Teoria
dell'osservatore
Tra percezione ed illusione: “ovvero l’arte di
raccontarci le storie”
"Tutto ciò che è
detto è detto da un osservatore ad un altro osservatore che
può essere l'osservatore stesso" H. Maturana e Francisco
Varela
La nostra
individualità non si basa sul puro e semplice accumulo di
esperienze, ma anche e soprattutto sul modo in cui queste
vengono collegate tra loro: l'io è più il prodotto della
storia che ci raccontiamo, attraverso cui attribuiamo
significati e manteniamo una coerenza col succedersi dei
fatti della nostra vita, alla messa in atto dei
comportamenti, a desideri, decisioni, che ci rendono
quotidianamente il senso di noi stessi, la consapevolezza
del nostro vivere, del cambiare pur rimanendo noi
stessi.
L’identità
ci appartiene e noi apparteniamo ad essa, la difficotà al
cambiamento, di qualunque tipo e natura è dato da questo
livello di implicazione, noi ci muoviamo nell’ambiente
attraverso le relazioni partendo dalla nostra prima
relazione significativa, la nostra “narrazione”, la storia
ci racconta e lo fa attraverso l’identità stessa, noi
desideriamo, cerchiamo, necessitiamo le relazioni che
mantengono la nostra stessa identità, la difficoltà è
uscire da questo dominio di riferimento pur mantenedo un
dominio esistenzialmente significativo, coerente e di cui
abbiamo consapevolezza, la complessità del mantenerci in
questo stato di coscienza portando con noi la “logica”
necessaria al nostro esistere determina la complessità con
cui siamo fatti.
Ecco
il motivo per cui non possiamo operare nella semplicità di
una logica lineare, ma viviamo mantenendoci in un universo
emotivo di coinvolgimento complessivo, noi siamo il
prodotto, relazione di parti, della complessità operativa a
cui apparteniamo, ogni parte di noi vive della relazione
che mantiene con le altre parti, non ci manifestiamo come
oggetti separati, bensì come relazioni, la nostra vita
coincide con le nostre relazioni, le nostre esperienze
manifestano un mondo di relazioni significative tra le
infinite possibili a cui potremmo far
riferimento.
Il
filosofo Daniel Dennett ha usato una bella analogia,
secondo la quale il cervello «tesserebbe» storie sulla
nostra identità come il ragno tesse la sua tela senza
essere cosciente di farlo o senza farlo deliberatamente:
l'io e la coscienza che ne abbiamo non sono la causa, ma il
prodotto delle storie elaborate dalla nostra mente, le
nostre esperienze mentali, qualunque esse siano o possano
essere, determinano il mondo così come lo esperiamo
rimanendone profondamente influenzate. Questo punto di
vista appare complesso, ma ognuno di noi, nel sogno, anche
durante lo stato di veglia, è preda di storie elaborate dal
cervello al di fuori della nostra coscienza, storie che
possono essere popolate dagli stessi personaggi ma
riguardare trame ed esiti infiniti, storie che lasciano una
traccia nella nostra psiche. Le storie di ogni singolo
individuo, non sono poi tanto diverse dalle storie
«mitiche», anche in culture differenti si raccontano storie
e miti che danno un senso alla nostra vita: storie di dei,
di incesti e parricidi, di amori, di vita e di
morte.
Senza quest'attività fantastico
onirica, di fabbricazione dei miti, non esistono culture
che si caratterizzino con una propria identità collettiva,
come non esistono individui dotati di un sé individuale, di
una coscienza della propria esistenza senza che questi
posseggano una loro modalità descrittiva, una loro
narrazione.
Mano
a mano che gli anni passano, le storie che ci raccontiamo
attecchiscono al muro della vita come un edera, posseggono
una loro logica interna, sono “memi” che ci trascinano nel
loro significato, ci impongono la loro coerenza
restituendoci la consapevolezza del nostro esistere,
lasciandoci con ua logica che accetta di farsi plasmare
dalle emozioni e dalla nostra
creatività.
Secondo
Maturana e Verden-Zöller (H. Maturana e G. Verden-Zöller
1993) l'esistenza umana ha luogo nello spazio relazionale
del "conversare". Questo significa che, anche se da una
prospettiva biologica noi siamo Homo Sapiens Sapiens, il
nostro modo di vivere, cioè la nostra condizione umana - si
forma nella nostra trama di relazioni con gli altri e col
mondo che costruiamo nella nostra vita quotidiana
attraverso il "conversare". Maturana sostiene che una
cultura è una rete chiusa di "conversazioni" e che un
cambiamento culturale ha luogo in una comunità umana quando
la rete di "conversazioni" che la definisce come tale
cambia. Una cultura come una rete di "conversazioni"
(coordinazioni di "linguaggiare" ed "emozionare") è
conservata quando i membri della cultura diventano membri
di quella e la realizzano nel viverla. Come tale,
l'identità dei membri di una cultura emerge continuamente
di nuovo allorché vivono la cultura che integrano. Tale
identità può cambiare se le persone modificano la rete di
"conversazioni" alle quali partecipano. La loro identità
(emozionale e comportamentale) non preesiste come
caratteristica della cultura, ma emerge momento dopo
momento allorché loro stessi generano con il proprio
comportamento quella cultura a cui
appartengono.
Le
storie che ci raccontiamo, che tessiamo come ragnatele
della nostra stessa vita, cioè le memorie autobiografiche,
possono avere valenze diverse, denunciare diversi punti di
vista da parte del nostro stesso io, possono essere
«scomposte» in due storie differenti, come esterna o
interna a noi. Pensate, per esempio, alla ultima volta in
cui vi siete innamorati di qualcuno, cosa vi state
raccontando? Probabilmente ricorderete l'atmosfera, gli
scenari che si sono creati, una discussione piacevole, una
frase detta, sensazioni provate da voi in prima persona.
Immaginate ora che qualcuno vi chieda di descrivere la
stessa situazione da un punto di vista esterno:
probabilmente comincerete a tracciare mappe temporali e
logiche consequenziali, a identificarvi, a rivedere il
tutto dal vostro punto di vista attuale.
Il ricordo, anche se riguarda un
episodio autobiografico, ha connotazioni diverse nel caso
in cui contempli un punto di vista distaccato, da
spettatore. Numerosi studi indicano che entrambi, il
ricordo dall'interno e quello dall'esterno, sono soggetti a
variare nel tempo, implicano aggiunte oppure omissioni,
rimaneggiamenti, sino a giungere a una vera e propria
ristrutturazione del ricordo stesso, tanto più se un
episodio della vostra vita viene spesso
rivisitato.
Se
cambiamo ordine mentale, se cambiamo dei presupposti ci
racconteremo un'altra storia ancora... Esistono storie
necessarie, vere o false che siano, esistono storie che
raccontate agli altri su voi stessi danno un'immagine
ideale di voi sono storie di fantasia, ma sono un pezzo di
noi che ci sprona a mantenerci all’altezza dei nostri
sogni, questo alimenta la forza con la quale portiamo
avanti le nostre esperienze.
Secondo Maturana, ciò che è
implicato quando parliamo di emozioni sono le dinamiche
corporee che specificano il dominio delle azioni nelle
quali l' organismo si muove. Per Maturana l'emozione
definisce l'azione. E' l'emozione che specifica quando un
dato gesto è una aggressione o una carezza. Secondo
Maturana noi siamo sempre in una dinamica emozionale, in un
flusso da un dominio di azioni all'altro all'interno della
storia di interazioni ricorrenti nella quale viviamo. Di
più, Maturana sostiene che noi impariamo il nostro
"emozionare" nel vivere con gli altri fin dall'utero
(Maturana and Verden-Zöller, 1993).
Nell'opinione
di Maturana, quando "linguaggiamo", il nostro
"linguaggiare" ed "emozionare" sono interlacciati, di tal
maniera che il nostro fluire emozionale è condizionato dal
nostro "linguaggiare" così come il nostro "linguaggiare" è
condizionato dal nostro fluire emozionale. Le nostre
emozioni, così come quelle degli altri, si modificano in
virtù delle nostre parole, e le nostre parole si modificano
come risultato del cambiamento nelle nostre emozioni. Nella
nostra opinione, questo è ciò che accade tra lo
psicoterapeuta e il paziente, allorchè l'emozionare e le
parole di entrambi, paziente e psicoterapeuta, cambiano
come risultato della propria interazione. Secondo Maturana,
c'è una interrelazione integrale tra l' emozionare e il
"linguaggiare" sin dalla fanciullezza, di modo che ciò che
è conosciuto come fenomeno cognitivo è, dal proprio inizio,
una unità tra l' emozionare e l'intelligere nel fenomeno
della conoscenza.
La
nostra mente è come un tunnel dal quale non possiamo
sottrarci, non possiamo prescindere da come siamo fatti,
ecco l’impellenza che Humberto Maturana ci manifesta nel
concetto di organismo autopoietico, detto diversamente,
individuo auto riferito, riferito dalla sua organizzazione
interna.
Un
tipo comune di tunnel della mente è legato al fatto che
siamo più sensibili ai termini in cui ci viene presentato
un problema che alla sua logica interna: cadiamo così con
notevole facilità nel cosiddetto «framing», cioè in
tranelli logici. Molti di noi, ad esempio, possono restare
più favorevolmente colpiti dal chirurgo che dice «la sua è
una malattia grave, ma esiste un nuovo tipo di intervento
chirurgico che in un terzo dei casi salva la vita»,
piuttosto che dal chirurgo che dice «la sua è una malattia
grave, in due terzi dei casi gli interventi falliscono». In
realtà non esiste nessuna differenza tra i vantaggi dei due
interventi, entrambi hanno una probabilità di successo in
un terzo dei casi, eppure se siamo emotivamente coinvolti
ci facciamo suggestionare, almeno in una prima reazione,
dal framing positivo del primo chirurgo.
Numerosi esempi di framing
relativi alla «irrazionalità» delle scelte sono stati messi
in luce da Amos Tversky e Daniel Kalmernan: uno di essi è
noto come «il problema dell'asiatica» (da una grave
epidemia influenzale degli anni Sessanta): «Immaginate che
il sistema sanitario si prepari ad affrontare un'epidemia
di influenza asiatica che farà 600 vittime e che siano
possibili due scelte diverse, due programmi di intervento
entrambi rigorosamente valutati:
l.
Con il programma A si salveranno 200
persone.
2. Con il programma B
esiste 1/3 di probabilità di salvare 600 persone e 2/3 che
nessuno si salvL
Sottoposto a questa scelta, il
72 % degli intervistati preferisce quella che dà maggiori
sicurezze, cioè il programma A.
Se
però si cambia il framing delle domande, le risposte
variano notevolmente rispetto al primo caso, anche se il
problema è lo stesso. In questo caso, però, le domande sono
queste:
1.
Con il programma C moriranno 400
persone.
2. Con il programma D
esiste 1/3 di probabilità che nessuno muoia e 2/3 di
probabilità che muoiano 600 persone.
Anche se i termini del problema
nelle opzioni C e D sono numericamente equivalenti a quanto
avviene in A e B, il 78% delle persone è ora favorevole al
rischio e preferisce la scelta «azzardata» D alla certezza
della morte di 400 persone dell'opzione C. La nostra mente
viene quindi sviata dal modo in cui ci rappresentiamo ‑ o
ci viene rappresentata ‑ la realtà, il che indica che
quando ci troviamo in presenza di situazioni caratterizzate
da una certa complessità conviene
riflettere...
Questo breve esempio ci puo’ far
riflettere sulla delicatezza strutturale del nostro operare
cognitivo, illusione e percezione sono sempre presenti e
molto spesso risultano indissociabili tra
loro.
Un
altro contributo fondamentale dell'esperienza di Maturana
alla comprensione dell'esistenza umana è che l'esperienza
umana (un'opera di autodistinzione) è una condizione
primaria per spiegare la cognizione come fenomeno
biologico. Ciò significa che noi spieghiamo le nostre
esperienze con le nostre esperienze. A questo livello di
esperienza non è possibile distinguere tra illusione e
percezione. In virtù del fatto che è solamente attraverso
il linguaggio che gli esseri umani possano esplicare le
proprie esperienze e assimilarle nella propria prassi del
vivere, comprendere è vedere una esperienza in un contesto
più grande di esperienze nel dominio delle "conversazioni".
Tutto il riordinamento razionale cognitivo che possiamo
elaborare è basato sopra tacite premesse fornite dalle
esperienze immediate ed emerse poi nel "linguaggiare" e
nell'"emozionare".
Secondo
le parole di Maturana: "Tutto il sistema razionale è
fondato su premesse fondamentali accettate a priori
attraverso le preferenze (emozioni) di ciascuno, ed è per
questo che non è possibile convincere a nessuno con un
argomento logico se non c'è una accettazione comune a
priori di queste premesse basiche" (H. Maturana, 1988, p.
17).
Dalla
prospettiva della psicoterapia, questa affermazione
invalida la prospettiva razionalista che sostiene come sia
possibile modificare le emozioni dei pazienti attraverso la
pratica della logica umana (Ellis, 1985; Beck, 1976). Un
tal cambiamento è possibile solo se il paziente modifica le
proprie premesse accettate emozionalmente attraverso l'
"emozionare" implicito nelle interazioni con lo
psicoterapeuta durante la conversazione logica e razionale,
o meglio che mai attraverso lo strumento che più di tutti
linguaggia ed emoziona muovendoci in un mondo di creatività
e sogno, leggeri come una foglia che sembra non posarsi mai
mossa com’è dalla forza della nostra
mente.
La realtà è
consenso: con l'ipnosi oltre la cortina
dell'ovvio
Pur
trovando ancora molte convinzioni radicate sull'idea di una
realtà oggettiva, che esiste indipendentemente
dall'osservatore per rendere chiaro il concetto, la realtà
sta perdendo le sue connotazioni di "pensiero forte" per
vestirsi dell'idea di "pensiero debole", dove per debole
non intendiamo un idea fragile di realtà, bensì
consideriamo l'idea di una realtà costituita da principi
aggregativi e partecipativi, piuttosto che uno scontato
monolita oggettivo.
Realtà
= comunità più direttamente comunità come comune unità su
principi, (regole), percettivi e descrittivi, ecco il senso
della complessità e della ricchezza collaborativa al senso
stesso della realtà, non è possibile prescindere dal senso
condiviso, dalla vita comunitaria per avere, possedere e
dunque contenere in se stessi l'idea di realtà, un oggetto
quasi inafferrabile dal momento che dipende dalle infinite
descrizioni a cui è sottoposto
quotidianamente.
Un
universo è reso possibile solo nel momento che se ne coglie
il pluriverso ad esso intrinsecamente collegato, la nostra
percezione multiforme della realtà è conseguenza della
nostra capacità compositiva di ciò che raccogliamo delle
nostre esperienze sensoriali, ogni organo sensoriale
accompagna, precede, coincide con ciò che c'è stato
descritto attorno a noi, un continuo lavoro interpretativo
affinato dalla personale cultura di riferimento, costruisce
dentro e fuori di noi quelle idee che descrivono,
confermando, ciò che ci circonda, lo stupore accorda le
nostre esperienze passate al nuovo e ci avvicina a qualcosa
che, almeno inizialmente, sa più di magico che di reale,
poi, poco alla volta, fatti i primi passi ecco giungere un
forte coinvolgimento aggregativo verso un senso condiviso
ed accettato per la maggioranza che diviene un punto fermo
sul quale stabilire nuovi punti di intesa, negoziando,
patteggiando, modificando e modificandosi alla presenza
delle percezioni esterne alla nostra.
Le
esperienze dell'ipnosi, la costruzione di uno stato
mentale, centrano molto bene il concetto di aggregazione,
attorno ad una monoidea, da parte di un singolo o di un
gruppo, le idee si strutturano in itinere, non rimangono
come nascono, si compongono, si aggregano, trovano la loro
forza nell'aggregazione, più descrizioni concorrono alla
realizzazione di una singola monoidea, le continue
oscillazioni descrittive variano da soggetto a soggetto,
variando a loro voltai soggetti produttori stessi, in un
continuo rimaneggiamento tra possibile e plausibile, alla
fine divengono credenze, convinzioni radicate che un
soggetto "portatore sano" veicola, anche per lunghi
periodi, tra altri soggetti.
La
realtà si compone più di elementi di fascinazione che di
oggettività, essendo l'oggettività stessa frutto di accordi
di comunità, quando si parla di oggettività scientifica ci
si riferisce ad accordi presi dalla cosiddetta "comunità
scientifica", la fascinazione, il rimanere affascinati da
un idea, o da un complesso di idee, è di tutte le persone,
scienziati e non, semplicemente se si rimane affascinati da
proprie monoidee, senza portarle a conoscenza degli altri,
non si coinvolge la pubblica opinione, dunque non si crea
consenso, la conseguenza è che qualcosa non
esiste.
L'esistenza
o meno di qualcosa dipende dall'"emergenza descrittiva",
(emergere come far venire a galla), quella capacità
linguistica che conoscono molto bene e che in termini
giornalistici passa sotto il concetto di
fatto.
Un
fatto, nella cronaca giornalistica passa per essere
l'elemento da descrivere, la prima regola aurea del buon
giornalista è considerare la realtà come qualcosa da
descrivere pari pari a come è, un fatto per il giornalismo
è come è, oggettivo e dunque unanimamente
descrivibile.
La
visione costruttivista mette in guardia dalle "facilità
descrittive" cui solitamente siamo abituati, un fatto è
come lo dici, come lo descrivi e lo accompagni nella
descrizione stessa, dipende da molti fattori che non
possono che risultare soggettivi, anche quando la mole di
elementi descritti, come nel caso di descrizioni visive,
uso di vari strumenti di memorizzazione di immagini, è
molto ampia.
Ogni
esperienza va accuratamente riportata a colui che la
percepisce, sono li che si presentano gli elementi di
realtà, la realtà è presente nell'osservatore, non
nell'elemento osservato, questa è la grande rivoluzione a
cui assistiamo nel momento che l'accordo che si raggiunge
nello studio dei processi mentali, da parte della comunità
scientifica, prendono forma.
E'
indubbio che ci troviamo nel mezzo di un grande
rimestamento delle opinioni condivise e diffuse, da un lato
forme arcaiche di oggettività e dall'altra novità
impellenti e continue di senso e consenso spinte da matrici
magico-religiose; in altre parole si assiste ad
esagerazioni da un lato e dall'altro, non si crede più a
niente o si crede a tutto, indistintamente, manca la
filosofia dell'accordo, la realtà del consenso condiviso,
la realtà è frutto di un continuo opinionare, ha gioco
sugli altri chi ha modo di spendere la propria opinione tra
un maggior numero di persone, diventando referente sempre
più indiscusso dell'idea stessa.
Ecco
nascere le aziende del consenso, le aziende informative
che, trovato un veicolo efficace per passare idee,
divengono fabbriche di consenso collettivo, i nuovi maitre
di pensiero sono gli opinionisti che, nel momento che
dichiarano di esprimere una loro opinione, ti inanellano un
insieme di "verità" inequivocabili, indimostrabili,
inutili, ma altrettanto forti del senso aggregativo e
conciliante con cui vengono diffuse, in ipnosi si dice: "mi
fido e mi affido".
Si
parte con il fidarsi di chi ci dimostra, convincendoci,
attraverso regole condivise e sedimentate come quelle
scientifiche, della verità di un pensiero, un dominio,
insieme di idee, poi ci si lascia persuadere che ci sia
anche altro, il passo a rimanere piacevolmente
suggestionati da ciò che viene presentato, e dunque
accettare in modo acritico il pensiero stesso, è un breve
passo.
Le
tecniche dell'ipnosi mettono in luce tutti i meccanismi
attraverso i quali noi costruiamo la realtà, sappiamo che
non facciamo piacere a tutti svelando i "trucchi" del
grande spettacolo della realtà condivisa, come di tutte le
micro realtà di nicchia, credo, fedi, suggestioni
collettive, gli spettacoli si desidera viverli nella
suggestione, "innamorati" dell'idea presentata, se si
scopre il trucco non ci diverte più, ma l'ipnosi non è nata
per divertire, l'ipnosi ci permette di andare oltre
all'apparenza cercandoci oltre alla coltre della percezione
condivisa, oltre all'idea stessa di
realtà.
Sul dominio dello
spirito e dell'anima per un mondo
magico
Significato ed etimologia della
parola spirito e dell'anima: principio immateriale e
immortale, contrapposto al corpo e alla materia, che anima
la vita intellettiva e psicologica a livello individuale e
anche, secondo alcune filosofie, universale, attività dello
spirito guardare ai valori, ai beni dello spirito in molte
religioni, l'anima individuale della persona (o di tutti
gli esseri viventi); nella mitologia e nell'animismo,
presenza spirituale che anima, in modo benigno o maligno,
realtà naturali.
Così
s'intrecciano i significati di anima e spirito, e ancora
s'incontrano sul terreno della magia, vi è una credenza
spontanea a pensare che l'universo emetta dei segni, che ci
siano dei disegni, che tali dei segni abbaino un senso
compiuto, che tutto ciò che viene dall'universo sia segno,
mentre è l'attività cerebrale a trarre i segni dagli eventi
e dai fenomeni, siamo figli di un dio minore, il caso, ma
non possiamo, ne vogliamo ammetterlo.
La
Retro - Mente è un nodo gordiano, un nodo indissolvibile,
cerebro-spirituale in cui due pensieri non sono ancora
separati tra loro, così non sono dissociati l'oggettivo ed
il soggettivo, segni simboli e cose, la rappresentazione si
confonde con la cosa, la mappa non è il territorio ma viene
piacevolmente confusa, così si proietta e ci si identifica
al contempo nella cosa proiettata.
La
forte credenza che tutto sia un segno porta ad allontanare
il non significato, o la non interpretazione, (ad esempio
l'interpretazione personale del simbolo), in tal modo
l'idea di caso o quella di evento privo di senso sono state
solo tardivamente ammesse nel pensiero dell'uomo e sempre
con grandi difficoltà, anzi proprio il carattere fuorviante
e sorprendente degli eventi inattesi, normalmente
inspiegabili conferisce a tali eventi l'iper significato,
quel senso di messaggio, avvertimento, testimonianza che si
tende a dare a spiriti e Dei come entità esterne ai disegni
umani compiuti ed alle umane sofferenze.
Il
pensiero mitologico, o la Retro - Mente, i processi mentali
della mitologia dimorano nell'attitudine della mente a "far
finta", il pensiero del "come se fosse"
Alla
realtà si sostituisce la realtà, e non è un gioco di parole
ma il senso stretto dell'impegno partecipativo e del
bisogno di mantenere uno status quo che ci mantiene,
dipendenza come appartenenza, non un principio che
disgiunge, che scinde, ma un principio che unifica, mentre
il pensiero razionale distingue tra immagine e reale, il
pensiero mitologico unifica la realtà per analogia,
(analogia: procedimento logico secondo il quale, data la
somiglianza di due cose per uno o più aspetti, si può
supporre che esse si assomiglino anche per gli altri loro
aspetti) ed attraverso simboli (Elemento, oggetto, animale
o persona, a cui si attribuisce la possibilità di evocare o
significare un valore ulteriore, più ampio e astratto
rispetto a quello che normalmente
rappresenta).
Il
pensiero razionale, empirico, tecnico si polarizza
sull'oggettività del reale, il pensiero mitologico si
polarizza sulla soggettivizzazione del reale, sulla
proiezione identificativa, proietto un bisogno e mi ci
identifico ritrovando nella mia ricerca il bisogno da cui
ero partito e trovandomi da esso appagato, la realtà
diventa dunque un sistema costruito sull'identificazione e
vissuto nell'appagamento dei bisogni personali, ma
avvenendo tutto questo in un comune consenso con gli altri,
i miei bisogni cercano e trovano i bisogni degli altri e li
si fondono assieme.
La
realtà viene presentata ora oggettivamente ora emotivamente
in ogni dominio si presenta l'occasione di rivisitare la
realtà stessa, le sue connotazioni, sono direttamente
implicate nei meccanismi di scelta e di decisione delle
persone.