mantenere in me un'inconscia tensione che solo ora, a quasi due anni dalla sua scomparsa, è stata risolta, mentre scrivo queste parole per chiarire e risintetizzare ancora una volta la mia identità separata.

A causa dei cambiamenti di accentuazione concettuale, e dato che ero stato io a scrivere e a prendere tutte le decisioni principali a riguardo dei nostri libri, sentii il bisogno d'una qualche verifica esterna, oggettiva, prima di dare alle stampe il primo volume, Tecniche di suggestione ipnotica. Questa verifica esterna mi venne animirevolmente data da André Weitzenhoffer, che aveva letto attentamente il manoscritto e lo aveva discusso in dettaglio con Erickson e con me per tre o quattro giorni. Come scrisse più tardi nella prefazione al libro,
Anche se la teoria non è né la fonte né lo scopo di questo libro ... Rossi ha proceduto a districare, vagliare, analizzare, trascrivere, organizzare e infine integrare quel che al principio doveva essergli sembrato una sconcertante raccolta di dati ... Credo, inoltre, che Rossi sia riuscito a darci un'opportunità di vedere in modo unico ciò che Erickson fa, con gli stessi occhi di Erickson (pp. 12-14).
Era confortante che una mente meticolosa come quella di Weítzenhoffer capisse cosa stavo cercando di fare: fu lui a darmi la forza di continuare.

Fui molto più tranquillo e sicuro di me nello scrivere il secondo volume di Erickson-Rossi (Hypnotherapy: An Exploratory Casebook), e nei primi quattro capitoli feci uno sforzo per delineare tutto il processo dell'ipnoterapia ericksoniana. In quel libro introduco anche il concetto di differenze tra emisfero destro e sinistro, che Erickson immediatamente apprezzò come orientamento fondamentale per organizzare e capire i suoi diversi approcci.

Il nostro terzo libro, Esperiencing Hypnosis: Therapeutic Approaches to Altered States, venne realizzato sotto la spinta del rapido declinare della salute di Erickson, e di fatto venne pubblicato postumo. Originariamente avevamo pensato di scrivere dei capitoli sugli approcci ericksoniani a ciascuno dei principali fenomeni ipnotici (ci siamo riusciti solo nei capitoli secondo e terzo sulla catalessi e sui segnali ideomotori), ma date le circostanze pensammo che la cosa migliore fosse pubblicare il meglio di quanto già possedevamo. In particolare ci interessava pubblicare la spiegazione dettagliata del film del 1958 nel quale Erickson aveva dato dimostrazione, nel laboratorio di Hilgard, dell'induzione tramite contesto di opposti, oltre che di dettagliati esempi degli approcci permissivi di Erickson al fine di facilitare l'esperienza di trance in una moderna mente razionale e scettica.

Successivamente Erickson mi aveva affidato una grossa scatola di cartone piena di manoscritti non completati che avrei potuto pubblicare. Furono questi, e le sedute, che continuavamo a registrare, a fornire la base di tutti gli scritti che pubblicammo negli anni Settanta. Il contenuto della cartella mi indusse a raccogliere alla fine insieme tutti gli scritti di Erickson nel campo dell'ipnosi - un totale di quattro volumi che pubblicammo col titolo The Collected Papers of Milton H. Erickson on Hypnosis. La cartella conteneva anche trascrizioni delle conferenze e dimostrazioni registrate di Erickson (raccolte da Florence Sharp) che egli aveva tenuto in seminari e gruppi di lavoro per professionisti negli anni Cinquanta e Sessanta. In questo momento le sto raccogliendo per pubblicarle in un numero di volumi che andrà probabilmente dai tre ai cinque (e dei quali questo è il primo).

Delle migliaia di professionisti che negli anni Sessanta e Settanta andarono a trovare Erickson, lo studiarono e registrarono in dimostrazioni informali di gruppo nella sua casa-studio di Phoenix, io ne ho conosciuti solo pochi.' Molti di questi professionisti attualmente stanno scrivendo, curando e pubblicando la loro propria versione della sua opera. Milton approverebbe la maggior parte di esse, con l'eccezione di quelle tendenti al sensazionalismo o contenenti concetti non naturalistici (medianici o sovrannaturali).

Attualmente le idee più interessanti sono quelle di Bandler, Grinder e Delozier, che nella loro opera in due volumi (con un terzo in progetto) Patterns of the Hypnotic Techniques of Milton H. Erickson, M.R' utilizzano i suoi schemi come base per il loro nuovo approccio che chiamano programmazione neurolinguistica (PNL). Per quanto io possa essere un po' sconcertato dal loro impiego del termine programmazione associato agli approcci essenzialmente euristici di Erickson, la PNL Si basa effettivamente, sia in sede teorica che pratica, su due particolari contributi di Erickson, la sua capacità nell'uso del linguaggio e della riorganizzazione percettivo-sensoriale. Un altro ricercatore del campo, Paul WatzIawick, ricorre a Erickson per chiarire il ruolo del funzionamento dell'emisfero sinistro e destro,' mentre jeffrey Zeig nella sua versione scritta di un seminario didattico con Erickson impiega il concetto di 'ristrutturazione'

Il filo rosso che lega tutti questi contributi sembra essere dato da un nuovo, parsimonioso impiego in senso umanistico del rasoio di Occam: la patina di non necessari dogmi teorici viene asportata da un sempre maggior riconoscimento della necessità di osservare con chiarezza le realtà comportamentali in relazione alle nostre moderne teorie neurologiche, cognitive e dell'apprendimento.

La diversità di talenti e di interessi tra gli allievi di Erickson ha costituito una fonte costante di fama per il suo lavoro. Essi andavano da quelli di orientamento filosofico, quali j. Beahrs' sino a quelli di orientamento moderno psicoanalitico, quali Sidney Rosen' sino a quelli di orientamento esistenziale quali Len Bergantino.' Il fatto che professionisti di così diverso orientamento fossero tutti attratti dall'opera di Erickson testimoniava sia dell'ampiezza della sua visione del mondo sia della sua capacità di rapportarsi con facilità e autenticità alle concezioni diverse di qualsiasi persona davvero riflessiva.
Dopo aver riorganizzato la American Society of Clinical Hypnosis aperta a medici, dentisti e psicologi, Erickson voleva che venissero addestrati all'impiego dell'ipnosi altri gruppi di operatori sociali quali gli assistenti sociali, le infermiere e anche la polizia. Si mise pertanto ad addestrare personalmente dei rappresentanti di ciascuno di questi gruppi. Purtroppo molti di questi professionisti meticolosamente addestrati (quali il dottor Martin Reiser, che ha scritto The Handbook of Investigative Hypnosis [Los Angeles, LEHI, 19801 ed è stato impiegato come psicologo per addestrare la polizia all'impiego dell'ipnosi) hanno incontrato una grande opposizione in campo professionale e politico da parte delle organizzazioni professionali accreditate che addestrano unicamente a livello accademico nelle professioni mediche.

Il più vasto espandersi della tecnica di Erickson avrà probabilmente luogo attraverso molte delle nuove istituzioni e organizzazioni che vanno nascendo spontaneamente nel paese per addestrare dei professionisti a livello non accademico. A capo di questo movimento non c'è nessuno in veste ufficiale, ma gli attuali direttori dei seminari della Milton H. Erickson Foundation 1 sono jeffrey K. Zeig, Sherron Peters, la moglie di Erickson, Elisabeth, e sua figlia Kristina. La fondazione, inoltre, è stata organizzata prima della morte di Milton e con la sua attiva partecipazione. Le due più grandi organizzazioni del paese per l'addestramento dei professionisti laureati nell'uso dell'ipnosi rimangono la American Society of Clinical Hypnosis ' e la Society for Clinical and Experimental Hypnosis.'

Per tutta la sua carriera Erickson ricevette molti titoli onorifici per i suoi notevoli contributi, ma negli ultimi anni della sua vita due furono gli attestati che gradì notevolmente: nel 1977 l'International Society of Hypnosís gli assegnò la Benjamin Franklin Gold Medal, e nel luglio 1977 venne pubblicato, per commemorare il suo 75° compleanno, un numero speciale dell'American Journal of Ginical Hypnosis, comprendente anche uno speciale tributo di Margaret Mead.

Il saggio che voleva che tutti i suoi allievi fossero insieme, negli ultimi anni della sua vita sembrò talvolta andare un po' al di là di essi, come cerca di spiegare nel passo che segue:
E: L'estate scorsa, mentre ero in giardino, mi chiesi quali esperienze di carattere estremo mi sarebbe piaciuto avere. Mi sforzavo di inimaginarle, quando notai che non ero in alcun luogo. Ero un oggetto nello spazio.

K: Proprio così: in nessun luogo.
E: Ero semplicemente un oggetto nello spazio. Non riuscivo più a vedere i contorni delle case, né la sedia su cui ero seduto, che in realtà non sentivo neppure sotto di me.
R: Hai avuto spontaneamente questa visione?

E: Era quanto di più estremo potessi fare!

R: La cosa più estrema che potessi fare?

E: Non si può andare oltre!
R: Ti è capitato proprio mentre ti stavi chiedendo che cosa avresti potuto fare ?
E: Sì.

R: Una reazione inconscia?

E: La piena risposta del mio inconscio.

R: Capisco; non puoi andare oltre.

E: Che cosa potrebbe succedere di più estremo?

K: Stavi semplicemente fluttuando o non eri più nulla?
E: Ero solo un oggetto e intorno a me non c'era che il vuoto. Niente case, terra, stelle, sole.
K: Che emozioni provavi? Curiosità? Paura? Apprensione?
E: Era un'esperienza delle più piacevoli. Un profondo senso di benessere. Sapevo di fare qualcosa di estremo e lo facevo veramente! C'è una gioia maggiore di quella che ci dà il fare ciò che vogliamo? Dentro le stelle, i pianeti, le spiagge. Ero senza peso. Non sentivo il suolo sotto di me per quanto cercassi di premervi sopra con i piedi. Non sentivo più nulla.
R: Sembra un'esperienza spontanea di nirvana o samadhi, in cui gli yogi indiani dicono di sentire il 'vuoto'. Pensi che sia così?
E: Si. L'esperienza estrema dell'annullamento di ogni stimolo connesso alla realtà.
R: P- proprio quello che gli yogi si addestrano a fare.

E: Sì, l'annullamento degli stimoli provenienti dagli oggetti della realtà.

K: Lo trovavi piacevole?

E: Quando una cosa mi riesce, la trovo sempre piacevole.


Epilogo
Dato che studiando e compensando le proprie carenze Erickson aveva raggiunto un modo di vedere il mondo davvero unico, era chiaro che il suo modo di concepire i rapporti umani fosse diverso da quello dei suoi colleghi. Così, anche se aveva molto in comune coi suoi colleghi, c'erano sempre, anche con coloro che lo conoscevano meglio, differenze di percezione e di comunicazione. Pur avendo effettuato ricerche su concetti psicanalitici fondamentali con un teorico freudiano, Lawrence Kubie, e pur condividendo opinioni e progetti con altri eminenti pensatori quali Aldous Huxley, Margaret Mead e Gregory Bateson, Erickson rimase sempre un professionista sui generis, al centro dell'identità professionale del quale rimanevano sempre le sue straordinarie capacità operative. Nessuno poteva negare i brillanti e inusitati effetti che riusciva a ottenere in ipnosi, ma pochi potevano capire o riprodurre il suo operato. Ciò ha portato a molta confusione ed errori d'interpretazione circa il contributo di Erickson, e rimane tutt'oggi un problema ancora aperto, anche tra coloro che vorrebbero seguirlo: come può il professionista medio, con tutti i limiti appresi della nostra cultura media, imparare a ottenere quei risultati molto efficaci ma sempre unici che erano il prodotto di un'intelligenza così particolare come quella di Milton H. Erickson?
A mio avviso anche questo breve profilo della vita di Erickson è importante per capire la fonte della sua genialità, spesso trascurata da coloro che cercano di emulare i suoi brillanti risultati tecnici. La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite nella sua carne; la sua originalità come terapeuta aveva radici nella sua lotta di vita o di morte per far fronte alle sue carenze congenite e alla malattia che lo paralízzava. Io sono convinto che la vera fonte della sua efficacia come terapeuta sia questa: i pazienti avvertivano a svariati livelli che le capacità di Erickson come terapeuta derivavano da autentiche esperienze e conoscenze personali. Era davvero il medico sofferente che aveva imparato a guarire gli altri guarendo se stesso. E ciò vale anche per tutti coloro tra noi che sentono un'autentica vocazione per questa professione. Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha qualche ferita. La nostra riuscita sempre parziale nel guarire le nostre proprie ferite ci porta alla vocazione di esplorare insieme agli altri ulteriori modi di adattarci alla nostra comune condizione umana e di ampliarne le possibilità.

I pazienti hanno ragione a risentirsi quando sentono di subire una manipolazione per mezzo di 'aride tecniche', impiegate da un operatore che non ha alcun rapporto personale o conoscenza della fonte dei problemi e della malattia che sono in tutti noi. Questi operatori cercano d'impiegare la tecnica come mezzo di potere e prestigio per controllare gli altri. Ma l'inconscio dei pazienti, naturalmente, avverte tutta la superficialità di questa vuota messinscena, e nulla cambia davvero; non fanno che manifestarsi delle 'resistenze'. Anche se cambia un sintomo, non è ancora avvenuto nessun profondo coinvolgimento con quelle fonti interne di malattia e creatività, che è il vero scopo di tutto il lavoro terapeutico.

P, proprio a questo fine che è dedicata questa breve rassegna della vita di Erickson, e anche questi volumi sui suoi seminari, gruppi di lavoro e conferenze: rispondere alla domanda su come ciascuno di noi possa generare un più efficace rapporto con le fonti e i problemi del nostro essere unici, e su come possiamo affinare queste capacità per aiutare gli altri ad affrontare i dilemmi della nostra comune condizione umana.



Utilizzando i suggerimenti di Milton Erickson.

 
In tre caratteristiche Milton fissava i confini di una persona che lavora sul cambiamento, tre doti fondamentali:

FLESSIBILITA UMORISMO FUTURO

Essere in grado di cambiare posizione, presupposti, modificare i propri punti di vista, prendere la vita e afrontare le esperienze con umorismo, guardare al futuro, immaginare ciò che potrà succedere, come potranno succedersi i fatti.
Ecco dalle sue parole il senso di questi concetti:
 
FLESSIBILITA

Mi ricordo quella volta negli anni Trenta in cui andammo a fare una passeggiata al lago con un altro psichiatra che aveva vissuto quasi sempre in città. Intorno al lago c'erano moltissimi alberi. Io andavo avanti molto agevolmente mentre lui faceva continui rabbiosi commenti sui rami degli alberi che lo colpivano senza che se lo aspettasse, gli portavano via gli occhiali. Così dovetti dirgli: "Si impara a camminare nel sottobosco e tra gli alberi, è diverso che camminare sulla nuda terra e su un nudo marciapiede. Si equilibra. il CORPO in modo diverso ... e si risponde automaticamente al ramo visto con la coda dell'occhio senza nemmeno accorgersene e si alterano i movimenti del corpo in modo che il ramo non ci impedisca i movimenti".


UMORISMO

Dovete insegnare ai pazienti a RIDERE dei loro dolori e a godersi i piaceri. Venne da me in terapia una donna alcolizzata ... e mi stava raccontando i problemi che aveva con la figlia in età adolescenziale. Disse: "Ho dei problemi con lei da quella volta che siamo andati a fare un giro nella nostra ..." come si chiama quel tipo di automobile che non ha il tetto? ... una cabriolet. Stavano andando in giro in macchina ... "ci stavamo dívertendo quand'ecco che un uccello che passava sopra di noi lascia cadere qualcosa proprio mentre lei stava sbadigliando. E da quella volta, lei ha una tale vergogna di se stessa. Sembra che non riesca assolutamente a fronteggiare la vita. E il mio alcolismo non l'aiuta". Io dissi: "Be', mi dica qualche ALTRA cosa su sua figlia". 't_ una ragazza davvero carina, ma è terribilmente nevrotica a proposito di quell'unico argomento". "Ha mai avuto il senso dell'umorismo?", e la madre disse: "Sì, ma non più dopo quella volta". Le era venuto un rifiuto per molti cibi che rendeva penosa la sua vita. Chiesí alla madre: "Lei ha detto che ha un buon senso dell'umorismo ma che da alcuni anni non lo UTILIZZA. Ci dev'essere molto umorismo inutilizzato in quell'intelligente persona. Per cui, le dispiace se faccio un po' di terapia a distanza?". La madre disse: "No, faccia pure". Così io spedii alla ragazza una cartolina da Philadelphia mettendola in guardia contro i pericoli derivanti dallo sbadigliare viaggiando su una cabriolet. La ragazza ricevette la cartolina e disse: "Chi è quest'uomo, e COME ha fatto a saperlo? Io so di non averglielo mai detto. Gliel'hai detto Tu?! ! ! ". La madre disse: "Come si chiama?", e la ragazza: "Mali, è firmato M. H. Erickson". "MAI stata a Philadelphia, io", disse la madre, "né conosco nessuno con QUEL nome a Philadelphia. Non è una cosa alquanto divertente?". La ragazza scoppiò a ridere e disse: "Certo che lo è". E rise, oh, sonoramente, per un bel pezzo. E riprese una vita normale. Era solo un consiglio amichevole.

La cosa fondamentale che la gente dovrebbe imparare è che nella vita non ci dovrebbe essere ALCUN Posto per il dolore. Quando provate dolore correte, non dico camminate, ma correte al più vicino bidone della spazzatura, e sbarazzatevene, e vivrete in modo molto più felice ... E chiunque voglia INSULTARVI ... benissimo. Mi viene in mente quella storiella dell'irlandese e del rabbino. L'irlandese odiava gli ebrei. Un mattino incontrò il rabbino ... e cominciò a insultarlo, dicendogli tutte le cose più offensive che poteva. Quando ebbe esauriti tutti gli insulti, il rabbino gli disse gentilmente: "Scusi, quando qualcuno le dà un regalo che lei non vuole, lei che fa? Se lo prende?". "Io no di certo! ", disse l'irlandese. Allora il rabbino disse: "Lei mi ha fatto il regalo di molti insulti, ma io non lo voglio, se lo tenga per sé".
 
FUTURO
Poi c'era John. Abbordava tutti quelli che passavano per il reparto. Afflig geva le infermiere spiegando loro: "Mi hanno rinchiuso qua dentro senza nessunissima ragione. Io non appartengo a questo posto". Così io istruii tutto il personale del reparto che ogni volta che lui diceva: "Io non appartengo a questo posto" dovevano rispondergli semplicemente: "Ma sei in questo posto". Dopo sei mesi circa in cui otteneva sempre la stessa risposta, john disse: "LO SO, CHE SONO IN QUESTO POSTO! ! ! ". Il personale del reparto mi riferì questo fatto e io andai da lui e lui disse: "Io non appartengo a questo posto", e io dissi: "Ma sei in questo posto", lui disse: "Lo so, che sono in questo posto", e io dissi: "D'accordo, sei in questo posto. E adesso che sei in questo posto, che cosa intendi fare per ANDARTENE da questo posto?". Nel giro di nove mesi venne dimesso, trovò un lavoro come manovale e cominciò a far fare l'università alla sorella e a contribuire al sostegno della famiglia. Senza nessun'altra psicoterapia che: "Tu SEI in questo posto". Il fatto di costringere il paziente a rendersi conto di dov'è, e di andargli incontro lì, e poi di colmare il vuoto col futuro è una cosa molto importante.

Nel 1933 un collega psichiatra e io ci mettemmo una volta a parlare. Era effettivamente un'eccellente psichiatra. Affrontava i pazienti in modo molto obiettivo, era un uomo molto competente dal punto di vista professionale, solo che dal punto di vista PERSONALE era estremamente nevrotico. E nel 1933 disse che stava per dimettersi, ed entrare in analisi. lo gli dissi: "Bob, ma perché vuoi entrare in analisi?". Lui disse: "Be' voglio superare la mia paura delle donne. Voglio sposarmi, avere una casa e dei bambini". Io dissi: 'Tob, se per il 1940 non hai superato la tua paura delle donne, lascia perdere la terapia". Nel 1965 sua madre è morta, e lui era ancora in psicoanalisi. Molti dei suoi analisti erano deceduti, e lui era SEMPRE in terapia. Sua madre mori a oltre novant'anni, e questa madre aveva vissuto con una vecchia signora come compagna. Adesso, dopo la morte della madre, questa vecchia signora non sapeva dove andare, per cui Bob LA sposò. Era quindici anni più vecchia di lui. Comprarono una casa, un cottage molto mal messo nel Vermont. Passarono due estati a lavorare sodo per rendere quella casetta estiva adatta a essere occupata nei mesi estivi e vivevano in un piccolo appartamento a Boston ...
Di recente Bob è morto. Adesso che suo padre morendo lo aveva lasciato ricco. Il sogno di tutta la sua vita era stato di andare in Scozia, e invece non è andato più in là del Massachusetts e Windsor, in Canada, è il posto più vicino alla Scozia in cui sia arrivato. Tutta quella psicoanalisi, dal '33 ad oltre il 1965, sino a che è morto. E aveva sposato una donna di quindici anni più VECCHIA DI LUI. Lei aveva ottant'anni quando lui ne aveva 67, quello non si può davvero dire che fosse un matrimonio. Non aveva veramente una moglie. Lei certamente non era adatta ad avere bambini, e lui non aveva una casa, aveva solo un piccolo appartamento a Boston. Eppure, quando lavorava per l'ospedale, per quanto riguardava i Suoi PAZIENTI, era uno psichiatra molto bravo. E allo stesso modo molti pazienti psicanalizzati che vengono da me hanno passato anni nell'inutile esame del loro passato, e io dico: dimentichiamo il passato, e guardiamo avanti al futuro ... e soprattutto, mettete dell'umorismo in tutto ciò che fate!

L'uomo di febbraio: facilitazione di una nuova identità in ipnoterapia. Milton Erickson
Sinora abbiamo posto in risalto che l'ipnoterapia comporta l'utilizzazione delle personali esperienze di vita del paziente e che le forme indirette di suggestione sono il mezzo con cui si evocano tali esperienze per operare il cambiamento terapeutico. Ma che cosa succede quando il paziente abbia subìto una grave deprivazione in qualche fondamentale esperienza di vita? Può il terapeuta fornirgliela vicariamente in qualche modo? I terapeuti non privi di sensibilità riconoscono da tempo il loro ruolo di genitori sostitutivi, che di fatto aiutano i loro pazienti a esperire modelli di vita e rapporti che sono andati perduti.

In questo capitolo finale esporremo qualche tipo di approccio usato da Erickson per dotare una paziente di un rapporto personale atto ad ancorarla a una più sicura realtà interiore intorno alla quale la donna potesse crearsi una nuova identità. t il caso di una giovane la cui grave deprivazione materna l'aveva portata a dubitare seriamente delle proprie capacità di madre. Attraverso una serie di regressioni d'età Erickson la visitò nelle sembianze dell' 'Uomo di febbraio': un tipo di affabile prozio che divenne amico e confidente sicuro. Un insieme di esperienze del genere la mise in grado di sviluppare un nuovo senso di fiducia in sé e di identità che la portò infine a un'esperienza rimuneratrice della maternità con i propri figli.

In realtà, nel corso della sua carriera, Erickson ha assunto il ruolo dell'Uomo di febbraio con molti pazienti. Tuttavia, in queste situazioni, i particolari del suo lavoro sono di tale complessità che egli non ha mai portato a termine nessuno dei suoi manoscritti sull'argomento. Il caso che segue costituisce pertanto una sintesi dei manoscritti originari di Erickson con i commenti di Rossi.

Invitiamo il lettore a indagare con noi alcuni degli approcci e dei temi insítí nel lavoro dell'Uomo di febbraio. In questo lavoro vi sono molti aspetti che sfuggono alla nostra comprensione. L'uso delle suggestioni indirette per l'integrazione dei ricordi ipnotici e di quelli della vita vissuta, al fine di creare una coerente realtà interiore, è un' arte che non si presta interamente all'analisi razionale. Cercheremo comunque di colmare qualche lacuna e di portare avanti l'opera, nella piena consapevolezza delle nostre manchevolezze e della necessità della creatività del lettore.
Seduta iniziale: un'ínfanzia triste

A metà della sua prima gravidanza, la moglie di un giovane dottore del nostro ospedale chiese assistenza psichiatrica a Erickson. Il suo problema era questo: pur essendo sposata felicemente e lieta d'essere incinta, temeva che le sue infelici esperienze infantili si riverberassero nell'atteggiamento che lei avrebbe tenuto verso il figlio. Dichiarò di avere "studiato troppa psicologia" e d'essersi resa conto della possibilità di sottoporre involontariamente il bambino a un trattamento iniquo, col risultato di un trauma psichico.

Spiegò d'essere stata una bambina decisamente non desiderata. La madre non aveva mai tempo per lei. Era affidata alle cure della sorella maggiore della madre, una zitella che, in cambio dell'ospitalità in casa, fungeva da bambinaia, massaia e donna tuttofare. Aveva passato quasi tutto il periodo prescolare nella propria cameretta, lasciata a se stessa, escogitando per conto proprio il modo di giocare e di intrattenersi. Ogni tanto, quando la madre dava un tè, la si chiamava per un momento per presentarla agli ospiti, si sentiva dire che era una bambina cara e graziosa, e veniva congedata. Altrimenti la madre, tra un i impegno sociale e l'altro, faceva un salto in camera sua per una visita breve e noncurante. Poi era stata mandata in un asilo speciale e in varie scuole private per l'istruzione elementare e secondaria, che veniva 'rafforzata' durante l'estate in vari campeggi. In quegli anni la madre "prendeva un po' di tempo dai pressanti impegni mondani e dai viaggi aH'estero" per vedere la figlia con la frequenza che era umanamente possibile'. Sostanzialmente lei e la madre rimasero due estranee.

Anche il padre era occupatissimo, completamente preso dai propri affari e quasi sempre in viaggio. Tuttavia nutriva per la figlia un affetto sincero e trovava spesso il tempo per portarla, sin da quando era una bimbetta, a pranzo fuori, al circo, al luna park e in altri memorabili luoghi di delizia. Le comperava i giocattoli e le regalava quanto le occorreva, in contrasto con le bambole 'terribilmente costose' di cui la madre la inondava, ma con le quali la zia non la lasciava giocare perché erano 'belle' e 'preziose'. Dalla madre aveva ricevuto "il meglio di ogni cosa", ma il padre le aveva sempre dato "tante piccole cose veramente graziose". A diciott'anni si era ribeflata all'idea di 'finire' gli studi e, con profondo dolore e risentimento della madre, aveva insistito perché la si iscrivesse a un'università statale. Il principale argomento della madre era il debito che la figlia aveva contratto con lei per averle 'praticamente rovinato' la linea con la sua nascita. Il padre, completamente dominato dalla moglie di cui tuttavia era molto innamorato, aveva appoggiato in segreto la decisione della figlia, e l'aveva assecondata e aiutata in ogni maniera possibile, cercando però di non trattarla con eccessiva indulgenza.

Il suo adattamento all'università era stato buono sotto il profilo scolastico, ma la giovane aveva l'impressione di non aver saputo sfruttare abbastanza le sue possibilità di vita sociale. AH'ínizio dell'ultimo anno aveva conosciuto un medico più vecchio di lei di cinque anni, che stava compiendo il periodo di internato, e se ne era innamorata. Un anno dopo lo aveva sposato. La madre ne era rimasta addolorata perché lo sposo non aveva una 'posizione sociale', ma il padre le aveva espresso in privato la propria approvazione.

Con questi precedenti la donna ora si chiedeva che tipo di madre sarebbe stata. La sua cultura psicologica l'aveva convinta che l'essere stata rifiutata dalla madre e la mancanza d'affetto di cui aveva sofferto quand'era bambina avrebbero avuto in qualche modo un'influenza sfavorevole sul suo atteggiamento verso il proprio bambino. Voleva sapere se sarebbe stato possibile esplorarle l'inconscio con l'ipnosi, sia per recare sollievo alle sue ansie sia per renderla consapevole delle sue manchevolezze perché potesse porvi rimedio. Chiese a Erickson di esaminare a fondo il suo problema e di fissarle un altro appuntamento quando si fosse sentito sicuro di poter far fronte ai suoi bisogni.
Seconda seduta: una catarsi spontanea

Nella seduta successiva la paziente era estremamente spaventata, angosciata, sull'orlo del pianto. Espresse in forma sconnessa la paura di nuocere al bambino, trascurarlo, prenderlo in antipatia. Temeva di sentirsene legata mani e piedi, d'essere eccessivamente ansiosa, di dedicargli un'attenzione sovracompensatrice, di farne un orrendo peso nella propria vita anziché un piacere, di perdere l'amore del marito, di non voler mai bene al figlio e così via.
 
Elaborò scarsamente su queste idee, ma in relazione a ogni possibile stadio dello sviluppo finale del bambino.
Pianse per tutta la seduta e, pur riconoscendo a livello intellettuale l'infondatezza delle proprie lacrime, dichiarò che il loro "forte carattere ossessivo" le stava causando insonnia, anoressia e gravi reazioni depressive che la terrorizzavano.
 
Se tentava di leggere o di ascoltare la radio, la pagina stampata o la trasmissione erano offuscate dai vividi, pressanti ricordi della sua infanzia infelice. Si rendeva conto del carattere esagerato, abnorme delle sue lacrime, ma si sentiva assolutamente incapace di trattenerle.
 
A parte queste innumerevoli ansie, non emerse molto sulla vera storia della paziente. La donna chiese piangendo se chi scrive la potesse aiutare, perché si sentiva sull'orlo di un collasso. Venne assicurata che si sarebbe messo a punto un piano terapeutico prima della prossima seduta.
Terza seduta: la trance interpolata, regressione d'età e amnesia

Nella seduta successiva la si rassicurò: era stato predisposto un programma elaborato, con il quale senza dubbio si sarebbero ottenuti i risultati per lei più soddisfacenti. Non era ancora possibile rivelarglielo, ma con l'ipnosi il suo inconscio se ne sarebbe fatta un'idea adeguata. A livello cosciente, le occorreva sapere soltanto che si sarebbe impiegata l'ipnosi e che, se lo avesse desiderato, si sarebbe potuto cominciare subito. Acconsentì con entusiasmo. In questa seduta si dedicarono circa cinque ore al suo training come soggetto ipnotico. Fu dato particolare risalto alla regressione d'età. La sua intelligenza e le sue ottime attitudini come soggetto ipnotico resero possibile l'elaborato training considerato necessario per la procedura programmata.

Durante il training, la si fece regredire più volte nel tempo, lentamente e con cautela, a situazioni del passato in cui chi scrive potesse inserirsi in qualche modo, direttamente o indirettamente, senza distorcerle. Così, la prima regressione fu alla seduta iniziale. Facendogliela rivivere fu possibile introdurvi con facilità un elemento nuovo che in realtà non rientrava nella situazione, ma che poteva accordarsi bene con essa. In sintonia con l'esperienza della paziente che stava rivivendo la seduta, chi scrive si limitò a osservare: "Mi consenta di interromperla per esporle un'idea che mi è venuta in mente proprio ora. Mi sembra che lei possa essere un buon soggetto ipnotico. Le rincrescerebbe chiudere gli occhi e dormire in ipnosi per qualche minuto, poi svegliarsi e continuare dal punto in cui l'ho interrotta? ". Fu inserita in tal modo una trance interpolata nel suo rivivere la prima seduta in cui non vi era stata ipnosi.

R: La prima trance ha l'effetto di dissociare la paziente dalla realtà circostante e di immetterla nel suo ambiente interiore. Quando interpoli una seconda trance nella prima la regressione della paziente all'interno di se stessa diventa ancor più profonda. La trance interpolata ha lo scopo fondamentale di distogliere ulteriormente la paziente dalla realtà esterna concomitante. E' particolarmente utile per la regressione d'età.

E: Sì, con la trance interpolata non occorre aiutare il suo ritiro dall'ambiente esterno. Quando lei tornerà alla realtà le riuscirà assai più difficile recuperare quella trance interpolata per la quale avrà un'amnesia persino in stato di trance.

R: Così la trance interpolata è un altro modo di provocare una amnesia ipnotica più profonda.

E: Nelle trance future la paziente avrà un'amnesia per la trance interpolata, ma dovrebbe ripassare per quest'ultima per avere il ricordo completo della prima trance in cui essa ebbe luogo. Durante la trance interpolata le diedi molte suggestioni positive di sostegno, che valsero a rinforzare tutti i valori positivi di quella seduta iniziale.

R: P, come una retroazione, in cui ciò che avviene dopo rinforza i valori positivi di ciò che è avvenuto prima.

E: Certo, e rinforza ciò che sta avvenendo ora per mezzo del ,passato' che ho trasferito nella seduta iniziale. Lavoro in tutte le direzioni. Nella vita quotidiana può accadere che persone sconosciute si incontrino e inizino una conversazione casuale scoprendo poi di avere qualcosa in comune nel loro passato: vacanze passate nella stessa località, provenienza dalla stessa regione o città, frequenza della stessa scuola. A volte sono liete di scoprire di avere in comune qualche conoscente e di poter condividere dei particolari più intimi della loro vita. Ora, hanno creato nel presente un saldo rapporto, interamente fondato sulle esperienze del passato.

R: Hanno creato un "mondo fenomenico in comune" (Rossi, 1972a) che ora condividono. Hanno costruito ponti associativi che ora li legano in un'amicizia. Si tratta di un comune, quotidiano processo di instaurazione di rapporti sociali: tu ora lo utilizzi per consolidare il tuo rapport con questa paziente. La trance interpolata è un modo di creare rapidamente una 'storia' positiva che rafforza le relazioni in atto.
Protezione del rapport: suggestione indiretta e possibilità contigenti

Venne poi fatta regredire a un ricevimento di un medico che stava compiendo l'intemato, al quale avevano partecipato molti ex allievi di Erickson. Nel processo di regressione le fu data la suggestione che lo avrebbe potuto incontrare in quella occasione o che qualcuno avrebbe potuto nominarlo; ciò sarebbe avvenuto con certezza allorché qualcuno le si fosse avvicinato attirando la sua attenzione e le avesse premuto delicatamente il polso. All'accadere di questo fatto imprevisto lei avrebbe potuto dare una piena risposta alla pressione sul polso e reagire in conformità al presentarsi di qualsiasi bisogno derivante dalla situazione. Questa suggestione aveva principalmente lo scopo di íntrodurre uno spunto fisico che permettesse l'immediata induzione di uno stato di trance in qualsiasi momento, persino mentre la paziente stava rivivendo eventi passati che avevano avuto luogo assai prima che ella incontrasse Erickson. Furono indotte varie regressioni del genere, favorite dalle particolari informazioni che erano state fornite in privato dal marito. Vennero utilizzate per condizionarla all'induzione di trance in qualsiasi insieme di circostanze psicologiche.

E: Con questo procedimento stavo predisponendo la protezione del rapport. Una volta, alla Clark University, feci regredire un soggetto all'età di 10 anni. Regredendo spiegò che stava facendo una commissione: doveva comperare una pagnotta per la madre. Tutti potemmo vedere il terrore sul suo volto, perché egli non conosceva nessuno in quella stanza (dove lo si stava ipnotizzando come adulto). Passai quattro ore e mezzo terribili nel tentativo di riprendere il rapport con lui perché il soggetto aveva paura di me, come aveva paura di chiunque altro. Ne trassi l'ammaestramento che per l'avvenire avrei dovuto avere un modo secondario per stabilire il rapport con il soggetto, per esempio toccargli un polso. P- un gesto, per altri versi privo di significato, che richiama l'attenzione. Difficilmente il soggetto riesce a incorporarlo nel modello di comportamento dell'età alla quale è regredito.

R: Non dicesti direttamente alla paziente che la pressione sul suo braccio era un segnale perché entrasse in trance o perché prestasse attenzione alle suggestioni che le stavi dando.
E: Se glielo avessi detto direttamente, avrebbe potuto rifiutarlo. Perciò lo inserii in una cornice indiretta di possibilità contingenti; si sarebbe potuto dare il caso che mi incontrasse. Qualcuno le si sarebbe avvicinato; lei avrebbe potuto rispondere appieno alla pressione sul polso e reagire in conformità al presentarsi di qualsiasi bisogno derivante dalla situazione. Si tratta di espressioni (le parole in corsivo) assai vaghe. Non vi è in esse né richiesta né minaccia, e quindi non c'è alcun bisogno di resistervi o di respingerle.

R: Nella vita quotidiana in genere non rifiutiamo le possibilità indefinite. Al contrario, possibilità e contingenze suscitano di solito in noi un senso di stupore, di riflessione e di attesa. Le possibilità danno in realtà l'avvio dentro di noi a pressioni di ricerca inconscia che può far scattare utili processi inconsci. Dicendo: "Qualsiasi bisogno derivante dalla situazione", si coprono tutte le possibilità, compresa qualsiasi suggestione si dia alla paziente. In questo modo le si dà la forma più generica di suggestione indiretta.

E: Una forma estremamente generica che la paziente può colmare con il suo specifico modo di vedere.
L'interpolazione di nuove esperienze di vita: l'Uomo di febbraio

La paziente venne istruita a porre in atto nel modo migliore ampie regressioni, che avevano semplicemente lo scopo di creare lo sfondo e la situazione generale per l'interpolazione di nuove risposte comportamentali. La si fece regredire a situazioni del passato e quello schema di riferimento fu impiegato unicamente come background nel quale poter interpolare il nuovo comportamento ipnotico. Quando fu completato il training sufficiente a ottenere delle buone risposte, la paziente fu fatta regredire all'infanzia, all'età di quattro anni. Fu scelto il mese di febbraio perché era quello del suo compleanno. Venne orientata alla stanza di soggiorno della sua infanzia, in atto di passeggiarvi semplicemente. Passeggiava spesso in soggiorno. Poiché lo stato di regressione era limitato a quell'atto, esso avrebbe costituito solo uno schema di riferimento. Si sarebbe potuto arrestare la passeggiata e inserire in quell'ambiente un nuovo comportamento senza alterare o falsificare la situazione. Così il nuovo comportamento che vi veniva ímmesso avrebbe potuto essere riferito, sotto l'aspetto temporale, agli eventi del periodo al quale la paziente era regredita.

Quando si destò sonnambulicamente in questo stato regredito, fu salutata da Erickson con queste parole: "Ciao piccola. Sei la bambina del tuo papà? Io sono un amico del tuo papà e lo sto aspettando perché mi deve parlare. Ieri mi ha detto che un giorno ti ha portato un regalo che ti è piaciuto molto. Anch'io voglio bene al tuo papà. NE ha detto che presto sarà il tuo compleanno e scommetto che ti farà un regalo bellissimo". Seguì un silenzio in cui Erickson, con fare apparentemente distratto, apriva e chiudeva con colpi secchi il suo orologio a doppia cassa, senza fare alcun altro tentativo di farla conversare né di attirare la sua attenzione. La paziente dapprima lo guardò, poi prese a interessarsi dell'orologio: allora Erickson se lo portò all'orecchío e disse che faceva un bellissimo 'tic-tac'.
E: "Ciao, piccola" le assegna un ruolo ipnotico.
R: In quel primo istante in cui lei apre gli occhi in trance sonnambulica tu rinforzi immediatamente la regressione d'età in modo che non vi siano dubbi al riguardo. Ti vedrà come dottor Erickson o come qualche persona del suo passato a lei sconosciuta? Il modo in cui la saluti la orienta nel passato.

E: E nel suo passato c'è stato qualcuno che le ha parlato proprio così.

R: Attiri opportunamente la sua attenzione giocando con l'orologio. 2 quello che ci vuole per una bambina di quattro anni; non ti inserisci in una forma diretta o esigente. Ti comporti proprio come si sarebbe comportata una persona in visita a casa sua quando lei era bambina.

La pressione sul polso come segnale non verbale per metasuggestioni di orientamento dello stato sonnambulico

Dopo qualche minuto le si diede la suggestione che forse le sarebbe piaciuto fare scattare l'apertura della cassa o ascoltare l'orologio. Mosse timidamente il capo in segno di assenso e tese la mano. Prendendole il polso come per aiutarla, Erickson le porse l'orologio. La paziente lo guardò e ci giocò. Le si diede allora la suggestione che, se lo avesse ascoltato per un momento, le sarebbe venuto sonno. Seguì l'osservazione che tra poco Erickson sarebbe dovuto andare a casa, ma che un giorno o l'altro sarebbe tornato e, se lei lo avesse desiderato, avrebbe portato l'orologio perché potesse aprirlo e chiuderlo, e ascoltarlo.
La paziente annuì di nuovo con il capo e la mano con cui teneva l'orologio le fu guidata verso l'orecchio. Le fu premuto leggermente il polso e le furono date suggestioni di trance, accompagnate dalla suggestione che Erickson sarebbe tornato ancora, forse l'estate prossima, e forse lei lo avrebbe riconosciuto.

E: Era necessario che io me ne andassi da casa sua. Posi termine all'interpolazione di quell'esperienza di vita con un'opportuna pressione sul polso (cioè guidandole verso l'orecchio la mano con cui teneva l'orologio) e dandole la suggestione che ascoltandolo le sarebbe venuto sonno.

R: Farla addormentare è un comportamento che bene si addice a una bambina di quattro anni che ascolta il ticchettio dell'orologio, e il suo sonno ti permise di andartene. Ti permise anche di darle la suggestione postipnotica che forse l'avresti rivista l'estate prossima e che forse ti avrebbe riconosciuto. Sono possibilità appropriate alla sua età perché un bambino di quattro anni può non riconoscere un amico dopo un anno. Ma perché le desti il segnale del rapport premendole il polso quando aggiungesti queste suggestioni?

E: Benché fosse in una trance sonnambulica, sarebbe stata necessaria un'ulteriore ipnosi per alterare quello stato al fine di indurre altri fenomeni.

R: Capisco. Persino durante lo stato di sonnambulismo occorre uno speciale rapport per mandare a effetto suggestioni importanti. La pressione del polso è un segnale di orientamento alle metasuggestioni che userai per guidare lo stato di sonnambulismo; la avverte che sono in arrivo suggestioni importanti. Ho avuto delle difficoltà lavorando con qualche soggetto talmente ostinato durante la trance sonnambulica che a mala pena riuscivo ogni tanto a intervenire nel discorso. Come bambini egocentrici questi soggetti prendevano subito in mano la situazione e vivevano esternamente un'esperienza interiore senza che io riuscissi a mettermi in contatto con loro. Può essere un'ottima cosa ai fini di una catarsi, ma non consente al terapeuta di interpolare nuove esperienze come stai facendo qui.

E: Ci vuole un altro schema di riferimento ipnotico per orientarla a ricevere suggestioni importanti senza definirlo come tale e senza modificare il mio ruolo di persona estranea, amica di papà.

R: Tipicamente, nella classica regressione d'età ci si limita a far rivivere un'esperíenza di vita del passato. Si fa assegnamento sulla catarsi, o processo di desensibilizzazione, come mezzo terapeutico per risolvere emozioni represse di traumi della vita.

E: In questo modo non si aggiunge nulla, mentre qui io sto aggiungendo qualcosa al passato.

R: A questo mira tutto il tuo procedimento. Tu la fai regredire per instaurare uno schema di riferimento nel quale poter interpolare esperienze di vita terapeutiche. Aggiungi nuove esperienze al cumulo dei suoi ricordi; aggiungi nuovi elementi sul contatto umano che in realtà le mancavano.

E: Possiamo far credere a qualcosa che non esiste se lo ripetiamo abbastanza spesso. Ecco perché ho dovuto procurarle molte esperienze con me, in veste di Uomo di febbraio. Do realtà a una cosa inesistente.

R: Che diventa 'reale' come realtà interiore. Con questo approccio riesci a modificare il sistema di credenze della paziente: non puoi cambiarle veramente il passato, ma puoi cambiare quello che lei crede circa il proprio passato.

E: Possiamo cambiare credenze e valori. Non si tratta di credere a menzogne, quanto piuttosto di scoprire più cose. I pazienti credono alla loro realtà limitata sino a quando ne ne scoprono una più ampia.

R: Mi chiedo se la "scoperta di una realtà più ampia" si possa equiparare alla creazione di una consapevolezza nuova. Tuttavia, qui resta un interrogativo fondamentale. Tu stai veramente (1) aggiungendo qualcosa di nuovo alla personalità, oppure (2) semplicemente aiutando la paziente a scoprire e a esperire uno schema naturale, intrinseco di contatto umano (il rapporto archetipico figlio-genitore) di cui aveva un enorme bisogno e che desiderava ardentemente? La teoria dell'utilizzazione darebbe rilievo alla seconda alternativa; tu stai strutturando circostanze che le consentano di suscitare e utilizzare modelli comportamentali intrinseci (specifici del genere umano) che devono esprimersi per avere uno sviluppo normale. Ma aggiungi certamente un nuovo contenuto nella cornice di questo comportamento intrinseco.
La prosecuzione delle esperienze con l'Uomo di lebbraio: convalida
della realtà storica dell'esperienza avuta in regressione d'età

Si permise poi alla paziente di trascorrere circa un quarto d'ora in

profondo sonno ipnotico. Questo sonno rappresentò l'intervallo di
tempo in cui potevano aver luogo la mia partenza e infine il mio ritorno (secondo le suggestioni che le erano state date). Le fu di nuovo premuto delicatamente il polso con la suggestione che sarebbe stata meglio in giardino, perché i fiori stavano sbocciando per la prima volta dall'epoca del suo compleanno, lo scorso inverno, e forse sarebbe tornato l'amico di papà. In ogni caso avrebbe potuto aprire ben bene gli occhi per vedere i fiori. La paziente li spalancò e chiaramente gioì delle proprie allucinazioni visive mentre chi scrive, standole alle spalle, la salutò con queste parole: "Ciao piccola. Ti ricordi di me?". Lei si voltò, lo guardò attentamente, sorrise e disse: "Sei l'amico di papà". Le fu risposto: "E io ricordo il tuo nome. Ti chiami R.". In questo modo Erickson si inserii stabilmente nel suo passato come una figura effettiva senza violarne o distorcerne le realtà, ma unicamente aggiungendovi qualcosa con un semplice processo di associazione temporale. Fu quindi iniziata una conversazione casuale a livello infantile sui fiori rossi, rosa e gialli (lei diceva che erano tulipani), quindi la paziente chiese a Erickson se avesse l'orologio e tutto si svolse sostanzialmente allo stesso modo di prima. Furono create molte altre situazioni simili perché l'intrusione di Erickson nel suo passato potesse avvenire senza infirmare lo stato di regressione. Le si fornì un'estesa esperienza con l'Uomo di febbraio, una figura che si radicò sempre più nella storia della sua vita.

E: Nella seduta iniziale ero venuto a sapere che la casa in cui abitava da bambina aveva un gran giardino, pieno di fiori rossi, rosa e gialli. Volli convalidare ulteriormente gli aspetti storici dell'esperienza fingendo di non ricordare chiaramente la mia visita precedente. Con quanta chiarezza ricordiamo un'esperienza dell'anno prima? Di due anni prima? Di quattro anni prima? Introdussi anche dei punti di vista mutevoli. Quando la bambina cresce, la sua visione delle cose cambia. Le dicevo: "La prima bambola che hai avuto era proprio carina". "Ti ricordi con quanto entusiasmo sei andata per la prima volta al circo?". Potevo fare alla ragazzina di dieci o dodici anni osservazioni di questo genere sulla bambina di sei anni.

R: Tra le esperienze di trance ai vari livelli d'età gettavi dei ponti associativi che davano realtà storica alle visite che le facevi.
La suggestione postipnotica indiretta

Infine fu fatta entrare in una trance profonda e le furono date ampie suggestioni postipnotiche perché avesse una completa amnesia per tutto ciò che era avvenuto mentre era in ipnosi e perché continuasse a collaborare. Le fu premuto leggermente il polso e le fu detto: "Ora lei ha eseguito il suo compito. Voglio che entri in una profonda trance in questo momento. Voglio che assapori un buon riposo. Voglio che al risveglio si senta ristorata, a suo agio nella sensazione d'essere perfettamente desta, pronta a iniziare le attività di una nuova giornata".

E: L'ultima suggestione, "pronta a iniziare le attività di una nuova giornata", implica che la paziente sarà pronta a compiere dell'altro lavoro; siamo soltanto agli inizi.

R: Ecco in che modo implichi anche un'amnesia postipnotica senza dirle direttamente che non avrebbe ricordato. Poi avresti potuto farla entrare di nuovo in trance per un'altra esperienza con l'Uomo di febbraio.
Il tempo occorrente per il lavoro ipnotico

Nelle sedute successive, che di solito duravano più ore, si seguì essenzialmente lo stesso procedimento.

E: Dovevo avere a disposizione più ore per farle avere un'esperíenza con l'Uomo di febbraio a un dato livello d'età, poi lasciarla riposare e farle avere un'altra esperienza a un livello d'età diverso. Il tempo può essere dilatato e compresso, ma è pur sempre necessaria una certa quantità di tempo reale per compiere un lavoro accurato. Dapprima non sappiamo quali siano le vere capacità del paziente: abbiamo bisogno di tempo per esplorarle.

L'integrazione di ricordi ipnotici e della vita reale: creazione di una coerente realtà interiore

Su questo modello furono condotte numerose sedute ipnoterapeutiche. La paziente venne fatta regredire a più periodi diversi della propria vita, di solito in progressione cronologica, badando che la situazione creata non risultasse in contrasto con le effettive realtà del passato. Per esempio una volta, dopo essere regredita all'età di nove anni, la paziente manifestò un profondo stupore quando, aprendo gli occhi, vide Erickson. La si interrogò con circospezione e si venne a sapere che stava effettuando la sua prima visita a un lontano parente, dal quale era arrivata proprio la sera precedente. Con qualche domanda Erickson riuscì a ottenere informazioni sufficienti a orientarlo sulla situazione e poté dichiarare d'essere un amico di affari di quel parente. In tal modo gettò le indispensabili fondamenta della propria successiva ubiquità nelle esperienze di vita della paziente. A farle accettare tale ubiquità contribuì la circostanza che entrambi i genitori si recavano continuamente in viaggio, spesso senza preavviso, e avevano innumerevoli conoscenti e amici. Era quindi facile immaginare che ne avesse anche Erickson, come 'amico di papà'. Era anche molto importante il fatto che l'Uomo di febbraio conoscesse varie città in cui la paziente era stata e che, al pari di lei, avesse studiato psicologia: tutto ciò fornì un ampio background che le permise di accettarlo senza discutere. Con la prosecuzione del procedimento si ridussero al minimo gli espedienti tecnici per ottenere un comportamento responsivo e si riuscì a porre in atto nel giro di un'ora una dozzina di stati regrediti. Furono tutti utilizzati per ottenere dalla paziente un resoconto su cose e atteggiamenti del periodo al quale l'aveva riportata la regressione, come pure su ciò che allora lei si attendeva o prevedeva. Gli eventi previsti servirono egregiamente a Erickson per dirigere gli stati di regressione verso periodi più 'sicuri'. Tuttavia occorreva fare attenzione perché non sempre le previsioni si avveravano. Spesso però la 'visita' era dedicata al racconto di quanto era successo dopo l'ultima 'visita', cioè dopo la regressione precedente. La paziente imparò a considerare Erickson un ospite assiduo e un amico fidato, a cui poter raccontare ogni segreto, gioia e dolore, e con cui condividere speranze, timori, dubbi, desideri e progetti.

Di quando in quando era necessario indurre un'ampia amnesia, che cancellasse varie 'visite', e farla regredire a un'età precedente per riesaminare più a fondo un periodo già preso parzialmente in considerazione. Poteva accadere che qualche improvviso mutamento della sua vita, non previsto in una precedente regressione d'età, si fosse consolidato prima del periodo della regressione successiva, creando in tal modo una situazione in contrasto con cognizioni ormai radicate. In questi casi si eliminava con suggestioni di amnesia l'ultima regressione d'età e si induceva una nuova regressione, a un'epoca precedente, per permettere l'acquisizione di dati pertinenti.

R: Cercavi con molta attenzione e in larga misura di integrare ricordi ipnotici e ricordi reali, in modo da fonderli in una coerente realtà interiore. Ciò assicurava il permanere dei nuovi atteggiamenti che andavi promuovendo in lei. Se vi fosse stata contraddizione e mancanza di coerenza tra i ricordi ipnotici e quelli reali, i processi autocorrettivi che stavano avvenendo nell'inconscio

avrebbero avuto la tendenza a eliminare gradualmente le suggestioni ipnotiche come intrusioni estranee. Può essere questo il motivo per il quale molto lavoro ipnotico ha avuto in passato un effetto soltanto temporaneo o parziale. Le suggestioni dirette date al paziente mentre si trova in stato di profondo sonnambulismo non vengono programmate nella mente in modo rigido, una volta per tutte. La mente umana è un processo dinamico che si corregge, si modifica e si riformula in continuazione. Le incoerenze sono elaborate in maniera soddisfacente o sono espresse come 'problemi' (complessi, nevrosi, sintomi psicosomatici, ecc.). Quindi non c'è nulla di magico o misterioso nell'efficacia del tuo approccio: esso si basa su un accuratissimo e approfondito lavoro di integrazione dei ricordi reali nell'esperienza ipnotica.

La promozione degli atteggiamenti terapeutici: una terapia delle prospettive esistenziali: sogni e ipnosi

La costante e continua esperienza d'essere rifiutata dalla madre offriva molte occasioni per la riorganizzazione delle emozioni e delle cognizioni della paziente. Procedendo in questo modo Erickson assunse un ruolo ispirato ad amicizia, comprensione, interessamento e obiettività, che gli dava la possibilità di chiederle come avrebbe potuto valutare in seguito una data esperienza. Così, esprimendo il proprio dolore per la rottura di una bambolina di porcellana di poco prezzo che le aveva dato il padre e che le stava molto a cuore, la paziente poté dichiarare che, quando fosse cresciuta e diventata madre a sua volta e la sua bambina avesse rotto una bambola, si sarebbe resa conto che in ciò non vi era nulla di 'spaventosamente grave', ma avrebbe saputo che cosa provava la sua bambina. Così pure considerava un'esperienza completamente e profondamente distruttiva la sua caduta durante un ballo negli anni dell'adolescenza. Tuttavia fu pronta a capire l'osservazione di Erickson: certo, era giusto che nel presente la giudicasse come tale, ma al tempo stesso doveva capire che in futuro avrebbe potuto considerarla come un fatto secondario, assolutamente senza importanza, forse persino divertente. Si esaminò la sua prima infatuazione giovanile, il fatto d'essere stata piantata dal ragazzo e il suo enorme bisogno di capire se stessa in relazione a quell'evento. Si parlò anche della sua decisione di continuare gli studi, di entrare all'università, della scelta della facoltà, delle sue lotte scolastiche e della sua limitata vita di società. L'incontro con l'uomo che era diventato suo marito, i dubbi e le incertezze nei suoi confronti, il fidanzamento infine deciso e l'atteggiamento tenuto dalla madre verso di lui, verso il matrimonio e in seguito verso la sua gravidanza, tutto ciò fu narrato a Erickson con dovizia di particolari in racconti 'in contemporanea' di quanto le stava succedendo. Le furono anche fatti rivivere e discutere con l'Uomo di febbraio molti altri casi in cui era stata rifiutata, trascurata o delusa dalla madre e dal padre. Anche ricordi reali felici furono rivissuti e integrati con ricordi ipnotici per ottenere una loro ampia fusione.

R: Ormai, ogni qual volta si fosse trovata in una situazione traumatíca della vita, la paziente avrebbe potuto discuterla con l'amico del padre, l'Uomo di febbraio. Di fatto in quei momenti diventavi un terapeuta. P, una faccenda curiosa: tu, il suo attuale terapeuta, diventavi il terapeuta del suo passato e l'aiutavi a superare le situazioni difficili della sua vita a mano a mano che si presentavano. Ho notato qualcosa di simile nei sogni. Certi pazienti sembrano rivivere i loro sogni, ma correggono gli aspetti traumatici del loro passato con le loro prospettive adulte del presente (Rossi, 1972a; 19730. Ecco un'altra indicazione dell'aspetto autocorrettivo della psiche, che ha in atto un processo ininterrotto di riformulazione e risintesi di se stessa per conseguire uno schema di funzionamento più integrato. Tu utilizzi e promuovi questo aspetto risintetizzante della funzionalità psichica con il tuo ruolo di Uomo di febbraio. Fai con l'ipnosi ciò che avviene spesso in modo naturale durante i sogni.

E: Sì. [Ricorda qualche suo sogno in cui l'adulto dottor Erickson osservò se stesso bambino (Erickson, 1965a)]. I sogni ci offrono l'occasione di rivivere eventi passati e valutarli criticamente secondo una prospettiva adulta.

R: I sogni sono processi autoterapeutici che aiutano la mente a correggersi e a integrarsi. Credo anche che nei sogni si operi la sintesi di nuove realtà fenomenologiche che diventano la base di nuovi modelli di identità e di comportamento (Rossi, 1971; 1972a, b; 1973a, b, c).

Un'inversione di alcune realtà: approfondimento dello schema di riferimento terapeutico

Verso la fine di quest'ampio riassestamento dei suoi atteggiamenti nei confronti del passato fu rievocato un nuovo ricordo: la sua segreta risoluzione, anni prima, di avere un'anestesia ipnotica se si fosse sposata

e avesse dovuto partorire. Mentre riconsiderava ora questa possibilità, ricevette dalla madre una lettera di preavviso con la richiesta di non usare mai la parola 'nonna': insomma, un rifiuto del bambino prima ancora che nascesse. Questa lettera accrebbe di nuovo le ansie e le paure della paziente.

Per affrontarle fu introdotta una variante nel nostro procedimento ipnotico: dapprima si indusse un'amnesia generale per tutto il lavoro ipnotico effettuato in precedenza, quindi la si invitò di nuovo a parlare delle sue ansie e paure. Come v'era da attendersi, in questo stato la paziente fece un racconto simile a quello in cui aveva esposto i propri problemi prima di iniziare l'ipnoterapia.

Poi fu indotta una nuova trance in cui l'amnesia le fu tolta e venne fatta regredire a una settimana prima dell'arrivo della lettera della madre. In questo stato di ipnosi le fu chiesto di ricordare tutte le visite che le aveva fatto per anni l'amico di papà, le chiacchierate e le discussioni avute con lui. Mentre ricordava queste numerose visite e le conversazioni cui avevano dato luogo, le si diede la suggestione di esaminare le sue piccole preoccupazioni presenti alla luce di tutti quei precedenti, considerati nel loro insieme. Il fatto di porre in correlazione queste sue idee malinconiche con il passato come lo vedeva adesso originò in lei un insight e una comprensione sorprendenti, e una sensazione di benessere emotivo.

Avendo ristabilito i nuovi atteggiamenti ottenuti con il lavoro ipnotico, Erickson riportò la paziente in stato di regressione al periodo immediatamente successivo all'arrivo della lettera materna. Dopo avere espresso qualche assennata opinione sul problema della madre, le chiese di reagire come avrebbe fatto se non avesse inserito nel suo modo di pensare "tutto quello che sapeva del suo passato". Le disse di riflettere ad alta voce all'effettiva possibilità di ampliare queste sue reazioni, sino a farsi cogliere da paure e ansie esagerate, semplicemente per "mancanza di comprensione nel suo modo di pensare", e la sollecitò a esternare tali ansie "in via congetturale". La paziente allora le espresse verbalmente con le parole che, secondo lei, avrebbe potuto usare se "non avesse pensato in modo intelligente". Quest'ipotetico resoconto fu identico a quello reso originariamente, proprio prima che avesse inizio la terapia, e alla narrazione fatta in completa amnesia di tutto il lavoro ipnoterapeutico. Ma fu presentato, appunto, come un resoconto 'ipotetico', assolutamente diverso dalla nuova realtà della sua vita emotiva, la quale ora includeva i nuovi schemi di riferimento che la paziente aveva sviluppato con I'Uomo di febbraio.

Allo stesso modo furono utilizzati successivi stati di regressione. Le 'congetture' della paziente circa la possibilità di esagerare i propri timori
originarono ogni volta racconti simili a quello iniziale, fatto prima dell'ipnoterapia. Queste congetture erano sempre in netto contrasto con i suoi 'veri atteggiamenti' sviluppati con l'aiuto dell'amico di papà, l'Uomo di febbraio. Ormai lei attingeva ampiamente alla sua 'vera' storia passata, con tutte le esperienze con l'amico di papà che vi erano state interpolate. Durante questo periodo emerse una parte enorme della sua storia passata chiaramente attinente al suo intero problema attuale. Con il protrarsi di questo tipo di attività, la paziente sviluppò degli insigbt considerevolmente correttivi.

R: Ecco una svolta ingegnosa: quella che in origine era una realtà penosa diventa ora il 'resoconto ipotetico', mentre i nuovi atteggiamenti introdotti dall'ipnosi diventano la realtà stabile. Ossia, la paziente ora accoglie la più ampia disposizione a comprendere, acquisita grazie all'Uomo di febbraio, come la sua 'vera' visione delle cose, mentre considera il suo comportamento precedente come un semplice resoconto ipotetico sulla brutta situazione in cui si sarebbe potuta trovare se "non avesse pensato in modo intelligente". Con questo procedimento la si può aiutare a integrare lo schema di riferimento dell'Uomo di febbraio a un livello anche più profondo. Ed è proprio ciò che avviene, perché la paziente è già in stato di ipnosi profonda quando avverte questo capovolgimento di realtà.

Il termine della terapia: integrazione finale cosciente di tutto il lavoro compiuto in trance

Infine, a mano a mano che progrediva in questo senso, la paziente prese a parlare con sempre maggior frequenza, mentre era in trance, dell'anestesia ipnotica per il suo parto. Venne rassicurata che, con il passare dei mesi di gravidanza, ogni sua ansia sarebbe stata con assoluta certezza compresa esaurientemente e senza traumi, divenendo in tal modo una esperienza risolta e lasciando il posto alla consapevolezza che avrebbe comunque incontrato qualcuno che le avrebbe insegnato a capire felicemente se stessa. Poiché la paziente era in regressione d'età, era implicito il riferimento a Erickson come alla persona che lei avrebbe incontrato in futuro. In questo modo avrebbe ricevuto un training per diventare un ottimo soggetto ipnotico e quindi avrebbe potuto porre in atto la decisione presa al college di effettuare il parto in ipnosi.

La terapia ebbe fine in modo piuttosto semplice. La paziente fu fatta regredire al momento in cui si stava preparando a compiere la sua prima

visita nello studio di Erickson, il quale le assicurò - sempre nel ruolo dell'amico di papà - che il viaggio sarebbe pienamente riuscito in moltissimi aspetti, assai più di quanti lei potesse attendersi. Poi la scena venne spostata allo studio e la paziente fu sbalordita al trovarvi Worno di febbraio. Anche Erickson si mostrò sbalordito! La presenza di lui la sconcertava: disse che era venuta a trovare il dottor Erickson. La si assicurò che lo avrebbe visto e che egli sarebbe venuto incontro a tutti i suoi desideri, ma lei prima avrebbe dovuto dormire profondamente per qualche minuto. Durante questa trance fu impiegata una mezz'ora per darle le istruzioni affinché, dopo il risveglio, ricordasse in ordine cronologico, a partire dalla prima, ogni sua esperienza di trance, con tutti gli insight e i modi di vedere sino alla data attuale, quale risultava dal giornale che si trovava sulla scrivania. Alla conclusione della seduta le si disse di dedicare lietamente qualche giorno al riesame dei propri ricordi, con la certezza che avrebbe capito, ricordato e accettato, in modo pienamente adattívo, tutto il passato. Quanto all'anestesia ipnotica, ci poteva contare, ma i particolari sarebbero stati messi a punto nella prossima seduta.

R: Vi fu così una sommatoria per l'integrazione finale cosciente di tutta la sua terapia. Ora la paziente sa che tu hai assunto il ruolo dell'Uomo di febbraio, hai ribaltato le sue realtà e così via. Eppure ciò non pregiudica l'efficacia dei nuovi atteggiamenti e schemi di riferimento che lei ha messo a punto con il tuo aiuto. Come mai? Perché, dopo i tuoi tentativi incredibilmente complessi di creare un nuovo schema di riferimento, integrarlo, approfondirlo, termini la terapia scoprendo completamente le tue carte?

E: Perché può darsi che abbia fatto qualche errore e che ne abbia fatti anche lei. Vogliamo essere sicuri che tutti gli errori vengano corretti.

R: Non temi di distruggere il tuo lavoro terapeutico perché l'hai realmente aiutata a costruire nuovi schemi di riferimento e modi di capire che hanno modificato terapeuticamente la sua vita emotiva. C'è un netto contrasto fra questo caso clinico e quelli in cui preferisci mantenere un'amnesia per tutto il lavoro ipnoterapeutico. Che differenza c'è?

E: Per alcune personalità l'amnesia è necessaria, per altre no. Lo si capisce con l'esperienza clinica.

R: I pazienti che a tuo giudizio hanno nei confronti della terapia atteggiamenti consci distruttivi possono far meglio con un'amnesia.
E: In realtà a questa paziente fu lasciata una certa amnesia per le emozioni negative che provava verso la madre. Con la mia ultima suggestione la invitavo a "dedicare lietamente qualche giorno al riesame dei propri ricordi, con la certezza che avrebbe capito, ricordato e accettato, in modo adattivo, tutto il passato". Ciò le precludeva qualsiasi regressione nelle ansie e negli affetti catastroficamente negativi che avvertiva prima della terapia.
Il training per l'analgesia ostetrica: esame catamnestico dopo due anni

Qualche giorno dopo, nella seduta successiva, la paziente si disse interessata soprattutto a riflettere sul proprio parto in ipnosi. Dopo averne discusso a lungo con il marito, il quale per lo più si limitava ad ascoltare, aveva deciso per l'analgesia, se fosse stato possibile ottenerla. Disse che avrebbe desiderato provare nel parto sensazioni simili a quelle che provava da bambina inghiottendo una ciliegia intera o un pezzetto di ghiaccio, di cui seguiva tranquillamente e con interesse la discesa verso l'esofago. Le sarebbe piaciuto sentire allo stesso modo le contrazioni delle doglie, seguire la discesa del bambino lungo il canale del parto, avvertirvi un senso di distensione. Voleva avere tutte queste sensazioni senza quella del dolore. Quando si parlò della possibilità di una episiotomia, disse che avrebbe voluto avvertire senza dolore la sensazione del taglio e poi quella della sutura. Quando le si chiese se volesse provare in qualche momento un po' di dolore, tanto per averne l'idea, rispose: 'T dolore non dovrebbe entrare per nulla nella nascita di un bambino, che è una cosa meravigliosa. Ma ci hanno insegnato a credere nel dolore. Io voglio avere il bambino come sarebbe giusto averlo. Non voglio che la mia attenzione sia distratta, anche un solo minuto, dal pensiero del dolore". Pertanto, per venire incontro ai suoi desideri, le fu insegnato ad avere un'an-inesía ipnotica completa. (Di solito si adotta un procedimento per gradi: dall'intorpidimento all'analgesía, all'anestesia). Poiché in questo caso l'obiettivo principale era l'analgesia, fu indotta un'ampia anestesia, che fu poi trasformata sistematicamente in analgesia. (t dubbio che tale trasformazione sia riuscita completamente, ma in questo modo fu possibile esaudire i desideri della paziente e l'eventuale anestesia residua non fece che integrare l'efficacia dell'analgesia).

Quando fu sufficientemente istruita per superare i vari test clinici di analgesia, fu sottoposta a un training estensivo per lo sviluppo di una profonda trance sonnambulica postipnotica "con un'analgesia dello stesso tipo e grado di quella che aveva appreso poco prima", in modo di non aver bisogno, al momento del travaglio, di alcun ulteríore contatto con Erickson. Fu anche aggiunto che, al termine del travaglio, si sarebbe ridestata con il pieno e immediato ricordo dell'intera esperienza. Poi, tornata nella sua stanza, si sarebbe addormentata per un paio d'ore in un sonno tranquillo e ristoratore, al termine del quale il suo soggiorno in ospedale sarebbe stato quanto mai gradevole, rallegrato da lieti progetti per l'avvenire.

Circa sette settimane dopo il parto, la paziente venne a far visita a Erickson col marito e il neonato. Disse che, giunta in ospedale, era entrata in una trance sonnambulica. Il marito assisté al travaglio e al parto. Ella aveva parlato liberamente con lui e con l'ostetrico, descrivendo loro con molto interesse le contrazioni delle doglie. Si era accorta che le stavano praticando un'episiotomia e aveva visto la testa del bambino affiorare dal canale del parto, la sua fuoriuscita completa e la sutura dell'episiotomia - tutto senza provar dolore. L'espulsione della placenta provocò da parte sua la domanda se vi fosse un gemello perché ne "sentiva scendere un altro". Quando le dissero di che cosa si trattava, riuscì a ridere del proprio errore. Contò i punti di sutura e chiese al medico se non avesse 'barato' somministrandole localmente un anestetico, giacché sentiva l'ago, ma con un intorpidimento indolore simile al torpore che si avverte nella guancia dopo l'anestesia locale, dal dentista. Fu sollevata quando le si rispose che non era stata praticata alcuna anestesia locale.

Le fu presentato il bambino, lo guardò attentamente e chiese il permesso di svegliarsi. Aveva ricevuto l'istruzione d'essere pienamente in rapport con il marito e l'ostetrico, e di fare quanto fosse stato necessario per far fronte alla situazione. Pertanto, ignorando come stessero le cose, aveva badato a sopperire all'esigenza di adeguarsi alla situazione assicurandosi che essa non presentasse controindicazioni al suo risveglio. Guardò di nuovo attentamente il neonato. Poi, dopo aver detto al marito che ricordava completamente l'esperienza del parto e che tutto era avvenuto secondo i propri desideri, dichiarò improvvisamente di aver sonno. Prima di uscire dalla sala parto era già profondamente addormentata e dormì per un'ora e mezza. Il suo soggiorno in ospedale fu felicissimo.

Un paio d'anni dopo annunciò a Erickson che stava aspettando un altro figlio e gli chiese se potesse esserle impartito "un corso di aggiornamento, per sicurezza". A sopperire ai suoi bisogni bastò una sola seduta di circa tre ore, buona parte delle quali furono impiegate per acquisire informazioni sui suoi adattamenti che furono trovati eccellenti sotto ogni aspetto.
 

Problemi psicologici fondamentali della ricerca ipnotica.
Milton Erickson

 
Spesso la ricerca ipnotica e la presentazione di idee sull'ipnosi ricordano le dispute dei sette ciechi a Proposito dell'elefante. Prima litigarono ben bene, infine si misero a cercare. Uno riuscì a trovare la zanna, un altro la coda, un altro tastò il fianco, un altro ancora l'orecchio, il quinto esaminò la proboscide e così via. Poi, dopo che ciascuno ebbe completato l'esame della sua particolare parte dell'elefante, le loro dispute divennero più accese.

Accade la stessa cosa con l'ipnosi. Ciascuno ha un suo punto di vista particolare, che è necessariamente un punto di vista limitato, proprio come lo è il mio. Perciò farò ai miei colleghi una domanda cruciale: perché mai dovremmo partire dal presupposto che l'ipnosi debba per forza distorcere la realtà? Un presupposto così reciso è certo ben lontano da ogni dovere di obiettività scientifica. Potremmo affermare altrettanto legittimamente, e forse con maggior fondamento e in modo più esauriente, che l'ipnosi è uno stato in cui si è pronti a utilizzare degli apprendimenti. Perché dovremmo considerarla una distorsione della realtà invece che una specie di prontezza a usare normalmente certe capacità? Si è anche detto che I'ipnosi è un'alterazione della percezione", come se questo fosse un processo abnorme, un'accusa mossa all'ipnosi. Ma non è forse un processo che rientra nell'esperienza di apprendimento della nostra vita? E rende l'ipnosi una distorsione della realtà?

Mi è stato attribuito il proposito di usare l'ipnosi per sostenere la 'forza dell'Io' in trance profonda. Per quanto ne so, l'Io è un concetto utile e comodo, ma questo è tutto. L-Io' è una verbalizzazione per consentire una migliore comunicazione delle astrazioni impiegate nella concettualizzazione. Parlare allora di 'forza', come attributo di realtà di un'astrazione, serve soltanto a fare uscire ancor più dal seminato il pensiero scientifico.

Si è anche asserito che l'ipnosi è uno stato nel quale una persona assume la responsabilità per un'altra. Penso che questa afferinazione faccia il paio con quelle, che si presumono esplicite e specifiche, secondo le quali l'ipnosi comporta un rapporto interpersonale in cui una persona, l'operatore, ristruttura le percezioni e le concezioni di un'altra persona, il soggetto. Esaminiamo quest'asserzione per vedere se sia egualmente valida in altri campi. L'anestesiologia è un rapporto in cui una persona assume la responsabilità per un'altra. L'istruzione comporta un rapporto interpersonale in cui una persona, l'insegnante, ristruttura le percezioni e le concezioni di un'altra, l'allievo. Il pranzo comporta un rapporto interpersonale in cui una persona, la cameriera, ristruttura le percezioni e le concezioni di un'altra, colui che pranza. In altre parole, queste asserzioni, che presumono di descrivere specificamente e scientificamente l'ipnosi, hanno un'applicabilità così generale da poter essere riferite all'insegnante, all'amante, all'autista di un autobus e così via. Non si dà una descrizione scientifica dell'ipnosi fornendo come concetti profondissimi qualche vaga genericità che può essere parafrasata in un'ínfinità di modi. La scienza è un metodo con il quale ci sforziamo di ottenere una comprensione sempre più esplicita e specifica dei fenomeni, espressa in termini validi per i fenomeni stessi, non per altre cose che nulla hanno a che fare con essi.

E' stato spesso sollevato il problema dell'ipnotizzabilità generale e del suo rapporto con la salute e la malattia. t un fatto pressoché universale che noi nasciamo con due piedi e due mani, ma che rapporto ha con la salute o la malattia? Per quanto ne so, l'ipnosi, come forma di comportamento umano, è esistita sin dai primordi della nostra specie. Allora perché dovremmo isolarla dall'intera varietà dei comportamenti umani e definirla come qualcosa di altamente specifico, o anche di scarsamente specifico, in relazione alla salute mentale o alla malattia mentale, alla salute emotiva o alla malattia emotiva? Eppure è questo il modo in cui per lo più la si pensa, perché moltissima gente crede sconsideratamente che l'ipnosi sia uno stato anormale. Ci possiamo anche chiedere: le manifestazioni che si sviluppano nella trance ipnotica non sono forse i comportamenti appresi in un comune stato di veglia? Potremmo tracciare un parallelismo tra questo modo di pensare e l'asserzione che la circolazione sanguigna è altamente specifica per quanto riguarda la salute mentale, corporea ed emotiva, e che essa varia negli stati di sonno, veglia e attività. Tutto ciò è vero, ma non ci rivela nulla e non ci dà alcuna conoscenza specifica né della salute né della circolazione sanguigna sino a quando non venga approfondito in rapporto agli aspetti altamente specifici ai quali ci si riferisce.

A illustrazione di alcuni punti che intendo sostenere citerò il caso di un uomo paralizzato, costretto a letto da 15 anni. Quando lo vidi aveva superato l'ottantina. Aveva una polmonite, stava morendo e delirava. La cosa che mi lasciò stupefatto fu ciò che fece nel suo delirio. Ecco la sua storia. La madre era stata una donna religiosissima che costringeva i figli, a partire dall'età di quattro anni, ad ascoltarla nelle sue lunghissime letture quotidiane della Bibbia. Anno dopo anno, queste letture avvenivano immancabilmente ogni giorno, per cui la Bibbia era stata letta da cima a fondo più volte. Prima che la madre morisse quest'uomo aveva ascoltato quotidianamente la Bibbia per sei anni. La sua reazione alla morte della madre e a quella lettura era stata di profondo rancore e risentimento. Poi venne messo in un orfanotrofio dove non si leggeva la Bibbia, non si doveva assistere alla messa, non si andava a lezione di catechismo.

Diventò adulto conservando gli atteggiamenti acquisiti in orfanotrofio, si sposò, non permise mai alla moglie e ai figli di andare in chiesa, dichiarò che la Bibbia e la religione erano inaccettabili. Verso la settantina era stato paralizzato da un episodio cerebrovascolare e da quel momento non aveva più lasciato il letto. Poi ebbe la polmonite e cominciò a delirare, e nel suo stato delirante recitava la Bibbia, un capitolo dopo l'altro, per ore. Presi una Bibbia per controllare la sua recitazione e constatai che era esatta. Tutti i vicini sapevano che egli non aveva più preso in mano una Bibbia da quando aveva 10 anni. Nei laboratori di psicologia e in campo psichiatrico e medico ho trovato gente che sosteneva in tutta serietà: "L'ipermnesia e i fenomeni di regressione attribuiti ai soggetti ipnotici sono dubbi, discutibili, contestabili---, ed escogitava esperimenti di ogni genere per dimostrare l'impossibilità dell'iperninesia e dei fenomeni regressivi; ma, quel che è peggio, prestava fede ai risultati inadeguati dei propri esperimenti. Quel vecchio moribondo dimostrò che la regressione ai ricordi d'infanzia è un fenomeno reale. Eppure moltissimi assumono un atteggiamento di confutazione della legittimità degli esperimenti ipnotici e dei concetti con i quali si ha a che fare nell'ipnosi, nonostante la loro presenza nel normale corso degli eventi umani. Se questo vecchio malato, delirante, con una lesione cerebrale, riusciva a recuperare dei ricordi infantili, non è forse ragionevole presumere che un comportamento simile possa essere tenuto da persone giovani e sane?

Un altro esempio che vorrei citare è il caso di una paziente isterica che da nove anni sedeva su una sedia a rotelle, che si presumeva totalmente incapace di camminare, 'paralizzata'. Un giorno, dopo l'uscita della donna che provvedeva ai lavori di casa, il figlio dell'invalida, il quale si trovava sull'altro lato della stanza, azionò il motore dello strizzatoio della lavatrice e vi lasciò dentro la mano. Dalla sua sedia a rotelle all'estremo opposto, la paziente fece un balzo, attraversò la stanza e si precipitò a soccorrere il figlio; da quel momento in poi riacquistò la piena capacità di camminare e non la perdette più. Certo, l'isteria può essere definita come qualcosa di funzionale: eppure quella paralisi isterica era sufficientemente reale per governare nel modo più significativo la vita della donna. Che cosa disse la paziente circa il salvataggio del figlio? Negò di averlo soccorso ' disse che non si alzò, né poteva farlo, dalla sedia, disse che il figlio si era limitato a guardare la lavatrice. Tuttavia l'episodio era stato osservato nella sua interezza. La donna non mentiva né intenzionalmente né addirittura inconsciamente. Si manifestarono due ordini o categorie di comportamento: l'uno ebbe realmente luogo, l'altro costituì per lei una realtà intellettiva. Eppure vi sono ricercatori i quali propongono metodi di studio per accertare la 'validità' di un comportamento del genere, nonostante il fatto che esso abbia realmente luogo, e trascurano l'esigenza di gran lunga più importante di escogitare metodi e procedimenti atti a provocare queste manifestazioni per poterle studiare in quanto tali. Assai spesso lo sperimentatore dà unInterpretazione negativa dei risultati sperimentali per dimostrare l'inesistenza del fenomeno anziché l'incompetenza dei propri procedimenti.

Un caso alquanto simile è quello di jimmy. Da 30 anni jimmy era ricoverato in un ospedale statale per grave deterioramento; permanentemente seduto su una panchina, era bavoso, sciatto, sporco, proprio come può esserlo un paziente 'deteriorato'. Dalla sua documentazione clinica risultava che, sin dal ricovero in ospedale, il suo stato era rimasto costantemente basso. Era semplicemente e visibilmente un vecchio schizofrenico in preda a deterioramento senza alcuna speranza. Un giorno in ospedale scoppiò un incendio, gli infermieri del reparto si spaventarono e furono colti dal panico. jimmy balzò in piedi, andò dal primo di loro e gli disse: "Mi stia a sentire: prenda le chiavi e si vada a mettere accanto alla porta d'ingresso del padiglione". Poi andò dall'altro infermiere e gli disse: "Adesso lei prenda tutti i pazienti e li porti fuori". Poi aggiunse: "Mi dia le sue chiavi", e prese a controllare sistematicamente e a fondo ogni stanza egli stesso. Dopo essersi assicurato che non vi fosse alcun paziente spaventato nascosto in qualche angolo, chiudeva a chiave la porta e passava alla stanza successiva. Terminata quest'ispezione, uscì dal reparto chiudendosi la porta alle spalle perché nessun paziente potesse rientrarvi. Poi tornò indietro per accertarsi che i due infermieri avessero accompagnato tutti i pazienti in cortile e ne avessero cura. Fatto questo, disse: "Ecco le chiavi", ricadde nel suo vecchio 'Sé schizofrenico deteriorato' e parve perdervisi completamente. Ora questo caso può essere completamente diverso da quello della paziente isterica; ma è davvero diverso? Non può darsi forse che, quando provochiamo in ipnosi delle vistose alterazioni nel comportamento del soggetto, entrino in azione processi simili a quelli che hanno luogo in condizioni normali o patologiche, ma in forma controllata e indicativa?

Un altro aspetto di cui vorrei parlare è il condizionamento. Tutti sanno che si possono ottenere risposte condizionate nel laboratorio di psicologia. Si suona un campanello, si accende una luce, si fa questo o quest'altro. Lo si ripete per un certo numero di volte e si ha una risposta condizionata che governa il soggetto, in rapporto alla quale si possono poi fare molte cose. Penso ad Ann, che a otto anni entrò nello studio di un dentista. Era una bimbetta spaventata che strillava e si agitava perché i genitori appartenevano a quel tipo di persone i cui bambini piangevano quando li si portava dal dentista. Il dentista credeva nell'efficacia del metodo dell'asciugamano bagnato quando aveva a che fare con dei bambini urlanti. Le sbatté in faccia un asciugamano bagnato, la sollevò di peso e la mise in poltrona, la colpì di nuovo con l'asciugamano e le disse: "Ora stai zitta e buona". E Ann gli ubbidi! A 21 anni Ann entrò nello studio di un altro dentista e disse alla segretaria: "Vorrei parlare al dottore. Gli dica che sono in anticamera". La segretaria avvertì il dentista che uscì dallo studio e venne in anticamera dove Ann lo stava aspettando terrorizzata. In tono compassionevole Ann gli chiese: "Lei non mi prenderà a schiaffi, vero?". Ann era laureata, era una giovane intelligente, ma la sua paura era talmente incontrollabile da indurla a procurarsi la certezza assoluta che non sarebbe stata schiaffeggiata. Dapprima fu impossibile farle cambiare parere e il dentista faticò non poco per convincerla che la brutalità non rientrava nella pratica odontoiatríca. Dopo quell'esperienza infantile Ann non era più stata dal dentista: un'unica esperienza l'aveva condizionata completamente. Il dentista dovette darsi molto da fare per decondizionare la giovane che, in conseguenza di quell'esperienza originaria, è ora costretta a portare la dentiera.

Perché non dovremmo pensare che, se in un caso di così scarso rilievo della vita quotidiana, si possono avere reazioni di questa mole, non sia anche possibile ottenere per mezzo dell'ipnosi, in forma diretta e controllata, fenomeni vistosi di intensità ed efficacia simile? Perché non ipotizzare che le forze che condizionano le persone nella vita di tutti i giorni possano essere altrettanto efficaci in ipnosi? Le persone sono le stesse, possiedono le stesse capacità innate, e sappiamo tutti che basta un solo sguardo languido per innescare generazioni di eventi. Perché partire dal presupposto che l'ipnosi neghi la possibilità di un condizionamento improvviso ed efficace?

Mi ricordo di una bambina sui sette anni, alla quale avevo detto per scherzo, con il dito puntato nel vuoto: "Guarda laggiù quel cagnolino nero. Non è bellissimo?". Al che la piccola si precipitò a coccolarlo. Si divertì moltissimo giocando con il cane e mi divertii anch'io seguendo i risultati ottenuti da un semplice gesto scherzoso, poiché con il suo cagnolino la piccola era al colmo della felicità. Quando entrava qualcuno gli diceva: "Per favore non disturbare il cane che sta dormendo in corridoio". Per molti mesi giocò intensamente con il cane allucinato.

Ora la bambina è cresciuta e ha dei figli. Si augura che ciascuno dei suoi bambini abbia un cagnolino grazioso come quello che ebbe lei da piccola, pur riconoscendo che si trattò di un'immagine visiva o allucinazione: realissima e felicissima, comunque, come esperienza e come ricordo. Trovò che per lei quel cane era altrettanto reale nella normale vita quotidiana, in stato di veglia, quanto lo sono le immagini di un sogno durante il sonno fisiologico notturno, un sogno che può essere chiarissimo e bellissimo. E che dire poi dei compagni immaginari che hanno i bambini? Ho conosciuto una bimbetta che aveva un piccolo amico chiamato Bubu, al quale doveva essere accordato in ogni forma possibile il massimo rispetto. Ho incontrato molti individui che da bambini avevano compagni di gioco immaginari i quali erano normalmente inseriti nella loro vita infantile. Analogamente, perché non dovremmo aspettarci che un soggetto in stato di ipnosi non manifesti lo stesso tipo di comportamento normale con un realismo simile? Perché mai il bambino di viva intelligenza, una volta diventato adulto, non dovrebbe esperire di nuovo una realtà del passato con la stessa competenza con la quale l'aveva vissuta nell'infanzia? Perché dovremmo attenerci al presupposto che le immagini visive siano ostinate confabulazioni negli adulti e realtà esperienziali sviluppate spontaneamente nei bambini? Possibilità del genere vanno studiate scientificamente, non già negate dogmaticamente.

Nel capitolo del dottor Wright si discute il problema dell'arto fantasma. Nella vita comune, di tutti i giorni, possiamo incontrare persone che parlano del loro arto fantasma come di una realtà. La realtà dell'arto fantasma come fenomeno esperienziale non può essere messa in dubbio. Di dove provengono gli apprendimenti che producono un arto fantasma? Quali processi vi sono insiti?

L'arto fantasma è un fenomeno che ha luogo sia nelle persone ignoranti sia in quelle con elevata preparazione accademica e professionale in psicologia o in medicina. Vi è una certa analogia con il fenomeno della dissociazione parziale del corpo che può essere provocato in ipnosi. Probabilmente si tratta degli stessi processi mentali o di processi simili. Díssociazione, associazione e riassociazione continuano a essere una terra vergine per l'esplorazione ipnotica e si può fare assai più con la ricerca di quanto non si faccia con la fervida presentazione, senza una chiara conoscenza dell'effettivo fenomeno, di teorie personali sull'assunzíone di un ruolo e sulla simulazione. Certo, avanzare teorie e ipotesi è una soddisfazione personale, ma sarebbe assai meglio investigare i fenomeni nella loro concretezza. La ricerca va incentrata sui fenomeni, non sull'acquisizione della notorietà ottenuta arricchendo la letteratura con una ben congegnata teoria intesa a 'spiegare' qualche manifestazione che non si è esaminata. Occorrono studi approfonditi dei fenomeni ipnotici in se stessi, anziché speculazioni e dichiarazioni oziose, anche se fatte in tutta serietà. P- un'esigenza reale per il progresso scientífico.

In proposito possiamo chiederci quali siano le forze, le sensazioni, gli apprendimenti esperienziali che entrano a costituire quella che chiamiamo l'immagine corporea. Per noi tutti l'immagine corporea è qualcosa di estremamente importante. ]~ importante ricordare che, quando perdiamo un arto, o subiamo l'amputazione di una mano o di un piede, continuiamo ad avere esperienzialmente nella percezione complessiva di noi stessi, della quale non ci accorgiamo, un'immagine corporea che non ha subìto l'amputazione. Questo senso vitale di 'completezza esistenziale' del Sé viene spesso trascurato e questo sentimento dell'íntegrità del proprio Sé corporeo ci offre un altro punto da cui muovere per capire da che cosa sia costituita l'autorealizzazione. Perché la persona in trance ipnotica non dovrebbe essere in grado di sviluppare per suggestione manifestazioni che contribuiscano ad approfondire lo studio sulla natura della dissociazione, della depersonalizzazíone e dei fenomeni a esse connessi? Sono settori di ricerca essenziali tanto per la medicina quanto per la psicologia.

Ora vorrei prendere in esame un'altra errata concezione dell'ipnosi. Si domanda spesso se un dato fenomeno ipnotico sia reale oppure no. La trance ipnotica è un fenomeno valído? Per esempio, si fa una domanda dalla quale si trae l'indicazione che il non riuscire ad abbassare le palpebre o il non riuscire a sollevarle sarebbe la prova evidente di un leggero stato di ipnosi. Servirsi della chiusura delle palpebre per stabilire, seppure parzialmente, se vi sia uno stato ipnotico sembra altrettanto assurdo che stabilire se vi sia vita di movimento in base alla capacità di muoversi in direzione del nord, come se la direzione fosse attinente alla mobilità. Un minimo di esperienza sull'ipnosi rivela che i soggetti ipnotizzati possono aprire, chiudere o tenere chiuse le palpebre, come fanno del resto in stato di veglia. Perché allora in vari libri sull'ipnosi, in vari studi sperimentali, ci si sforza di definire

l'ipnosi in termini di presenza o di assenza di frammenti di un comportamento isolato, senza alcuna necessaria connessione con l'ipnosi stessa? Si sono escogitate intere classificazioni intese a dimostrare che nella trance leggera troviamo i fenomeni W, 'B' e 'C', nella media i fenomeni 'D', 'E' e 'F, e nella profonda i fenomeni 'G', 'H' e T, come se si trattasse di una legge assoluta, come se il comportamento umano seguisse sequenze rigide e relazioni altrettanto rigide.

Alcuni cercano di stabilire la presenza dell'ipnosi in termini di sequenze comportamentali, di situazioni selezionate o di rapporto ínterpersonale (quasi che il fatto che il soggetto sia alto, con gli occhi azzurri, e l'operatore basso, con gli occhi scuri, abbia importanza perché si realizzi una particolare forma di ipnosi). Ci si sforza anche di definirla in speciali termini descrittivi validi tanto per l'ipnotista quanto per il soggetto.

L'ipnosi è anche erroneamente definita in termini di scopi da conseguire, come se potessimo avere un'ipnosi 'medica', un'ipnosi 'dentaria' e un'ipnosi 'psicologica'. Sarebbe come defìnire in chirurgia l'anestesia come 'anestesia del rene destro', 'anestesia del rene sinistro' e ,anestesia della resezione gastrica'. L'ipnosi non va definita nei termini dell'interesse degli operatori né in base a punti di vista particolari. Quest'asserzione serve unicamente come introduzione a un altro punto interessante, ossia l'interruzione dell'ipnosi se certi fenomeni non sono costantemente presenti. Per esempio, si sostiene dogmaticamente che, se la catalessi non è costantemente presente, o se non sono costantemente presenti certi fenomeni postipnotici, è dubbio che vi sia ipnosi. In altre parole, si asserisce troppo spesso che vi sono delle buone ragioni per dubitare dell'ípnosí, a meno che non siano presenti certi fenomeni ipnotici scelti a caso. Allo stesso modo potremmo dichiarare con eguale credibilità che, poiché la vista, l'udito e gli arti sono universalmente presenti negli esseri umani, la mancanza congenita di una o più di tali entità solleverebbe in una mente 'scientifica' seri dubbi sulla possibilità di riconoscere una creatura umana nell'individuo che ne sia privo.

Vi è la tendenza a verificare i fenomeni ipnotici con test non specifici per determinare risultati specifici, con la conseguenza di risultanze negative e quindi di false conclusioni negative. Per esempio, la verifica dell'anestesia con uno psicogalvanometro può provare la presenza di una risposta dei tessuti e di un comportamento neurale, ma ciò non è necessariamente dolore. Eppure, siccome lo psicogalvanometro può presentare delle fluttuazioni, se ne può trarre la conclusione che non vi è anestesia ipnotica, che il soggetto sta inventando o simulando o rappresentando un ruolo. L'ovvia eventualità che lo psicogalvanometro possa anche indicare sensazioni e reazioni diverse dal dolore può essere facilmente trascurata. Uno stimolo doloroso non è necessariamente uno stimolo puro e si possono registrare risposte diverse da quelle bloccate dall'anestesia. La semplice creazione di un test, per quanto seriamente possa essere stato elaborato, non implica che esso sia applicabile o indicativo. Per esempio, persino i questionari e gli altri studi del genere, che si basano su opinioni ricercate con cura, non servono a definire i fenomeni ipnotici, anche se possono riepilogare assai bene l'opinione di persone più o meno informate.

So per esperienza clinica che esiste un fenomeno come l'anestesia psicologica. Ricordo il caso di un reduce del secondo conflitto mondiale con un eccellente passato di guerra il quale, mentre frequentava il college, fece un salto dal primo piano, cadde a terra, si rialzò e se ne tornò a casa. Il giorno dopo aveva un piede e la caviglia talmente gonfi che fu costretto ad andare alle lezioni con una pantofola. Qualche tempo dopo, poiché il gonfiore non diminuiva, si recò all'ospedale della Veterans Administration, dove lo visitai. Mentre attraversava la stanza si udì chiaramente uno scricchiolio. La radiografia rivelò la presenza di fratture comminute della caviglia e delle ossa del piede. Quando lo seppe, il paziente esclamò meravigliato: "Ma io credevo che le ossa rotte facessero male".

Alla visita medica risultò chiaramente la completa perdita di ogni sensazione - tattile, di pressione, di caldo e freddo, di vibrazione - in tutta la parte inferiore della gamba sino a una decina di centimetri dalla rotula. Al di sopra di questo livello la sensibilità era normale. Era chiaro che il paziente, il quale sosteneva di non provare alcun dolore alla caviglia fratturata, aveva sviluppato, evidentemente al momento della frattura, un'anestesia isterica profonda e incontrollata che nondimeno risultava nettamente sul piano fisico. Così come si possono avere manifestazioni di questo tipo, per sviluppo spontaneo, in persone con precedenti 'normali', può essere provocato a scopo di studio scientifico un fenomeno ipnotico simile, di eguale efficacia. Il semplice fatto che si possano sviluppare condizioni analoghe tanto nella vita quotidiana quanto negli stati ipnotici dovrebbe costituire una sicura garanzia per considerare quelle dello stato di ipnosi sufficientemente valide per giustificarne l'esame scientifico.

L'ipnosi è uno stato di consapevolezza, un preciso stato di consapevolezza con tipi speciali di consapevolezza. 1 soggetti ipnotici non sono inconsci in alcun senso del termine. Sono invece estremamente consapevoli di moltissime cose, eppure riescono a essere inconsapevoli di moltissime altre cose. Possono dirigere e ridirigere la loro attenzione in maniera notevole, come di solito non riusciamo a fare in stato di veglia, mentre vi riusciamo nello stato onirico notturno che è una forma di attività cerebrale. Possono fare lo stesso tipo di cose che fanno in stato di veglia, ma spesso in maniera più intenzionale, controllata e diretta. Consideriamo, per esempio, tutte le cose che ci sfuggono nel nostro presente stato di consapevolezza conscia. Abbiamo dimenticato le scarpe che calziamo, il colletto intorno al collo, gli occhiali sul viso? Certo, e ce ne dimenticheremo ancora più volte, ma non consciamente a richiesta. Possiamo star seduti con un nuovo amico di cui conosciamo il nome, quando tutto a un tratto sopravviene un'altra sequenza di pensieri e constatiamo di averlo dimenticato: cosa che facciamo con facilità, involontariamente, in stato di veglia, ma che possiamo fare con la stessa facilità in ipnosi a semplice richiesta. Molto probabilmente si tratta degli stessi processi mentali. P necessaria una ricerca approfondita per definire queste manifestazioni.

Vi è anche il problema del dolore. Più volte si è usata con successo l'ipnosi per alleviare o persino per eliminare il dolore di malattie croniche gravi, e con un successo sorprendente in certe affezioni estremamente dolorose allo stadio terminale. La realtà clinica del sollievo dal dolore è indiscutibile, ma la comprensione scientifica di ciò che avviene, e in che modo, lascia molto a desiderare. Le esigenze cliniche della situazione impongono il ricorso a ogni suggestione ritenuta efficace, mentre l'approccio 'scientifico' dev'essere 'controllato e sistematico'. Ma è una situazione in cui sono in gioco la vita e la sofferenza di un essere umano, e il progresso della conoscenza scientifica oggettiva non è lo scopo principale. E' un fatto che non deve impedire di accettare la constatazione che il dolore può essere eliminato o alleviato, né si devono respingere questi risultati come 'simulazione' o 'rappresentazione di ruoli', perché non è stato effettuato uno 'studio controllato dei singoli aspetti'. Il problema è: il ricercatore è in grado di elaborare uno studio o un'analisi sperimentale che permetta di dar conto della validità dei risultati clinici ottenuti invece di respingerli in quanto imputabili a fattori non conosciuti né conoscibili? Il vero compito della ricerca scientifica è di adeguarsi ai problemi esistenti, non di limitarsi a formulare ipotesi da sottoporre a esame.

Il dolore del cancro è una realtà esperienziale. Troppo spesso si avanza l'ipotesi acritica che il dolore sia una pura e semplice sensazione, e vada quindi sottoposto, come tale, a test di laboratorio. Come clinico constato che i pazienti designano il dolore con una grande dovizia di aggettivi - bruciante, montante, tagliente, pulsante, sordo, greve, lancinante - e quindi, sempre come clinico, offro suggestioni dirette non soltanto al dolore, ma a quelli che presumo siano gli aspetti o attributi del dolore. Parto dal presupposto che, se un aspetto del dolore può essere alterato, può essere cambiata l'intera esperienza del dolore. Clinicamente le cose stanno così. La ricerca di laboratorio ha il compito di scoprire che cosa avviene realmente, non di sminuire l'esperienza del paziente. Inoltre il dolore non è soltanto esperienza di una realtà immediata, ma è interpretato talvolta in termini di esperienze del passato, come pure di previsioni per il futuro. Il clinico sa che il paziente affetto da una dolorosa malattia terminale soffre per il dolore che prova in quel momento, al quale si aggiunge il ricordo del dolore passato e la previsione di quello futuro. Pertanto il clinico che usa l'ipnosi per alleviarlo conosce l'importanza delle suggestioni di amnesia per il ricordo del dolore passato come mezzo per ridurre quello attuale. Altrettanto importanti sono le suggestioni che mirano a impedire la previsione del dolore futuro.

Come esaminare gli 'schemi di riferimento' entro i quali il paziente considera e sperimenta il dolore in laboratorio, dove esso è visto come la risposta di uno specifico tipo di nervo a uno stimolo dannoso? Il clinico deve formulare un approccio generale e il ricercatore di laboratorio, che voglia contribuire alla comprensione del comportamento e dell'esperienza degli esseri umani di fronte al dolore, deve escogitare dei procedimenti sperimentali in grado di misurare questi aspetti.

Per di più, mentre l'alleviamento o l'eliminazione del dolore, specie con i farmaci, sono i metodi di cura tradizionali, il modo spontaneo, naturale di trattarlo comporta una gran quantità di reazioni comportamentali, come la distrazione dell'attenzione dal dolore, l'aninesia, la dissociazione, lo spostamento, lo sviluppo di un'analgesia o di un'anestesia e la reinterpretazione delle sensazioni. Clinicamente, e attraverso la nostra esperienza quotidiana, sappiamo che si possono avere i tipi di comportamento più vari. Nell'uso clinico dell'ipnosi abbiamo l'obbligo di essere consapevoli di queste possibilità e di utilizzarle. Nella ricerca psicologica effettuata scientificamente in laboratorio si ha l'obbligo di studiare come un fenomeno la reinterpretazione, diciamo, del dolore, in quanto fenomeno scientificamente valido di per sé.

L'ipnosi, permettendo all'individuo di ritrovare e utilizzare singolarmente e collettivamente la gran massa degli apprendimenti corporei accumulati attraverso gli anni in forma frammentaria, offre allo scienziato che opera in laboratorio infinite occasioni di selezione ed esame delle manifestazioni individuali. In questo modo essa fornisce un mezzo per giungere alla comprensione definitiva dei processi insíti nello sviluppo dei vari fenomeni del comportamento. Ma è un risultato che ovviamente non si potrà ottenere se lo scienziato formula un'ipotesi su come dovrebbero essere le cose e poi rivolge l'attenzione ai soli aspetti che collimano con questa ipotesi e scarta quelli che non vi si adeguano:

come avviene nel caso di coloro i quali sostengono che l'ipnosi è una rappresentazione di ruoli e invalidano ogni fenomeno ipnotico che dimostri il contrario, o di coloro i quali affermano che l'ipnosi è un fenomeno di regressione e ignorano la gran massa dei fenomeni ipnotici chiaramente non regressivi.

Forse la cosa più importante da dire sulla ricerca ipnotica è che vi è un fenomeno di comportamento e di esperienza che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, possiamo definire nel modo migliore con il termine di 'ipnosi'. Non abbiamo niente da guadagnare dicendo che non esiste qualcosa di simile all'ipnosi, che l'ipnosi non è ipnosi, ma semplicemente qualcos'altro; proprio come non abbiamo niente da guadagnare dichiarando enfaticamente, in base a 'prove' di lunga data, che il ferro, essendo più pesante dell'acqua, andrebbe a fondo, e che le macchine, essendo più pesanti dell'aria, non riuscirebbero a volare.

Dobbiamo invece muovere dal presupposto che certe forme di comportamento e di esperienza, le quali differiscono dalla normale consapevolezza conscia, possono essere chiamate di comune accordo ipnosi : Su questa base vi potrà essere uno studio sistematico dei singoli aspetti che si manifestano in vario modo. Ciò sarebbe assai più redditizio che formulare una definizione la quale pretenda di abbracciare nel loro complesso un insieme di fenomeni che avvengono in un essere umano, specie per il fatto che tali fenomeni sono scarsamente compresi e sono resi manifesti da una personalità umana che è qualcosa di assai meno compreso.

Vorrei esaminare altri due argomenti attinenti alla ricerca sull'ipnosi, cui ho già accennato più volte di sfuggita, più o meno indirettamente.

In primo luogo la questione di come vada studiata scientificamente l'ipnosi. Per ottenere dei risultati non basta semplicemente predisporre con ogni cura test, misurazioni e procedimenti e poi applicarli ai fenomeni. Questo è solo un inizio, un metodo per scoprire se un test possa essere utile. 1 test sul peso specifico del ferro a fronte del peso specifico dell'acqua non hanno dato risultati informativi ai fini delle costruzioni navali sino a quando lo studio della forma che avrebbe dovuto assumere il pezzo di ferro non è diventato una parte essenziale deTindagine. Accade la stessa cosa per l'ipnosi. Quali sono le tenui figure, forme, variazioni e le considerazioni in apparenza astratte che rendono possibili realizzazioni concrete? La buona disposizione ad accettare anziché scartare, a esaminare anziché denigrare, ogni aspetto del comportamento che sembri aver rapporto con l'ipnosi è la cosa più importante. Dobbiamo convincerci che esistono cose che non conosciamo o non capiamo e che, siccome non le capiamo, non dovremmo cercare di offrire formulazioni che abbiano la pretesa di cogliere nella sua totalità un fenomeno come l'ipnosi, ma dovremmo sforzarci invece di individuarne le manifestazioni in quanto tali ed esaminarle nei loro rapporti reciproci.

Vi è infine un altro settore di importanza vitale per la ricerca, sia clinica sia di laboratorio. In ogni tempo ci si è sempre rigorosamente attenuti a metodi di induzione di trance formalizzati, ritualizzati, tradizionali, come se l'ipnosi fosse un fenomeno che dipende dal fatto di pronunciare certe parole in un certo ordine, mentre il soggetto sta in una certa posizione ed esegue fisicamente certe azioni prestabilíte. Troppo spesso si è completamente trascurato che l'ipnosi, come il sonno fisiologico, è un processo comportamentale che può aver luogo in circostanze estremamente varie. In genere il sonno fisiologico ha luogo più facilmente se si è sdraiati a letto, ma ci si può addormentare anche durante una conferenza, alla guida dell'auto o quando si è colti da una rabbia impotente contro qualcuno. Quel che ha importanza è ciò che avviene effettivamente durante il sonno fisiologico, non i suoi aspetti esteriori, anche se ogni tipo di aspetto esteriore può essere significativo. Avviene la stessa cosa per l'ipnosi. I procedimenti di induzione hanno la loro utilità, ma resta il quesito: "Che cosa succede veramente quando si entra in ipnosi?". Il procedimento di induzione crea un ambiente, ma soltanto un ambiente, in cui può svilupparsi l'ipnosi; fornisce un periodo di tempo durante il quale essa si sviluppa; offre varie distrazioni che assorbono l'attenzione del soggetto mentre essa ha luogo, ma il problema è: "Che cosa avviene realmente nel soggetto quando l'operatore si dà da fare con la recitazione rituale di una formula di procedura che ha imparato?".

E' un campo di ricerca che riveste un'importanza enorme per stabilire la natura scientifica e il carattere dell'ipnosi in sé. Ma ogni tentativo di studiarla in relazione alla fissazione degli occhi o al rilassamento del corpo non fa che creare confusione; è come se si cercasse di studiare il sonno fisiologico in termini di: (1) letto d'ospedale; (2) sedia di sala di studio, ecc.

Che cos'è in se stessa l'ipnosi, quali processi avvengono nel soggetto, in che maniera il corpo altera la propria funzionalità normale e da quali apprendimenti esperienziali del passato ha imparato a funzionare così, sono solo alcuni degli interrogativi del ricchissimo campo in cui condurre la ricerca sull'ipnosi. In breve, dobbiamo considerare la ricerca sull'ipnosi non nei termini di ciò che pensiamo, escogitiamo e ipotizziamo, ma nei termini di ciò che possiamo scoprire su quell'eccezionale, vario e affascinante tipo di comportamento che possiamo riconoscere come uno stato di consapevolezza suscettibile d'essere diretto e utilizzato secondo le sue leggi intrinseche ma sconosciute.